Il popolo svizzero è stato chiaro: vuole la tredicesima AVS e non vuole lavorare un anno di più. Almeno non per il momento. Le ragioni per l’esito di questa votazione possono essere molteplici, e forse alla fine non hanno neppure una grande importanza. Ora bisogna capire come finanziare questa ulteriore indennità. Il primo pilastro è basato su un sistema a ripartizione: le persone che lavorano attualmente pagano le pensioni delle persone che non sono più attive. Esiste un piccolo fondo di compensazione che deve essere almeno pari a un anno di contributi erogati (ca. 45-55 miliardi di franchi). In questo caso quindi il sistema si fonda sulla solidarietà: dai giovani agli anziani, dagli attivi ai pensionati, dai sani ai malati e dai “fortunati” alle vedove e agli orfani. Se si considera il sistema attuale le soluzioni non sono molte: aumentare i contributi sul lavoro, aumentare la quota che versa la Confederazione o aumentare direttamente l’imposta sul valore aggiunto o la tassa sulle case da gioco o la loro quota. Tutte queste misure però comportano una riduzione del potere d’acquisto per la fascia toccata o la rinuncia ad altri compiti (nel caso dell’aumento della quota parte della Confederazione). Soluzioni che paradossalmente potrebbero esercitare l’effetto contrario della nuova politica pubblica: per esempio aumentare l’IVA significa rendere più povere le persone meno abbienti. Per questo bisogna avere coraggio e ripensare i nostri sistemi sociali e previdenziali. E bisogna farlo guardando alla società tra vent’anni e non più a quella del 1950, quando è stata istituita l’AVS. Questa riflessione deve essere fatta subito cogliendo l’occasione data da questa votazione. Purtroppo gli scontri generazionali iniziano a farsi sentire e potrebbero mettere in pericolo la coesione della nostra società. Pensiamo ai premi cassa malati e alla colpevolizzazione degli anziani, ritenuti da alcuni i responsabili perché vanno nelle case per anziani o hanno bisogno di aiuti a domicilio. In maniera ripensabile, oggi questi costi rientrano anche nelle spese di malattia. Ma l’invecchiamento non è una malattia, l’invecchiamento è il decorso della vita. A partire da queste riflessioni dobbiamo avere il coraggio di pensare una nuova assicurazione sociale che tenga conto del decorso della vita. L’uscita dal mercato del lavoro dovrà essere considerato il punto di svolta per creare nuovi strumenti che diano le giuste risposte ai bisogni che nascono da quel momento e che trovino i giusti finanziamenti. Smettiamola con i cerotti e troviamo il coraggio di salvaguardare la pace intergenerazionale che è una delle componenti più importanti delle nostre società. Per farlo dobbiamo studiare una nuova assicurazione sociale.
Intervista pubblicata da Il Federalista, 01.03.2024 e ripresa da Liberatv, che ringraziamo
Manodopera a basso costo, croce e delizia dell’economia ticinese? “Il fatto di ricorrere a manodopera a basso costo, spesso anche qualificata, è stato da sempre uno dei nostri vantaggi competitivi. Questo ha portato a sviluppare un tessuto di industrie (rispetto per esempio alla Svizzera interna, dove occorreva competere sulla qualità e non tanto sul prezzo) che vengono definite “intensive di lavoro” anziché “intensive di capitale”. È così mancata tutta quella fase di competizione basata sul progresso tecnologico, sull’innovazione. Quindi, il nostro tessuto economico era già piuttosto fragile. Quello che poi è accaduto con gli accordi bilaterali è che non c’è stato più nemmeno un minimo di -se vogliamo- contenimento di un’economia che già andava nella direzione sbagliata. Ecco perché quelli che erano dei vantaggi competitivi che venivano messi a frutto in modo ragionevole sono diventati, purtroppo, la regola del gioco. Per cui ci ritroviamo oggi con un tessuto produttivo che potrebbe essere sicuramente più sano”.
Si riferisce in particolare alle aziende venute da fuori Cantone? “Mi riferisco a quelle aziende che non sono in grado di versare dei salari per i residenti e che hanno esclusivamente manodopera non residente. Sebbene io non neghi che l’arrivo di alcune aziende che mettono a frutto giustamente i vantaggi competitivi che offre la Svizzera (con l’aggiunta del vantaggio competitivo geografico del Canton Ticino) abbia avuto aspetti positivi. Ma chiediamoci: è sano che siano qui se poi esercitano una pressione al ribasso su tutta l’economia?”.
Non solo sui salari bassi, a suo parere? “Fino a qualche anno fa la pressione si esercitava sui bassi salari, adesso ormai riguarda i salari medi e medio alti. Questo vuol dire che la concorrenza non è più limitata esclusivamente alle realtà delle professioni per così dire “meno qualificate”, ma si sta portando anche su quelle più qualificate. E il fattore su cui si gioca rimane purtroppo ancora sempre il prezzo, quindi il salario. Sono convinta che i prossimi dati che usciranno lo confermeranno”.
