Casse malati: soluzioni non slogan

L’argomento dei costi sanitari crescenti è un problema a più livelli che tocca almeno due aree cruciali. In primo luogo, abbiamo la questione dell’aumento dei premi assicurativi previsto per il prossimo anno. Qui, la Confederazione deve intervenire e negoziare con le casse malati. Se non ci sono margini per negoziare, il governo federale ha comunque il dovere di trovare risorse per evitare che l’intero onere ricada sui cittadini, come purtroppo succede da anni.
Questo non è un compito che i cantoni possono affrontare da soli . I cantoni ricchi possono aiutare i loro cittadini, ma gli altri non possono e tra questi sicuramente c’è il Canton Ticino che già si trova tra i Cantoni più generosi in termini di sussidi, ma che ha le finanze pubbliche alle strette.
La seconda faccia del problema è più profonda: il costo della sanità sta aumentando senza freni. Qui, non ci sono scorciatoie ideologiche. Alcuni propongono un sistema assicurativo unico, pubblico e in funzione del reddito, mentre altri suggeriscono di eliminare del tutto l’obbligo assicurativo. Queste sono ideologie contrapposte che hanno perso di vista l’obiettivo: trovare soluzioni concrete. Due principi devono guidarci: l’accesso alle cure per tutti e l’obbligo di assicurazione. Tra questi due paletti bisogna cercare soluzioni pratiche, concrete e che non siano un salto nel buio.
Le proposte attuali, come la cassa malati unica, o i premi in base al reddito, sono spesso improntate più a ideologie che a dati concreti. Non c’è nessuna analisi e nessuno studio indipendente che può assicurare ai cittadini che queste “riforme” porteranno a una diminuzione dei premi. Senza analisi o studi indipendenti, è come andare a fare la spesa senza conoscere i prezzi. Inaccettabile. E infatti i cittadini hanno sempre rifiutato questo tipo di proposte.
E proprio perché bisogna essere aperti a tutte le soluzioni forse sarebbe più utile partire dalla riflessione su come sarà la Svizzera tra vent’anni. Viviamo più a lungo, il che significa maggiori cure, specialmente nelle fasi avanzate della vita. Ma l’invecchiamento non è una malattia, è il decorso della vita. Questo potrebbe aprire la porta a un tipo di assicurazione sociale specifica per l’invecchiamento, separata dall’assicurazione malattia tradizionale, il che permetterebbe di ridurre notevolmente i costi nell’ambito della malattia. E questo mentre anche l’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti (AVS) necessita di un ripensamento strutturale. Questa è un’opzione che merita una valutazione seria, lontana da qualsiasi pregiudizio ideologico.
Se non mettiamo da parte le bandiere delle ideologie, non troveremo soluzioni ma slogan.

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Articolo pubblicato da diversi siti: Liberatv, Tio, Ticinonews

Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

Qualche giorno fa la segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato i dati dell’andamento del prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre del 2023 (aprile-giugno). Purtroppo le cose non sono andate bene come nel primo trimestre. In effetti, siamo passati da un tasso di crescita del +0.9% a un tasso attuale invariato (+0.0%). Questo significa che di fatto il prodotto interno lordo ossia il valore dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera in tre mesi è rimasto stabile. Il leggero aumento dei consumi delle famiglie (+0.4%) e di quello dello Stato (+0.1%) è stato compensato negativamente da una forte riduzione degli investimenti in beni di equipaggiamento (-3.7%), da quelli nelle costruzioni (-0.8%) e dalle esportazioni di beni (-1.2%). Non dimentichiamo che il settore delle costruzioni ha mostrato segni di rallentamento già a partire dal 2022. E proprio in quest’ottica vediamo che anche altri settori hanno sofferto nell’ultimo trimestre. Primo tra tutti segnaliamo l’industria manifatturiera che ha subito una diminuzione di quasi il 3%. Questo dato risente sicuramente dell’andamento dell’industria chimico-farmaceutica che dopo la grande crescita eccezionale registrata negli ultimi anni ha mostrato una certa stagnazione a partire dal 2022. A pesare anche l’industria metalmeccanica che ha risentito particolarmente del contesto internazionale. Chi invece sorride è il settore dell’alloggio e della ristorazione che segna un aumento di ben il 5.2% rispetto al trimestre precedente. Anche il commercio, il settore della sanità e quello dell’intrattenimento registrano dati abbastanza positivi.
Naturalmente questi risultati non sono un fulmine a ciel sereno, anzi. I dati relativi all’andamento macroeconomico dei principali paesi nostri partner commerciali e la riduzione delle esportazioni, in aggiunta ai dati del rallentamento degli ordinativi nell’industria, avevano già fatto presagire un risultato del genere.
Quello che ora si chiedono gli esperti e però cosa accadrà nei prossimi mesi. Proprio oggi in Svizzera è stato pubblicato il dato della disoccupazione che mostra un leggero aumento (dall’1.9% al 2%). Certo l’aumento è minimo e probabilmente dipende dalla stagionalità, quindi non dobbiamo temere troppo. Tuttavia non possiamo nemmeno ignorare i segnali che ci arrivano dalla situazione internazionale. Prendiamo ad esempio gli indicatori degli ordini industriali di Stati Uniti e Germania. Il mondo è fortemente connesso quindi se questi paesi rallentano la loro produzione vuol dire che la domanda in generale è rallentata e quindi anche le ordinazioni alle nostre aziende ne risentiranno. Non da meno non dimentichiamo l’impatto che gli aumenti dei costi potranno avere sulla frenata della domanda dei consumi delle famiglie anche in Svizzera. I premi cassa malati, l’energia, gli affitti faranno sì che le classi medie-basse saranno obbligate a ridurre i loro consumi. E ricordiamo, i consumi rappresentano la metà del nostro prodotto interno lordo. Se i consumi scendono, la produzione diminuisce, questo significa licenziamenti, meno entrate per lo Stato e più spese, che comportano a loro volta una riduzione dei consumi. Insomma, speriamo proprio che questi segnali non siano anticipatori di quanto accadrà nei prossimi mesi.

La versione audio: Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta

UBS, la più grande banca svizzera, ha annunciato i risultati molto attesi del secondo trimestre di quest’anno. I conti si sono chiusi con un utile di oltre 25 miliardi di franchi. Durante la conferenza stampa è emerso che il marchio di Credit Suisse continuerà ad esistere fino al 2025, quando tutti i clienti saranno integrati nel sistema di UBS. Inoltre, entrambe le banche hanno rassicurato che manterranno gli impegni di sponsorizzazione verso associazioni sociali, culturali e sportive almeno fino al 2025.

La borsa ha positivamente reagito a questi risultati, portando ad un aumento del 6% del valore delle azioni di UBS, che sono arrivate a 23 franchi, un livello che non si registrava da anni.

Ma facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 2023, dopo un pressante “invito” del governo, UBS ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse, una banca che si trovava sull’orlo del fallimento a causa di strategie errate e operazioni discutibili negli anni passati. Pochi giorni dopo, UBS ha richiamato Sergio Ermotti al comando, suscitando grande sollievo tra gli svizzeri. Sotto la guida di Ermotti, l’11 agosto, UBS ha annunciato di rinunciare a tutti gli aiuti e le garanzie statali.

Questa notizia è stata sicuramente positiva per i cittadini svizzeri, ma è stata anche una sconfessione per quei politici che per mesi hanno messo in discussione l’intervento del governo, l’urgenza di una soluzione e le capacità stesse di UBS nell’affrontare questa acquisizione. La politica spesso si nutre di polemiche sterili, ma speriamo che gli stessi attori si impegnino invece nel risolvere problemi reali.

Purtroppo, durante la conferenza stampa, è arrivata anche l’altra notizia attesa: in Svizzera verranno persi circa 3’000 posti di lavoro su un totale di 38’000 offerti attualmente dalle due banche. È rassicurante leggere le prese di posizione dei sindacati di categoria che hanno valutato le condizioni del piano sociale come molto buone. Nonostante ciò, non possiamo fare a meno di pensare e di esprimere massima solidarietà a queste 3’000 persone e alle loro famiglie, che, come accade sempre quando si perde il lavoro, si troveranno ad affrontare periodi molto difficili.

