La Banca Centrale Europea abbassa i tassi

“Tanto tuonò che … piovve” La Banca centrale europea (BCE) ha finalmente deciso di abbassare i tassi di interesse di riferimento di 0.25 punti percentuale. Ad oggi i tassi oscillano tra il 3.75% e il 4.5%. La notizia era talmente attesa che i mercati di fatto non hanno avuto nessuna reazione. Ancora una volta vediamo quanto siano importanti le aspettative in economia. Se l’annuncio fosse arrivato in maniera inattesa o se al contrario la Banca centrale europea non avesse abbassato i tassi di interesse, il mercato avrebbe avuto reazioni molto diverse. Invece, in questo caso la notizia era stata stra-annunciata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è molto probabile che questi mesi di continue anticipazioni e conferme che si sarebbe andati in questa direzione, siano proprio serviti a fare in modo che le reazioni fossero piuttosto contenute e controllate.

Questo in effetti accade quando le strategie di politica economica delle banche centrali sono ritenute valide e il comportamento preannunciato attendibile. In questo caso quindi gli agenti si comportano di conseguenza fidandosi delle istituzioni monetarie.

Così è stato anche nel caso del tasso di interesse di riferimento in Europa, l’Euribor a un mese. In concreto, questo tasso che è quello utilizzato come riferimento per i prestiti a tasso variabile, è passato dal 3.85% del 6 maggio al 3.68% del 5 giugno. La comunicazione della BCE è avvenuta il giorno dopo. In questo caso il mercato ha di fatto modificato il suo andamento in funzione di quello che sarebbe successo in seguito.

Sono celebri i casi in economia in cui si cerca attraverso le aspettative di modificare il comportamento degli agenti economici. Pensiamo al 6 settembre 2011 quando la Banca nazionale svizzera (BNS) in maniera del tutto inaspettata dichiarava che avrebbe mantenuto una soglia minima del tasso di cambio di 1.20 franchi per un euro. In quel momento la speculazione era molto grande e con questa comunicazione la BNS sperava di spingere gli investitori a rallentare la loro rincorsa al franco svizzero. A onor del vero, in questo caso l’effetto sperato fu piuttosto contenuto, non tanto per mancanza di credibilità dell’operato della Banca Nazionale, quanto piuttosto perché le forze in campo (quantità di moneta in euro e quantità di moneta in franchi svizzeri) erano molto spropositate. Ma questo non significa che le dichiarazioni di politica economica, non abbiano influenzato il comportamento degli agenti, anzi.

In conclusione, le decisioni della BCE e di altre istituzioni monetarie mostrano chiaramente quanto sia cruciale la gestione delle aspettative economiche. La fiducia nelle strategie annunciate e la loro credibilità giocano un ruolo determinante nel modo in cui i mercati reagiscono. Questo dimostra l’importanza di una comunicazione chiara e anticipata per garantire stabilità e prevedibilità nei mercati finanziari.

Addio Credit Suisse

È ufficiale: Credit Suisse, la seconda più grande Banca svizzera, da venerdì 31 maggio 2024 non esiste più. In questa data la gloriosa banca fondata nel 1856, dopo oltre 160 anni di storia, è stata cancellata dal registro di commercio del Canton Zurigo. Ma facciamo un passo indietro.
Era il 19 marzo 2023 quando UBS, dopo un insistente “invito” del governo svizzero, ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse. La seconda banca svizzera era ormai prossima al fallimento a causa di errori commessi da tutto il management negli anni precedenti. Le decisioni peggiori erano state prese e gli scandali come Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital uniti a storie di corruzione non potevano non distruggere questa azienda.
Ci si è interrogati a lungo sulle tre possibili strade: far fallire Credit Suisse, pensare a una statalizzazione o fare pressioni affinché UBS l’acquisisse. A distanza di oltre un anno di tempo non possiamo non comprendere come questa sia stata la decisione più saggia per impedire fallimenti a catena di altre banche e le implicazioni su aziende e famiglie, probabilmente non solo in Svizzera.
Oggi si cerca di comprendere quale sarà l’impatto della presenza di un’unica grandissima banca, soprattutto in termini di rischio per la Nazione e in termini di posti di lavoro. Sono preoccupazioni più che legittime, ma sarebbe un errore pensare che i processi di acquisizioni e fusioni nel settore finanziario siano terminati, anzi.
Guardando alla realtà svizzera le voci internazionali ormai si fanno sempre più forti per quanto riguarda l’interesse di Julius Baer ad acquisire EFG International. Ma non finisce qui. Anche in termini di singole banche il fermento nell’accorpare succursali e agenzie regionali sembra solo all’inizio.
Certo, i cambiamenti e l’incertezza sul futuro spaventano, tuttavia ciò che è ancora più pericoloso è fingere di non vedere le pressioni a cui il sistema bancario e finanziario svizzero è sottoposto.
Non è girandosi dall’altra parte che garantiremo alle nostre banche il sostegno necessario per poter non solo sopravvivere, ma rimanere competitive a livello internazionale. Ora è il momento di avere condottieri coraggiosi che credano nel nostro Paese e non manager al soldo dei bonus.