Nella polemica in corso si rileva criticamente che l’afflusso di queste aziende sia in gran parte dovuto alle politiche economiche messe in atto in Ticino a partire dalla metà degli anni 90 e fino ai primi anni 2000, che puntavano su agevolazioni fiscali allo scopo di attirare le imprese, anche estere, sul nostro territorio. Condivide la critica? “Le politiche economiche che si possono adottare non sono molte. Quindi, puntare il dito su scelte fatte in passato secondo me serve a poco. Quello che rincresce è che non si sia riusciti, una volta entrati in contatto con determinate aziende, a costruire un vero “tessuto industriale” sul territorio. Prendiamo il settore della moda. Anzitutto non si tratta di aziende arrivate qui solo grazie alle agevolazioni cantonali, ma anche grazie al contesto internazionale che inquadrava comunque la Svizzera come un Paese dove risparmiare fiscalmente in maniera assolutamente legale: è questo che ha portato alcuni grandi marchi a trasferirsi da noi. Il problema sta nel fatto che l’immobilismo del Cantone ha fatto sì che non si siano create delle condizioni e coltivate delle relazioni tali da mantenere queste aziende sul territorio anche una volta poi passati i periodi di agevolazioni fiscali che, secondo me, non sono tanto quelle cantonali bensì quelle a livello nazionale”.
Nel Cantone, quelle politiche furono promosse da Marina Masoni, nell’ambito del cosiddetto pacchetto delle “101 misure”. Alcuni dati statistici mostrano, tra il 1996 e il 2008, un costante miglioramento dei parametri economici cantonali, la cui crescita si è progressivamente attenuata in seguito. “L’economia è fatta di talmente tanti fattori che individuare -togliendo tutto il contesto internazionale- quali siano stati i fattori che hanno portato a quei risultati è davvero molto difficile. Pur non condividendo molte di quelle 101 proposte, da un punto di vista economico, di una politica economica, devo riconoscere che purtroppo quello è stato l’ultimo periodo politico in cui ci sia stata quantomeno una strategia di sviluppo. Quantomeno c’era un’idea di che cosa si voleva fare, di che tipo di economia volevamo avere. Adesso è il vuoto, adesso in quel campo non c’è nulla”.
Accidenti, si tratta di incompetenza, di interessi o di cos’altro? “Non incompetenza, neppure interessi, che è normale che vi siano, com’è legittimo che una parte della classe politica veda nel libero mercato portato all’estremo la soluzione a tutti i mali. Com’è chiaro che riflettere su quello che sarà il Canton Ticino fra 10 anni probabilmente elettoralmente non paga. Col massimo rispetto… però è chiaro che la politica di sviluppo economico e di sostegno all’economia, o lo stesso tema del lavoro, non siano una priorità di questo Governo, come non mi sembra lo sia stato dei Governi passati. Se non c’è la priorità del lavoro, tutto quello che riguarda l’economia viene meno”.
Lei dice spesso, l’ha detto più volte anche a noi del Federalista, che sarebbe ora, per uscire da questo circolo, di alzare i salari. Sarebbe ora che in Ticino ci fossero finalmente dei salari svizzeri. Ma quante aziende attive sul nostro territorio hanno veramente la possibilità di alzare i salari. E quali dovrebbero chiudere (cancellando posti di lavoro) se si volesse andare in quella direzione? “Occorre essere anche un po’ coraggiosi. Essere coraggiosi vuol dire riconoscere che probabilmente ci sono delle aziende nel territorio – non abbiamo niente contro queste aziende – che di fatto, da un punto di vista -paradossalmente- dell’economia di mercato, non hanno ragione di stare qui. Cioè se un’azienda non fa utili tali da permetterle di pagare degli stipendi che consentano ai suoi dipendenti di risiedere nel Cantone, evidentemente non farà neppure dei grandi profitti: in termini di imposte lascerà poco o niente, generando però conseguenze negative, a cominciare dalla pressione sui salari, passando per il traffico ecc. Ecco, bisogna mettere sulla bilancia queste cose e avere il coraggio di dire che queste aziende non devono stare nel Canton Ticino. Insomma, se si versano salari italiani è buono e giusto che si operi in Italia”.
Ma come tutto ciò incide sul fatto che sempre più persone in Ticino chiedono aiuti sociali? Lo Stato sostiene i redditi bassi perché questo tipo di economia non riesce a pagare i propri collaboratori che risiedono in loco? “La domanda è: vogliamo un Cantone-fabbrica? Quello che sta accadendo è che i giovani, quelli che finiscono di studiare qui, se ne vanno. I giovani che hanno studiato all’estero non rientrano. E questo significa che le famiglie le fanno fuori Cantone difficilmente rientreranno in Ticino. Siamo in una situazione nella quale un cinquantenne che perde un posto di lavoro non riesce a trovarlo e tanti iniziano a lavorare, ad esempio, due o tre giorni in Svizzera interna, mentre negli altri due fanno home office. In Ticino abbiamo gli anziani che non riescono più a vivere con la loro pensione, che iniziano a pensare di andarsene dal Ticino. Qui ci rimarranno solamente frontalieri, che vengono al mattino, lavorano e se ne vanno la sera? Il dramma di questo Cantone è questo”.