Auguriamo a tutte loro di poter trovare al più presto una nuova occupazione, perché, a differenza di quanto alcuni vorrebbero farci credere, il lavoro rimane fondamentale nella vita di ognuno di noi.

La versione audio: UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta

La carne? Solo per i ricchi

Qualche giorno fa Urs Brändli il presidente di Bio Suisse, la principale organizzazione di promozione dell’agricoltura biologica in Svizzera, ha affermato che “il prezzo degli alimentari deve salire”. Come me tanti saranno sobbalzati sulla sedia.
La sua tesi è che non sono tanto i prodotti biologici a costare tanto quanto gli altri prodotti a costare troppo poco. La soluzione? Introdurre tasse così da alzare i prezzi dei beni convenienti e rendere competitivi gli acquisti dei prodotti bio. In aggiunta, specifica che uno dei primi campi in cui bisognerebbe intervenire è quello della carne.
Da economista mi sono chiesta se il mondo abbia cominciato a girare al contrario oppure se le leggi economiche siano state stravolte di recente.
Che molti beni prodotti non contengano tutti i costi generati (le famose esternalità negative) è una cosa nota e risaputa e nessuno la mette in dubbio. Utilizzare però questo argomento per educare i cittadini a vivere la vita che alcuni ritengono “giusta” inizia a essere anche in Svizzera un’abitudine pericolosa.
Ancora più pericolosa lo è se mette in discussione progressi che consentono oggi anche alle classi sociali meno benestanti di avere accesso a beni e servizi cinquant’anni fa riservati solo ai ricchi.
Sì perché il progresso tecnologico e le economie di scala hanno consentito alle aziende di abbassare notevolmente i costi di produzione e quindi di ridurre i prezzi di vendita.
Ed è proprio questa la logica che deve portare le aziende a essere più efficienti: la riduzione dei costi consente di abbassare i prezzi e di conquistare fette di mercato.
Al contrario il presidente di Bio Suisse vorrebbe che sia la mano dello Stato a rendere i prodotti di cui lui è rappresentante maggiormente venduti. E che cosa suggerisce? Nuove tasse. Nuove tasse che come al solito vanno a gravare sulle famiglie più povere. D’altra parte, perché permettere ai figli di persone che guadagnano poco di viaggiare per il mondo in aereo e scoprire nuove realtà? O ancora perché non obbligarli a utilizzare i mezzi pubblici vietando l’acquisto di automobili poco costose? E adesso perché permettere a queste famiglie di mangiare della carne?
Più volte il popolo svizzero si è espresso contro i divieti, ma anche questo genere di tasse lo diventano, soprattutto per le persone che hanno poca disponibilità economica.
Vogliamo davvero ritornare ad una società che viaggia a due velocità? E non è che il progresso economico e sociale stia proprio nel fatto che gli individui abbiano le risorse per fare le loro scelte in maniera libera?
Ma forse come in ogni epoca anche oggi i nobili hanno bisogno di un popolo affamato. E non per niente riecheggia nelle nostre orecchie la nobildonna che disse: “se non hanno più pane, che mangino brioches“.

La carne? Solo per i ricchi

Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

L’inflazione persiste. Purtroppo. I segnali che sono arrivati alle banche centrali nelle ultime settimane non sono bastati a rallentare gli incrementi dei tassi di interesse. Per il momento solo la Federal Reserve (FED) ha fermato la corsa decidendo di lasciarli tra il 5% e il 5.25%. Sottolineiamo “per il momento” perché la FED ha già precisato che altri aumenti sono all’orizzonte, causando la reazione negativa di Wall Street. Non nascondiamo che questo annuncio a noi pare inutilmente dannoso: il tasso di inflazione americano è sì ancora elevato, ma dà segnali di rallentamento. In effetti, in maggio i prezzi sono aumentati del 4% (4.9% in aprile). Si è ancora lontani dal famoso 2%, tasso che la teoria economica individua come limite per poter parlare di stabilità dei prezzi, ma forse ora bisognerebbe dare il tempo alla politica monetaria di espletare i suoi effetti e di valutare quelli che peseranno sull’economia reale.