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Il tempo libero costa tanto

I prezzi per le attività del tempo libero sono aumentati. Se ne è parlato molto in questi giorni perché Comparis il portale che ha fatto dei confronti online dei prezzi di diversi beni e servizi la sua forza, ha comunicato di aver calcolato un nuovo indice.
La metodologia di questo indicatore non è stata pubblicata, tuttavia a prima vista sembra che siano stati “semplicemente” aggregati dati già noti e calcolati dall’Ufficio Federale di statistica per creare una nuova categoria chiamandola appunto indice dei prezzi del tempo libero. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è l’indicatore che viene utilizzato per calcolare l’andamento dei prezzi. Nel caso svizzero è composto da 12 gruppi di beni e servizi, tra cui i prodotti alimentari e le bevande analcooliche, gli indumenti e calzature, l’abitazione ed energia, i trasporti, … L’indice dei prezzi del tempo libero sembra essere stato creato a partire dall’unione di differenti beni o gruppi creando quindi un nuovo “carrello della spesa”. Parrebbe il caso per esempio dell’unione dei prezzi dei ristoranti e degli alberghi alla grande categoria del tempo libero e della cultura.
Fatto questo esercizio si è giunti alla conclusione che l’aumento dei prezzi delle attività legate al tempo libero è stato maggiore rispetto all’inflazione in generale.
Considerazione corretta che ad ogni modo deve essere specificata meglio e vediamo perché. Questo grande gruppo denominato tempo libero al suo interno contiene un’enormità di beni e servizi molto differenti fra di loro: troviamo per esempio gli abbonamenti televisivi, i voli aerei, i giochi elettronici, i prodotti per il giardinaggio, i computer, i libri, i biglietti per visitare i musei, … Comprendiamo immediatamente che è ben diverso parlare di un aumento del prezzo del 10% dei libri rispetto all’aumento del prezzo del 10% di un biglietto aereo. Questo per dire che anche nel caso del tempo libero abbiamo dei beni che definiremmo un po’ più di stretta necessità di altri.
In aggiunta, proprio perché i beni sono molto diversi tra di loro, ogni volta che parliamo di aumenti dei prezzi dovremmo capire perché questo è avvenuto. Per esempio, nel caso dei voli aerei il prezzo del biglietto dipende da moltissimi fattori, tra i quali il prezzo del carburante, le tasse ambientali, i costi del personale che a loro volta possono essere aumentati in seguito all’inflazione, e magari anche dall’offerta di viaggi. In questo senso per esempio sappiamo che a seguito della pandemia ci sono stati dei ritardi molto grandi nella produzione di nuovi aeromobili, anche a causa della mancanza di materie prime. Questo significa che l’offerta di voli è rimasta pressoché stabile, mentre la domanda è aumentata. Come capiamo subito, tutti questi elementi concorrono a far aumentare i prezzi.
Ma anche il tasso di cambio fra le valute può avere un impatto: pensiamo ad esempio al caso in cui il franco svizzero aumenti il suo valore e quindi per i turisti diventa più costoso trascorrere le vacanze nel nostro paese.
Insomma, il prezzo dei beni dipende da molteplici fattori e non sempre il tentativo di sintetizzare un indicatore può semplificarci le analisi; anzi, qualche volta potrebbe anche indurci a errori grossolani.