Cosa pensa dell’adeguamento delle aliquote fiscali per gli alti redditi? Un’inutile “regalo ai ricchi” o un modo sensato per non farli scappare? “Non ho niente a priori contro la riduzione delle aliquote, quello che ho trovato sbagliato in questa decisione è la tempistica: cioè, in un momento così delicato per il Canton Ticino sono certa che queste persone ad alto reddito erano e sono disposte a veder posticipare questo tipo di misure di qualche anno. Per me il concetto è che lo Stato deve prendere le risorse ai cittadini nella minor misura possibile, ma che sia compatibile con i compiti che i cittadini decidono di fargli svolgere. Come sono disposta a scendere sulle aliquote, se si vogliono più compiti sono anche disposta ad aumentarle. Non ci sono tabù “fiscali”. Secondo me si dovevano mettere in atto tutte le altre tre misure e per quest’ultima attendere, quantomeno, la revisione dei conti dello Stato”.
Ci sarebbero altre “questioncine” in ballo, come quella della perequazione intercantonale o quella del “freno alla spesa”, ma ci fermiamo qui, perché i lettori hanno da leggere il prossimo contributo che offriamo loro quest’oggi, non meno importante a nostro avviso… ” … sulla perequazione (quei 3-400 milioni in più che dovrebbero arrivarci da Berna) mi lasci dire solo che forse non è un tema molto “sexy” da portare in campagna elettorale, perché è un tema tecnico. Ma mi sembra che quantomeno il Governo se ne stia occupando e anche i nostri deputati a Berna qualcosa stiano pensando di fare”.
Questa settimana riprendiamo l’intervista fatta qualche settimana fa da Patrick Mancini, che ringraziamo, in merito ai salari e all’occupazione in Ticino. Tema su cui torneremo nei prossimi giorni, visti i dati pubblicati di recente che mostrano un ulteriore peggioramento nella creazione di posti di lavoro. In aggiunta, le notizie delle chiusure di diverse aziende e dei loro licenziamenti, non fanno altro che peggiorare una situazione difficile.
Freno alla spesa in Italia, il Governo tentenna di fronte al sondaggio di Berna. L’economista Amalia Mirante: «Ora alziamo i salari».
BELLINZONA – Freno alla spesa oltre confine. Meglio andarci piano. Ed è meglio che per ora il valore della spesa da dichiarare non venga dimezzato (da 300 a 150 franchi). È in sintesi quanto emerge dalla risposta del Governo ticinese alla consultazione lanciata da Berna ai Cantoni. Il testo lascia perplessa Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti con Ticino&Lavoro.
Il Governo ticinese temporeggia sulla proposta del Consiglio federale. Preoccupante? «Io sono una grande sostenitrice del commercio locale. Va sostenuto in tutti i modi. Ma anche io sono contraria all’abbassamento della franchigia per chi fa la spesa in Italia. Principalmente perché ci sono famiglie ticinesi che purtroppo hanno davvero bisogno di fare la spesa oltre confine. È questo che mi preoccupa».
Il Governo nella sua lettera parla di un momento storico delicato. «Finalmente anche il Governo ammette che in Ticino ci sono problemi di reddito e di potere d’acquisto. E questi si sono ulteriormente aggravati negli ultimi anni».
Questa ammissione che valore ha? «Dopo questa ammissione dovrà seguire per forza qualcosa di concreto. La popolazione è preoccupata e ha bisogno di segnali chiari e forti e di misure concrete da parte delle autorità. Le difficoltà sono note: redditi troppo bassi, mercato del lavoro sofferente, concorrenza fortissima generata dal frontalierato, giovani che non tornano dopo gli studi, persone che partono per sempre. La scelta volontaria di andare via è legittima. Diventa un problema quando non è più una scelta libera».
Domanda provocatoria: il Ticino a lungo andare rischia di diventare un posto in cui si nasce per poi partire? «La tendenza se non interveniamo è quella. Siamo confrontati con tantissimi giovani che se ne vanno e fanno famiglia altrove. Con decine di migliaia di frontalieri. Con anziani in pensione che fanno sempre più fatica e che iniziano a pensare di trasferirsi all’estero per vivere con un po’ più di tranquillità finanziaria».
Perché i politici non prendono misure concrete? «Purtroppo finora il lavoro non è stato la priorità del nostro Governo. Si accampano mille scuse per evitare di parlarne concretamente. Sappiamo tutti di non avere salari attrattivi. O di avere uffici regionali di collocamento da riformare. Vogliamo parlare della necessità di qualificare il personale residente con una vera politica di formazione continua? E gli apprendisti? Stato e aziende non sono sufficientemente in contatto. Eppure il Ticino è pieno di aziende brillanti che potrebbero emergere».
Riformuliamo la domanda: perché non si muovono le acque? «In Parlamento si perde un sacco di tempo. I tempi di discussione sono troppo lunghi. Si passano giornate intere solo ad ascoltare le posizioni di vari partiti. Non c’è concretezza. E intanto poi salta fuori che il preventivo del Cantone è disastroso».
Torniamo ai commerci locali. Enzo Lucibello, presidente della DISTI, ha definito “uno schiaffo” la lettera del Governo. «Lo ripeto: i commerci locali vanno sostenuti a spada tratta. Ma bisogna agire a vari livelli. Non creando inutili paletti a chi già sta male. I ticinesi devono avere salari dignitosi per potere spendere sul proprio territorio. Quello dei salari non è più un tema da posticipare».