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Disoccupati? Sì, no, forse…

Di nuovo i dati sulla disoccupazione litigano. Pochi giorni fa è stato pubblicato il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e ancora di nuovo questo indicatore “fa a pugni” con quello pubblicato mensilmente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). E questo non rappresenta un problema per gli analisti economici, quanto per le persone in cerca di impiego.

Lo sappiamo: il dato calcolato dalla SECO conta esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento e le rapporta al numero di persone attive. In questo caso quindi, non c’è nessuna stima e nessun calcolo matematico che vada oltre alla somma degli iscritti. L’indicatore è “facile” e viene pubblicato ogni mese.

Al contrario, il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’ILO viene stimato a seguito di sondaggi telefonici; i risultati sono pubblicati ogni tre mesi.

In questo secondo caso il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato stimato al 4.3%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 0.4 punti percentuali e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Constatiamo che a livello nazionale c’è un aumento delle persone in cerca di lavoro. I dati calcolati mediamente per lo stesso periodo secondo la Segreteria di Stato dell’economia mostravano invece un tasso di disoccupazione “solo” del 2.4%. Quindi il tasso di disoccupazione ILO risulta più alto di 1.8 volte. A questo punto starete pensando che “sì, c’è proprio una bella differenza tra questi due dati!” Eppure in Ticino la situazione è ancora peggiore.

Il tasso di disoccupazione calcolato dalla Segreteria di Stato per i primi tre mesi dell’anno era circa del 2.9%, ossia conteggiava circa 4’800 persone. Il tasso calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro invece è di ben il 7.2%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 1 punto percentuale e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Il tasso ILO è quindi 2,5 volte il tasso della SECO. In termini concreti parliamo di più di 12’700 persone alla ricerca di un posto di lavoro; di queste la maggioranza sparisce dal “radar” della SECO.

Ma perché nel caso del Canton Ticino questo dato diverge così tanto? Evidentemente c’è uno scollamento tra le persone che cercano lavoro e quelle che sono iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Vuoi perché non hanno maturato il diritto alle indennità, vuoi perché lo hanno esaurito o ancora perché sono scoraggiati, il fatto è che la disoccupazione in Ticino è un fenomeno più grave rispetto a quanto rilevato dalla Segreteria di Stato.

Conoscere questa differenza nei dati è di fondamentale importanza per poter mettere in atto politiche economiche efficaci e per poter dare risposta a tutte le persone che cercano un lavoro e che non lo trovano pur non essendo iscritte negli “albi ufficiali”.

Ancora una volta il mercato del lavoro in Ticino mostra la sua sofferenza: a noi individuarla e soprattutto cercare soluzioni per lenirla.

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L’Unione Europea pensa mentre la Cina fa

Il viaggio di Xi Jiping in Europa è finito. E ancora una volta è l’Unione Europea a mostrare la sua debolezza. Sì perché il presidente cinese in questa visita ha rafforzato i rapporti commerciali con Francia, Serbia e Ungheria. Questo nonostante le parole molto dure e anche stizzite della presidente uscente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. In effetti, durante il colloquio aveva dichiarato “abbiamo discusso delle questioni economiche e di commercio; ci sono degli squilibri, che suscitano gravi preoccupazioni e siamo pronti a difendere la nostra economia, se serve”.  Continuava poi muovendo dure critiche alla Cina per quanto riguarda i sussidi di Stato nelle produzioni come le auto elettriche, l’acciaio o i dispositivi medicali che evidentemente, a causa dei prezzi più bassi, guadagnano importantissime quote di mercato in Europa nuocendo alle imprese locali. Questa non è una novità, poiché  sono mesi oramai che l’Unione Europea apre indagini contro la Cina. In aggiunta, la presidente Von der Leyen ha invitato caldamente Pechino a intervenire nel conflitto ucraino facendo pressioni sulla Russia per quanto riguarda la minaccia nucleare e a non fornirle più alcun equipaggiamento militare. Crediamo che questi auspici cadranno nel vuoto, tant’è vero che da parte del presidente cinese non vi è stata nessuna dichiarazione in merito.