Intevista di Patrick Mancini – pubblicata su TIO 17.02.2024
Ancora una volta i dati sulla disoccupazione in Ticino litigano. E lo fanno anche in maniera plateale. Il tasso di disoccupazione del quarto trimestre del 2023 in Ticino calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) è stato di ben il 6.2%. Stabile rispetto ai tre mesi precedenti, ma in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno 2022, in cui il tasso era del 5.6%. In termini numerici si parla di quasi 11.000 persone alla ricerca di un posto di lavoro.
I dati invece pubblicati mensilmente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) indicavano per lo stesso periodo dell’anno, ossia settembre-dicembre 2023, una media sul trimestre del 2.4% e di circa 4’400 persone.
Insomma, tra i due dati ancora una volta c’è una differenza di ben 2.5 volte. Ma chi ha ragione? Quanti sono davvero i disoccupati in cerca di lavoro in Ticino? Se ci basassimo sulle nostre sensazioni e sul nostro vissuto quotidiano non avremo alcun dubbio nel dire che il dato che maggiormente si avvicina alla realtà è quello calcolato secondo il metodo dell’ILO; anzi, forse anche questo risulta sottostimato. Alla stessa considerazione arriviamo se riflettiamo in termini più scientifici. Vediamo perché.
Il tasso di disoccupazione calcolato dalla SECO è corretto nel senso che conta tutte le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (URC) e poi le rapporta alla popolazione attiva. Un metodo decisamente corretto che dà un risultato altrettanto veritiero. Peccato che questo indicatore si riferisca esclusivamente alle persone disoccupate e contemporaneamente iscritte presso gli URC. Nella realtà noi sappiamo che tendenzialmente si iscrivono agli URC solamente le persone che hanno diritto all’indennità di disoccupazione. Anche perché sappiamo che purtroppo questi uffici non sono di grande aiuto nella ricerca effettiva di lavoro. Nella realtà tuttavia, ci sono tantissime persone disoccupate e in cerca di un lavoro che però non sono iscritte in questi uffici. Pensiamo a coloro che hanno finito il diritto alle indennità, agli studenti che hanno appena concluso la loro formazione, alle persone scoraggiate e in generale a tutti coloro che non hanno diritto al versamento dell’indennità.
Per compensare le lacune di questo indicatore, la statistica ha creato uno strumento che potesse quantificare meglio il fenomeno. In effetti, il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’ILO, si basa non sul conteggio effettivo ma su una stima dei disoccupati che viene fatta attraverso sondaggi telefonici.
È evidente che questo secondo metodo si avvicina meglio al concetto comune di disoccupati. A questo punto ci chiediamo perché non cercare di risolvere questa confusione di pensiero semplicemente specificando meglio che il tasso di disoccupazione calcolato dalla SECO in realtà non rappresenta tanto questo fenomeno quanto esclusivamente i beneficiari dell’indennità. Non sarebbe quindi più corretto semplicemente cambiargli nome, anziché andare avanti a generare un’immagine falsata dello stato di salute del nostro mercato del lavoro?
L’inflazione rallenta anche in Svizzera. A confermarlo sono i dati del mese di gennaio appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica. Rispetto al mese precedente i prezzi sono cresciuti dello 0.2% mentre rispetto al mese di gennaio dell’anno scorso l’aumento è stato dell’1.3%. A segnare i principali cambiamenti vediamo alcune voci che potrebbero incuriosirci. Ad esempio, notiamo una riduzione di ben il 7.8% del prezzo degli indumenti e delle calzature. Le signore che ci leggono avranno subito capito a che cosa è dovuta questa diminuzione… Ma naturalmente ai saldi di stagione! Come ogni volta anche in questo caso gli indicatori economici dimostrano quanto siano fortemente collegati alla realtà di tutti giorni.
Al contrario purtroppo non è tardato un aumento che era già stato annunciato, ossia quello dell’elettricità che nell’ultimo mese ha mostrato un aumento sia su base mensile che su base annuale di quasi il 18%. Altra voce che non poteva mancare era quella delle assicurazioni dei veicoli che vedono un aumento di quasi il 5%. Gli aumenti che toccano anche il settore della ristorazione.
Ma quello che ci appare ancora più interessante dei dati del singolo mese, è la nuova composizione dell’indice dei prezzi al consumo. Sappiamo che in Svizzera la revisione totale del carrello della spesa del consumatore medio avviene ogni 10 anni. Detto questo dei piccoli correttivi vengono fatti di anno in anno. Come sempre non ci sono modifiche sostanziali da un anno all’altro, anche perché sappiamo che c’è una certa stabilità nei consumi delle famiglie e anche un certo ritardo nell’adeguarli anche a variazioni importanti di reddito. Perché muti radicalmente il carrello della spesa devono avvenire dei fatti di portata epocale come per esempio una guerra o di recente la pandemia. Fortunatamente l’anno scorso è stato un anno relativamente tranquillo per cui non ci sono state importanti modifiche. La spesa relativa all’abitazione e all’energia rimane quella più importante e assorbe circa il 25% del budget, seguono la salute con il 15% (ricordiamo che qui non rientra il premio dell’assicurazione malattia) e i trasporti con circa l’11.5%. Questa voce ha registrato una piccola variazione al ribasso di mezzo punto percentuale. Chi invece ha guadagnato importanza nella nostra spesa mensile è la voce legata ai ristoranti e al settore alberghiero che è salita dal 9.3% al 10% del nostro budget mensile. Percentuale questa che è anche quella che destiniamo all’acquisto dei generi alimentari e che rimane stabile. Per il resto non ci sono altri grandi cambiamenti.
Detto questo sappiamo che l’indice dei prezzi al consumo non è l’unico indicatore che ci dà informazioni sull’andamento dei prezzi, anzi. Forse ancora più importante è l’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione che anticipa ciò che capiterà al prezzo dei beni quando arriveranno allo scaffale. In questo caso segnaliamo che l’indice dei prezzi alla produzione è rimasto pressoché stabile sia su base mensile che su base annuale mentre l’indice dei prezzi all’importazione si è ridotto in maniera importante segnando -1.6% su base mensile e ben -6.5% su base annuale. Questa importante differenza è riconducibile alla riduzione notevole del prezzo dei prodotti petroliferi e del gas che ricordiamo l’anno scorso di questi periodi raggiungevano livelli storicamente elevatissimi.
Cosa ci attendiamo quindi per il futuro? Teniamo le dita incrociate e speriamo che la corsa dell’inflazione sia effettivamente terminata.
Per fortuna i robot e i macchinari in generale non ci ruberanno il lavoro. A confermarlo è l’ufficio federale di statistica attraverso una rilevazione di dati che potremmo definire indiretta. Vediamo perché.
Già nel 1800 circa Adam Smith aveva individuato nella separazione del lavoro in tante piccole fasi di produzione distinte un importante vantaggio. Se l’operaio doveva dedicarsi a un’unica fase della lavorazione di un prodotto, la produttività dello stesso sarebbe aumentata e di conseguenza la produzione. Le ragioni che individuava Smith erano tre. La prima è che la persona che si dedica sempre alla stessa attività, diventa più abile e quindi produce una quantità maggiore di beni. La seconda è che rimanendo fermi a fare sempre la stessa attività, non si perde tempo per cambiare postazione e quindi si riuscirà a produrre di più. Infine la terza ragione è quella che riallacciamo al concetto di automazione. Dal momento che l’individuo fa un’azione limitata e ripetitiva è molto probabile che nel tempo si svilupperà un macchinario che potrà sostituire questa attività consentendo quindi ancora una volta di aumentare la produzione. Naturalmente, Smith che era un grande economista aveva individuato anche i grossi rischi per le persone legati alla divisione del lavoro e che emergeranno in maniera forte con l’implementazione delle famose catene di montaggio di Ford.
Ma torniamo alle nostre statistiche. Diamo subito una bella notizia: in Svizzera il rischio di essere sostituiti nel proprio lavoro da una macchina è tendenzialmente più basso che nel resto d’Europa. La stima avviene misurando diverse caratteristiche del mondo del lavoro. Ad esempio misuriamo l’uso degli strumenti informatici, la quantità di tempo dedicata a svolgere i compiti intellettuali e i compiti manuali e valutiamo questi compiti in funzione della ripetitività e dell’autonomia. Ripetitività delle attività e mancanza di autonomia sono gli stessi concetti che avevano portato Adam Smith a sostenere la creazione di macchinari per svolgere questi lavori.
Dai dati pubblicati scopriamo che in Svizzera più di un terzo delle persone lavora sempre utilizzando strumenti informatici, mentre solo il 13% non li utilizza mai. I settori economici in cui l’uso dell’informatica è maggiore sono quello dell’informazione e della comunicazione, delle attività finanziarie e assicurative come anche quello delle attività tecniche scientifiche e l’amministrazione pubblica.
In maniera analoga scopriamo che metà della popolazione occupata dedica una parte delle sue ore lavorative a compiti intellettuali come la lettura dei documenti tecnici o calcoli complicati.
Ma forse i dati più interessanti riguardano il fatto che meno del 5% delle persone occupate ritiene la sua attività professionale come molto ripetitiva. In questo caso emerge un evidente legame con il grado di formazione: in effetti la percentuale più bassa, 2.3%, è quella registrata tra le persone che hanno una formazione terziaria.
Se a tutti questi dati aggiungiamo che meno di una persona su 10 dichiara di avere poca autonomia nel suo lavoro, ecco che il quadro ci appare delineato.
La percentuale di persone che ha un lavoro altamente ripetitivo e un basso livello di autonomia, ossia proprio quelle professioni che più facilmente possono essere sostituite da un macchinario, è molto bassa ed è dell’1%. Al primo posto della classifica troviamo il Lussemburgo con lo 0.9%, mentre all’ultimo la Slovacchia con l’11.4%.
Questo dato non ci mette al riparo da tutti i problemi del mercato del lavoro, ma quantomeno indica che il rischio di automazione nel nostro paese è molto basso. Ciò che dovrebbe rincuorarci quindi è che la nostra economia fortunatamente presenta una piccola parte di lavori ritenuti ripetitivi, poco autonomi e, aggiungiamo noi, probabilmente logoranti.