Ma non finisce qui. Xi Jiping in questo viaggio è riuscito a rafforzare ulteriormente le sue relazioni con Francia, Serbia e Ungheria.  Se nel caso francese i rapporti sono stati un po’ più complessi, con la Serbia e l’Ungheria si sono rafforzate ulteriormente alleanze già solide. In effetti, il presidente cinese definisce il rapporto con la Serbia un’ “ amicizia d’acciaio” e non a caso sono stati siglati ben 28 atti, tra accordi bilaterali e protocolli di intesa, per aumentare la cooperazione. Nel caso ungherese il presidente cinese si è mostrato ancora più vicino a questa nazione: oltre a parlare di “posizioni e visioni simili”, ha elogiato l’indipendenza del governo del premier Orban rispetto alla politica estera europea. Non per niente di recente il produttore cinese di auto elettriche BYD ha aperto la prima fabbrica europea proprio in Ungheria, paese che già ospita diversi produttori di batterie al litio. Anche in questo caso i due paesi hanno sottoscritto 18 nuovi accordi per aumentare la cooperazione economica e culturale. D’altronde non è una novità che l’Ungheria e il suo premier siano una spina nel fianco per l’Unione Europea.

È evidente che la Cina ha enormi interessi a penetrare ulteriormente il mercato europeo, d’altronde se la risposta europea è esclusivamente quella di cercare di bloccare l’accesso attraverso inchieste che limitino il commercio, Pechino non avrà grosse difficoltà a vincere.

Da sempre sottolineiamo che la competitività di un paese va ricercata nella formazione, nella ricerca e nello sviluppo di prodotti innovativi, di certo non innalzando barriere. Purtroppo, lo diciamo ancora una volta, l’Unione Europea sembra aver dimenticato che per progredire bisogna prima di tutto fare. E all’orizzonte non paiono esserci grandi progetti di un ritorno alla cara vecchia “industria”. Cosa che al contrario non disdegnano i cinesi, anzi ora vengono anche in Europa a produrre.

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L’importante differenza fra ricchezza e benessere

La ricchezza degli svizzeri è aumentata. O almeno è quello che sembrerebbe da una prima lettura dei dati appena pubblicati dalla Banca Nazionale svizzera relativi al 2023. Le attività finanziarie delle economie domestiche valevano ben 3’014 miliardi di franchi, ai quali dobbiamo aggiungere 2’659 miliardi di franchi del valore di mercato degli immobili. Rispetto all’anno scorso l’aumento è stato importante e rispettivamente del 2.3% e del 3.6%. Ma allora, perché non ci sentiamo tutti più benestanti? Perché ci sembra di fare sempre fatica ad arrivare alla fine del mese?
Innanzitutto dobbiamo differenziare il concetto del reddito da quello della ricchezza. Il reddito è ciò che effettivamente guadagniamo, quello che possiamo spendere immediatamente; per semplificare pensiamo allo stipendio o nel caso degli anziani alla rendita AVS. La ricchezza, invece, rappresenta ciò che abbiamo messo da parte e che magari abbiamo investito in attività che non possono essere per forza utilizzate subito. Pensiamo all’acquisto di obbligazioni della Confederazione o magari a una casa.
È per questo che molto probabilmente la maggioranza di noi non si è assolutamente accorta di essere diventata più ricca. In effetti, in alcuni casi si tratta addirittura di un arricchimento teorico. Pensiamo all’incremento del valore della nostra casa. Sulla carta siamo più ricchi perché i prezzi sul mercato sono aumentati, ma nella realtà a meno che non la vendiamo noi non guadagniamo niente. Anzi, paradossalmente potremmo trovarci a dover pagare più imposte sulla sostanza. O ancora, il valore delle prestazioni assicurative e di quelle pensionistiche rappresenta gli accantonamenti fatti per coprire le future richieste di risarcimento da parte degli assicurati, ma non per forza ci sarà un trasferimento uno a uno.
Ma c’è una seconda ragione, forse ancora più importante. Questo dato indica il patrimonio aggregato di tutte le persone residenti in Svizzera, mentre non dice nulla sulla sua distribuzione. Per cui troveremo nello stesso raggruppamento persone che possiedono ville enormi, pacchetti azionari e migliaia di obbligazioni di Stato, e altre che invece non hanno nulla. Per valutare la distribuzione della ricchezza dobbiamo utilizzare l’indice di Gini. Ma anche questo dato non ci dice ancora tutto. Per capire bene il benessere delle persone dovremmo valutare come è distribuita la ricchezza tra le classi più benestanti, ma soprattutto mettere questi dati in relazione al sistema fiscale (tasse di successione, tasse sul patrimonio,…) e ancora di più in relazione al sistema di sicurezza sociale. Se uno Stato offre ai suoi cittadini servizi di ottima qualità gratuiti e sistemi previdenziali sicuri, è davvero così importante risparmiare e accumulare patrimonio?