Dopo la decisione di qualche giorno fa della Banca centrale europea (BCE) di mantenere i tassi di interesse di riferimento inalterati, questa settimana è stato il turno della Federal Reserve (FED) e della Banca d’Inghilterra (BoE). Anche loro hanno confermato che per il momento non prevedono delle riduzioni. Così i tassi europei rimangono tra il 4-4.75%, quelli americani tra il 5.25-5.5% percento e quelli inglesi al 5.25%. Se è vero che le decisioni delle più importanti banche centrali vanno nella stessa direzione, non possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda l’andamento dell’economia reale. Sicuramente ad accomunare le economie più sviluppate c’è il rallentamento dell’inflazione che dimostrerebbe la validità delle scelte fatte in ambito di politica monetaria restrittiva. Sono altri i dati che tendono a mostrare che queste tre economie stanno vivendo momenti differenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati della crescita del prodotto interno lordo (PIL) confermano che il 2023 è stato un anno ancora estremamente positivo segnando un aumento del 3.1% . A questo dato si aggiunge quello favorevole di un mercato del lavoro in crescita, come pure dei suoi salari e di una fiducia dei consumatori e delle imprese che sembra migliorare. Lo stesso purtroppo non può essere detto nel caso dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il PIL negli ultimi tre mesi dell’anno è risultato stabile, mentre il dato annuale indica una crescita di solo lo 0.1%. Se è vero che il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, non sono arrivate ottime notizie sul fronte della creazione di nuovi impieghi e neppure su quello della fiducia per i prossimi mesi. A preoccupare ancora di più è la situazione della Germania che per decenni è stata la locomotiva d’Europa e ora arranca. Anche se a dire il vero, l’economia tedesca non si è più ripresa dalla pandemia; a quelle difficoltà si sono poi aggiunte quelle legate alla guerra in Ucraina e in particolare alle sanzioni contro la Russia che hanno impedito alla Germania di importare il gas, tra le principali fonti energetiche del Paese. Ma non solo i fattori esterni hanno giocato un ruolo negativo. Anche le difficoltà politiche di una maggioranza di governo poco incisiva hanno portato il Paese a non saper sfruttare il vantaggio competitivo che aveva nella diffusione di fonti energetiche rinnovabili e a creare importanti conflitti nella società. E gli scioperi legati all’agricoltura di questi giorni ne sono solo l’ultima manifestazione. Anche se questi non hanno ancora varcato la Manica, le cose non sembrano andare molto bene nemmeno in Gran Bretagna. Gli ultimi dati pubblicati confermano una situazione economica in stallo con previsioni per il futuro non troppo rosee. Concludendo, possiamo dire che anche se la tempesta sembra passata, se possibile meglio aspettare per uscire in mare. Pubblicato da L’Osservatore, 03.02.2024
Le cose sul fronte dei prezzi sembrano andare bene. E questo nonostante il leggero aumento generalizzato dell’inflazione durante il mese di dicembre. Nell’Eurozona i prezzi sono aumentati del 2.9% rispetto a un anno prima quando a loro volta avevano registrato un incremento di ben il 9.2%. Vediamo subito come la corsa dell’inflazione si sia effettivamente ridotta. Scopriamo anche che rispetto ai mesi precedenti di novembre e ottobre quando i prezzi avevano mostrato una decrescita (rispettivamente di -0.5% e -0.2%), Natale ha portato con sé un leggero aumento (+0.2%). Niente di allarmante anche se purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta è stata la voce del cibo, bevande alcoliche e tabacchi a mostrare l’incremento più grande (+6.1%). In generale le nazioni europee hanno mostrato questo andamento, con l’Italia che ha chiuso l’anno con un’inflazione media di +5.7%. Questo dato appare decisamente più elevato di quello svizzero che ha segnato un rincaro annuo medio del 2.1%, in discesa rispetto al +2.8% del 2022, ma molto più alto dello 0.6% del 2021. Sappiamo che in questo caso la composizione dell’indice dei prezzi al consumo e il franco forte spiegano queste importanti differenze tra la Svizzera e le nazioni europee.
Visti i dati sui prezzi, si giustifica la decisione della Banca centrale europea (BCE) di qualche giorno fa di mantenere i tre tassi di interesse di riferimento inalterati (dal 4% al 4.75%). Qualche analista molto ottimista si aspettava una riduzione che tuttavia non dovrebbe avvenire a breve date le dichiarazioni fatte dalla Presidente Christine Lagarde. In effetti, lei stessa ha voluto mettere l’accento sul fatto che i tassi rimarranno tali “per tutta la durata necessaria”. E non sembra che il famoso 2% di limite soglia per dichiarare la stabilità dei prezzi sarà raggiunto a breve.
Discorso diverso invece potrebbe farlo la Federal Reserve (FED) che si riunirà per decidere il 30-31 gennaio. In questo caso, forse anche a causa del clima che diventa sempre più sensibile alle elezioni presidenziali, potremmo aspettarci delle sorprese. La Banca d’Inghilterra invece nella sua riunione del 3 febbraio, tranne dati favorevolmente positivi dell’ultima ora, dovrebbe mantenere i tassi stabili. E noi? E noi non ci preoccuperemo fino al 21 marzo quando è prevista la riunione della Banca Nazionale Svizzera.
E allora tutto bene? Beh, non proprio. La Germania proprio in questi giorni ha confermato che il suo prodotto interno lordo (PIL) nel 2023 si è ridotto dello -0.3%, manifestando difficoltà generali nell’industria manifatturiera ma anche in quella chimica. In aggiunta gli scioperi e le proteste non sembrano dare pace a questa nazione che non ha ancora ripreso la sua crescita dalla fine della pandemia. Ma nemmeno il resto d’Europa può stare tanto tranquillo perché le proteste del mondo agricolo, confrontato con nuove regole e limitazioni per ridurre l’impatto sul clima delle loro attività, si stanno diffondendo in molte nazioni. L’agricoltura non è contraria alla transizione ecologica, ma chiede aiuto, sostegno e soprattutto fondi per realizzarla. Richieste che al momento paiono cadere nel vuoto a Bruxelles.
L’inflazione rallenta. I prezzi al consumo sia negli Stati Uniti che nelle principali nazioni europee stanno riducendo fortemente la loro corsa. Lo stesso accade anche per i prezzi alla produzione, che lo ricordiamo sono i prezzi dei beni nel momento in cui i prodotti escono dalla “fabbrica”.
Nel dettaglio possiamo segnalare la riduzione dei prezzi al consumo su base mensile nel mese di novembre in Spagna, Francia, Italia, Germania e nella Eurozona in generale. Anche gli aumenti su base annuale sono stati piuttosto contenuti e in alcuni casi persino inferiori ai due punti percentuali ritenuti quale soglia per parlare di stabilità dei prezzi. È questo il caso per esempio dell’Italia. Giova ricordare, tuttavia, che parte di questo effetto positivo è da ricondurre al fatto che proprio nei mesi di ottobre-dicembre dell’anno scorso avevamo vissuto l’impennata dei costi dei prezzi energetici (che nel frattempo fortunatamente si sono ridotti). Per questa ragione dobbiamo attendere ancora qualche mese prima di poter cantare vittoria nella lotta all’inflazione.
Anche il dato svizzero ci ha sorpresi positivamente: l’inflazione nel mese di novembre ha registrato un aumento annuo di “solo” l’1.4%; rispetto al mese precedente addirittura si registra una riduzione dello 0.2%. Ma le notizie buone finiscono qui. I dati appena pubblicati sull’andamento del terzo trimestre (luglio-settembre) del prodotto interno lordo (PIL) mostrano una crescita piuttosto contenuta (+0.3%), dopo che il trimestre precedente si era chiuso addirittura con una crescita negativa del -0.1%. Le voci che più preoccupano sono quelle che influenzeranno anche l’andamento dei prossimi mesi. In particolare, i consumi delle famiglie, gli investimenti in beni strumentali delle aziende oltre alle previsioni non troppo favorevoli delle esportazioni. È evidente che la situazione Svizzera è fortemente influenzata da quella internazionale. Il PIL dei nostri principali partner ha mostrato o una minima crescita, come nel caso dell’Italia (+0.1%) o addirittura una riduzione come nel caso della Francia e della Germania (-0.1%).
Non siamo ancora in grado di dire se questo rallentamento economico è la conseguenza delle politiche monetarie restrittive attuate per contrastare l’inflazione. Quello che è certo è che i conflitti ancora aperti in Ucraina e in Medio Oriente, uniti alle incertezze geopolitiche ed economiche, non sono di buon auspicio per il prossimo futuro. Non a caso le previsioni che gli istituti di ricerca stanno elaborando in queste settimane confermano per l’anno prossimo un tasso di crescita del PIL svizzero piuttosto contenuto che dovrebbe, purtroppo, causare anche degli effetti negativi, seppur fortunatamente contenuti, sul mercato del lavoro.
Speriamo che il Natale ci porti in dono prospettive migliori.