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Pubblicato da L’Osservatore – 4.05.2024

Politica: Giù le mani dalla Banca Nazionale Svizzera

La Banca Nazionale svizzera (BNS) questa settimana è stata oggetto di molta attenzione da parte della stampa. Vediamo perché.
La settimana si è aperta con la notizia che la BNS ha deciso di aumentare il tasso delle riserve minime obbligatorie dal 2.5% al 4% delle passività delle banche e di considerare tutti i depositi della clientela in questo calcolo. Ma andiamo con ordine. La riserva obbligatoria è un deposito in contanti che le banche secondarie devono tenere presso la banca centrale. Questa riserva è proporzionale ai depositi della clientela. Questa specie di “conto corrente” che le banche hanno presso le banche centrali serve a poter soddisfare la domanda dei clienti che vogliono ritirare immediatamente i loro contanti. Diciamo che è una sorta di garanzia per i clienti. In effetti, magari non tutti sanno che i contanti che noi depositiamo presso le banche vengono prestati ad altri oppure investiti. La conseguenza è che se tutti noi volessimo ritirare nello stesso momento i nostri averi, questo genererebbe la famosa corsa agli sportelli e quindi il crollo del sistema bancario. Ma la riserva obbligatoria ha anche un’altra funzione, quella di ridurre di un po’ la quantità di moneta che circola nel sistema. Se c’è meno moneta, ci sarà meno domanda e questo potrebbe far abbassare i prezzi. Ricordiamo che l’inflazione in Svizzera appare sotto controllo, ma che è sempre meglio non abbassare la guardia visto anche che la stessa Banca nazionale è stata l’unica Banca centrale a ridurre i tassi di interesse qualche settimana fa. Questa misura di aumento del tasso di riserva obbligatoria potrebbe quindi compensare un po’ questa decisione.
Qualche giorno dopo, la BNS ha annunciato un utile di 58,8 miliardi di franchi nel primo trimestre di quest’anno. Sicuramente questa è una buona notizia, soprattutto se la paragoniamo alle perdite realizzate negli ultimi due anni. Il buon risultato dipende principalmente (ca. 52 miliardi) dai guadagni fatti sulle valute estere che hanno acquisito forza rispetto al franco svizzero. Per semplificare, avendo noi tanta moneta estera, abbiamo guadagnato dal suo rafforzamento. All’aumento del valore dell’oro dobbiamo altri 9 miliardi di franchi di guadagno (in parte ridotti dalle perdite sugli investimenti in franchi svizzeri). Questa buona notizia non deve però far venire l’acquolina in bocca ai cantoni: affinché ci sia distribuzione di un utile, il risultato annuale dovrà essere superiore ai 65 miliardi. E data l’incertezza che regna in questo momento, meglio essere prudenti e non contabilizzare queste possibili entrate nei conti cantonali.
Infine ieri, venerdì 26 aprile, si è tenuta l’assemblea generale della BNS. In questo appuntamento, la presidente Barbara Janom Steiner, ha ricordato che il compito della BNS è quello di garantire la stabilità dei prezzi e non quello di realizzare utili da usare per assolvere i compiti che spettano alla politica. Quindi niente versamenti per la politica climatica o quella sociale.
Ricordiamo che l’indipendenza e l’autonomia della politica monetaria da quella fiscale è stata fino ad oggi una delle fonti più sicure del nostro benessere. Vediamo di non buttare via tutto.