Una mattanza senza senso e senza pietà, che vede le donne protagoniste della cronaca di tutti i giorni. Il femminicidio è un dramma sociale che ormai va in scena quotidianamente. Una violenza patriarcale radicata anche nelle nuove generazioni, trasversale dal punto di vista geografico, che va al di là dei ceti sociali. Un analfabetismo diffuso riguardo l’affettività e le relazioni. La donna vista come oggetto d’amore, come se non avesse una propria volontà e l’uomo che non riesce a gestire l’abbandono e ha difficoltà ad accettare la libertà e l’autonomia della donna. In Svizzera le aggressioni contro le donne stanno raggiungendo livelli preoccupanti. I dati recenti dell’Ufficio Federale di Statistica della Confederazione rivelano un aumento del 3.3% nel numero di reati registrati nel 2022 rispetto all’anno precedente. Questa tendenza all’incremento crea allarme. Nel corso del 2022, sono stati registrati ben 19’978 reati di violenza domestica, di cui il 70.2% delle vittime sono donne. Reati che variano: dalle vie di fatto alle minacce, dalle ingiurie alle lesioni semplici. Un aspetto particolarmente allarmante è il numero di omicidi consumati all’interno delle dinamiche domestiche, che costituiscono il 59.5% di tutti gli omicidi registrati in Svizzera. Nel 2022, 16 omicidi sono stati commessi da attuali o ex partner, uccidendo 15 donne e un uomo. Questi dati mettono in luce la necessità di misure preventive più efficaci per proteggere le vittime e prevenire tragedie. Non possiamo tralasciare che oltre l’impatto emotivo e fisico sulla vita delle vittime, la violenza domestica abbia anche un impatto economico significativo sulla società. I numeri sono rivelatori e concreti, possono finalmente alzare un muro contro chi nega che il femminicidio sia un problema strutturale e non un’emergenza stagionale da contenere applicando pannicelli caldi. Amalia Mirante, Economista, docente della SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana), leader fondatrice del nuovo movimento politico ticinese, “Avanti”, è un’esperta di tematiche di genere: “oggi il femminicidio, la violenza di genere è strutturale e quindi l’unico intervento che possiamo pensare è quello della prevenzione. La prevenzione deve passare attraverso l’educazione; un percorso educativo che deve necessariamente riguardare tutti e in particolare gli uomini, perché il femminicidio non è una questione di donne, è una questione di uomini. Sì, quindi, a processi di educazione che devono però partire necessariamente dalla famiglia e proseguire nella scuola. Occorre travalicare i confini, per poi arrivare a parlare di formazione anche per gli operatori socio sanitari, per le forze dell’ordine, fino agli avvocati e alla magistratura. Dobbiamo destrutturare la violenza di genere e intervenire a tutti i livelli della società. Occorre avviare una serie di iniziative legate al tema dell’educazione sentimentale, affettiva, ma anche all’educazione finanziaria per giovani donne e giovani uomini”. Il suo movimento politico esiste da poco meno di un anno e ha superato già due prove elettorali difficili, ottenendo risultati ragguardevoli. Affermate di essere distanti dal modus operandi messo in atto dai partiti tradizionali. Su questo tema qual è la vostra visione? Le istituzioni possono adottare molteplici strategie per prevenire la violenza sulle donne e ridurne il costo sociale ed economico. Innanzitutto, possono implementare programmi educativi e di prevenzione nelle scuole e nelle comunità per promuovere la parità di genere e il rispetto reciproco. Inoltre, è fondamentale garantire supporto e protezione alle vittime, attraverso servizi di assistenza legale, psicologica e luoghi protetti. Le leggi devono essere severissime e le loro applicazioni efficaci, con un sistema giudiziario che punisca i trasgressori e protegga le vittime. Infine, campagne di sensibilizzazione pubblica possono aiutare a cambiare le norme sociali e a ridurre la stigmatizzazione delle vittime. Il silenzio e la mancanza di denuncia influiscono sulle spese pubbliche e sulla società nel suo complesso. Qual è l’impatto economico del femminicidio in Svizzera? Non ci sono stime recenti in Svizzera sull’impatto economico del femminicidio e della violenza di coppia in generale. Uno degli ultimi studi in questa direzione è stato fatto su mandato dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna nel 2013. In questo caso l’analisi dichiarava che le cifre esposte erano sicuramente sottostimate quantificando le spese effettive e le perdite di produttività (costi tangibili) in una cifra tra i 164 e i 287 milioni di franchi per anno. Lo stesso studio indicava che questo importo era paragonabile alle spese pubbliche che sosteneva una città di media entità in un anno. In aggiunta, si parlava di un costo di altri 2 miliardi di franchi di costi non tangibili che quantificavano la perdita di qualità della vita a causa della sofferenza e del dolore e la paura di incorrere ancora in una situazione violenta. Il fatto che non vi siano dati recenti deve far pensare ad un mero disinteresse da parte delle Istituzioni? Non ritengo che il problema sia l’assenza di studi, quanto piuttosto la mancanza di misure concrete e l’attribuzione di risorse ai compiti che dovrebbero essere svolti per dare risposta a questo tipo specifico di violenza. Quindi rinunciamo pure alla raccolta di dati specifici, ma non rinunciamo all’implementazione di misure concrete e al loro finanziamento. Lei che è un’economista può spiegarci in che modo la violenza sulle donne influisce sui settori economici, come la sanità, la giustizia e il lavoro? Tendenzialmente si suddividono i costi in tangibili e non tangibili. Potremmo anche pensarli come costi direttamente sostenuti nel primo caso e costi indirettamente pagati nel secondo (questi ultimi più difficilmente stimabili). Tra i costi tangibili possiamo annoverare quelli legati alle attività della polizia e della giustizia, alla perdita di produttività sul lavoro (a causa evidentemente delle conseguenze della violenza) e quelli legati ai servizi di supporto come le spese sanitarie, quelle di accompagnamento alle vittime e ai minori o ancora quelle di sostegno psicologico. Nello specifico, nel settore sanitario possiamo includere i costi per le cure mediche e psicologiche, in quello della giustizia i costi legati alle indagini, ai processi e ai sistemi di tutela delle vittime, mentre in quello lavorativo ci può essere l’assenteismo, la perdita di produttività e anche quella del lavoro. Non dimentichiamo tuttavia che questi costi direttamente quantificabili sono probabilmente una piccolissima parte dei “costi” non tangibili che le vittime e le persone a loro vicine sopportano per tutto il resto della vita in caso di violenza. Detto altrimenti, la violenza sulle donne va fermata, ma non per ragioni economiche. Articolo di Laura Incandela per FemeNews, 19.11.2023