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La crisi mondiale si fa sentire anche in Svizzera

I dati appena pubblicati sul commercio estero della Svizzera riferiscono di un primo trimestre di quest’anno non troppo entusiasmante. Le esportazioni hanno superato di poco i 64 miliardi di franchi mentre le importazioni si aggirano attorno ai 55,5 miliardi. Rispetto al trimestre precedente entrambi i flussi nominali, ossia i valori in franchi senza considerare l’effetto dell’inflazione, mostrano una riduzione, rispettivamente del -0.8% e del -1.9%. La situazione migliora un po’ se si va a guardare il dato in termini reali, quindi tenendo conto dell’effetto dei prezzi: in questo caso le esportazioni segnano + 0.6% e le importazioni una riduzione di “solo” -0.2%. La differenza tra esportazioni e importazioni, quindi il saldo della bilancia commerciale, chiude con una eccedenza di 8,6 miliardi di franchi.
Attenzione però, questo dato potrebbe indurci in errore. In effetti dobbiamo sempre ricordare che la Svizzera è un paese esportatore netto nonostante tre caratteristiche particolari. La prima è che la nostra nazione è piccola e questo significa che ha poca manodopera e anche poco territorio a disposizione per produrre. Nonostante ciò riusciamo a creare di più di quello che consumiamo e quindi a vendere all’estero. La seconda caratteristica è che la nostra nazione non dispone di una storia di industria pesante. Detto altrimenti non abbiamo un’industria automobilistica storica come la Germania e neppure cantieri navali come l’Italia. Infine, la terza caratteristica è che a differenza di altri paesi noi non abbiamo grandi risorse di materie prime. Questo implica che per poter produrre e vendere all’estero abbiamo bisogno di importare materie prime e prodotti semilavorati a cui aggiungeremo valore aggiunto con la nostra produzione. È proprio per questa ragione che quando le importazioni si riducono dobbiamo essere piuttosto cauti perché questo potrebbe significare che le nostre aziende esportatrici stanno vivendo un calo negli ordini e per questa ragione non comprano dall’estero. Ancora una volta comprendiamo quanto sia importante analizzare i dati economici aldilà dei semplici numeri.
In generale vediamo che la maggioranza dei settori economici ha visto le sue esportazioni ridursi. In particolare hanno sofferto il settore legato alla gioielleria, l’orologeria e gli strumenti di precisione. Anche il settore dei prodotti chimici e farmaceutici, punta di diamante delle nostre esportazioni, è rimasto pressoché stabile. Per quanto riguarda i mercati segnaliamo un certo rallentamento nelle vendite verso l’Asia (in particolare Singapore), un leggero aumento verso l’America del Nord e una certa stabilità verso l’Unione Europea. In questo caso, vediamo che purtroppo la maggioranza dei paesi (inclusi i nostri principali partner commerciali, Germania e Italia) mostra una riduzione degli acquisti, compensati in grande parte dall’aumento avvenuto con la Slovenia.
Naturalmente sappiamo che queste dinamiche dipendono fortemente dalla situazione internazionale, situazione internazionale che con l’allargarsi del conflitto Israelo-Palestinese non potrà far altro che peggiorare.

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Ticino: sempre più poveri e infelici

I fatti sono testardi.
Denuncio da tempo la situazione economica del nostro cantone e il generale e graduale impoverimento. E per questo sono spesso etichettata come disfattista o populista. La mia colpa? Ingigantire fenomeni “tutto sommato contenuti” se non addirittura, disturbare il manovratore.
Sfortunatamente, un’altra volta “cassandra” ha ragione. Vediamoli, questi fatti.
Il tasso di povertà in Ticino (2022) è del 12.8%, quattro punti sopra quello svizzero (8.2%). I ticinesi che non guadagnano abbastanza per vivere sono quasi 45 mila. Questi poveri (chiamiamoli con il loro nome!) vivono con al massimo 2’248 franchi al mese se sono soli o 4’010 franchi per due adulti con due bambini. Per darvi una misura ulteriore del problema, i ticinesi in Svizzera sono circa il 4%. I poveri ticinesi sono invece il 6.4%. rispetto ai poveri in Svizzera.
E la situazione è peggiorata rispetto all’anno prima, quando i poveri in Ticino erano 3’400 in meno.
Il nostro “povero” cantone vince anche la poco invidiabile classifica dei working poor, ossia coloro che pur avendo un lavoro non riescono a guadagnare abbastanza: sono oltre 7’000 persone. Il nostro tasso è del 5% contro una media nazionale del 3.8%. Siamo sul podio anche qui, ahimé.
Siamo al primo posto in Svizzera anche per il rischio di povertà. Mediamente a livello nazionale una persona su sette guadagna meno del 60% del reddito mediano, in Ticino siamo a più di una persona su cinque.
Se consideriamo il rischio di povertà a un livello ancora più precario, ossia le persone che guadagnano meno della metà del salario mediano, scopriamo che queste sono ben il 13.5% dei cittadini del Cantone (a livello nazionale la percentuale è del 9.2%). E questo numero di persone è aumentato di novemila unità dal 2021 al 2022: oggi sono quasi 47 mila.
Non è per niente un fenomeno “tutto sommato contenuto”.
Dietro queste cifre e percentuali, ci sono persone con le loro difficoltà quotidiane per vivere: persone che non si possono permettere una spesa imprevista, non possono (mai!) andare in vacanza, hanno arretrati di pagamenti, non possono comperare mobili nuovi. Tutte le cose che per il resto della popolazione sono acquisite, scontate, per questa gente sono un lusso inarrivabile.
E oltre questi dati, comincia ad emergere una rottura del tessuto sociale: in Ticino le persone che dichiarano di poter contare in caso di bisogno sull’aiuto morale, materiale o finanziario di terzi sono meno della media svizzera. Non siamo “solo” più poveri, siamo anche più soli.
Il Ticino è la regione svizzera dove più persone dichiarano di non sentirsi mai felici, sono insoddisfatte della propria situazione finanziaria, faticano a mettere soldi da parte e a sbarcare il lunario.
E non a caso il Ticino è anche il Cantone svizzero con il grado più basso di fiducia nelle istituzioni politiche. Triste, preoccupante. Ma non sorprendente.
È, come dicono gli americani, un incidente ferroviario al rallentatore. In passato la classe politica poteva far finta di non vedere la crisi, proprio per il suo procedere graduale. Ora questo treno sta accelerando e le conseguenze del problema, e della sua negazione a livello politico istituzionale, stanno per piombarci addosso in tutta la loro gravità.
L’inazione su questi temi non è più ormai una mancanza minore: è una colpa grave nei confronti dei nostri concittadini.

Pubblicato da diversi portali: TIO, Ticinonews, ETiCinforma

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Salari in Ticino: tutti giù per terra

In Ticino, per molti il sogno di una vita migliore si sta dissolvendo come neve al sole. Lo suggeriscono i dati sui salari pubblicati dall’ufficio federale di statistica. Queste cifre confermano una tendenza che denunciamo da tempo. La teoria economica, con le sue promesse di prosperità legata alla crescita, sembra beffarsi di noi, lasciandoci a mani vuote. Un lieve aumento dei salari rispetto al 2020? Una misera consolazione, quando si scopre che i redditi più alti hanno subito tagli drastici. Un vero e proprio schiaffo per chi ha sempre dato il massimo, tra questi i residenti svizzeri che sono i più colpiti da questa diminuzione.

Non siamo di fronte a una semplice battuta d’arresto, ma a quella che potrebbe diventare, se non si fa nulla, una vera e propria emergenza sociale: nemmeno i salari dei lavoratori più qualificati, come chi ha una formazione superiore, sono al sicuro. I settori che annunciano aumenti sono pochissimi, ad es. la ristorazione, la maggior parte invece lamenta diminuzioni importanti dei salari. In generale, vediamo i salari scendere nelle attività manifatturiere, nei servizi finanziari e assicurativi, nelle attività legali e in quelle legate alla contabilità, nelle professioni tecniche e scientifiche e in quelle della sanità e socialità.

E poi c’è la favola della riduzione del divario salariale tra uomini e donne. La beffa oltre al danno: in realtà, si tratta di un’uguaglianza al ribasso, dove tutti perdono, senza eccezioni. Il differenziale si rimpicciolisce non tanto perché le donne guadagnano di più, quanto perché gli uomini guadagnano di meno. Questa parità al ribasso non è quella che vogliamo.

Forse adesso che la crisi tocca anche i lavoratori più “fortunati” che dovrebbero essere i meglio rappresentati politicamente, i partiti storici finalmente si decideranno a fare qualcosa in difesa dei nostri salari.

Ma data la paralisi politica degli ultimi anni, ci vorrebbe un miracolo. Si potrebbe cominciare smettendo di negare la gravità della situazione con narrazioni di comodo. Il Ticino ha un problema di salari che adesso tocca anche i lavoratori meglio qualificati. La classe politica deve smetterla di guardare dall’altra parte. I nostri concittadini meritano di meglio.

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