Chi non poteva decidere diversamente invece è stata la Banca d’Inghilterra, che ha annunciato un aumento dei tassi di 50 punti portandoli al 5%. D’altronde il tasso di inflazione pubblicato poche ore prima non lasciava molte speranze: l’indice dei prezzi al consumo si è confermato ancora in maggio all’8.7% e, fatto ancora più grave, il tasso dell’inflazione core (lo zoccolo dell’inflazione che non calcola i prezzi variabili come quelli dei generi alimentari freschi e dell’energia) è addirittura aumentato dal 6.8% al 7.1%. Quindi niente da fare per la Banca d’Inghilterra che si è trovata le mani legate.

Chi a nostro avviso invece avrebbe potuto decidere più liberamente e diversamente è la Banca Nazionale svizzera (BNS). Il nostro tasso di inflazione è fortunatamente molto più basso di quello europeo: in maggio l’indice dei prezzi segnava +2.2% (in aprile il tasso era del 2.6%). Tuttavia la preoccupazione dovrebbe essere per cosa succederà al potere d’acquisto dei cittadini nei prossimi mesi. Gli aumenti degli affitti, la crescita dei tassi di interesse sulle ipoteche o ancora i prezzi energetici ci renderanno più poveri. A questo aggiungiamo un peggioramento delle previsioni di crescita, che avranno probabilmente effetto anche sui salari. Magari si poteva evitare un ulteriore aumento.

E chiudiamo con la Turchia, dove la situazione è ancor più drammatica. Dopo mesi di politiche economiche non convenzionali che hanno visto la riduzione dei tassi di interesse dal 19% all’8.5% in un contesto di inflazione crescente, la banca centrale ha ora operato un radicale cambiamento aumentando i tassi di 650 punti base al 15%. È un tasso enorme in apparenza. In apparenza perché se lo paragoniamo a quello dell’inflazione, ancora al 40%, si ridimensiona. Ma purtroppo non si ridimensiona la drammaticità del potere d’acquisto dei cittadini di questo Paese.

Tratto da L’Osservatore del 24.06.2023

La versione audio: Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

Perché la lotta all’inflazione ci alza l’affitto (e altre spese)

Tassi d’interesse e mercato immobiliare, un costoso ritorno alla normalità

In questi giorni chi vive in affitto ha cominciato a ricevere dagli amministratori condominiali le indicazioni su un (eventuale) rincaro della sua pigione a partire dal prossimo settembre (conseguenza dell’adeguamento da parte di Berna del tasso di riferimento nei contratti di locazione, dall’1,25 all’1,5%).

D’altra parte nell’area OCSE, di cui la Svizzera fa parte, si inizia a registrare un calo dei prezzi delle abitazioni dopo anni di crescita costante: un fenomeno legato all’adeguamento del tasso guida da parte delle banche centrali. Cerchiamo di riordinare le idee attorno al dossier immobiliare con l’economista Amalia Mirante, per poi allargare il discorso e cercare di capire come se la sta… cavando il nostro potere d’acquisto. 

Prezzi degli immobili, verso una correzione

Dottoressa Mirante, a livello internazionale si iniziano a intravvedere i segni di un calo del costo degli immobili residenziali. C’era da attenderselo? E in Svizzera?

Non è inatteso, poiché è aumentato il costo del denaro in prestito, rendendo più caro acquistare un immobile, di conseguenza la domanda di questi beni si contrae. L’offerta inizialmente rimane piuttosto stabile o persino continua a crescere, perché la reazione dei soggetti economici è sempre un po’ in ritardo rispetto ai mutamenti imposti, in questo caso, dalle Banche centrali: dunque per incentivare l’acquisto quello che succede è che il prezzo scende, diminuisce. In una situazione come questa, il rischio che esplodano bolle speculative aumenta, specialmente se nel corso degli anni il valore degli immobili è stato un po’ sopravvalutato, e dunque si è costruito tanto senza che ci fossero realmente soggetti in grado di comperare questi immobili. L’aumento dei tassi di interessi ristabilisce un ordine, solo che alcuni nodi possono arrivare al pettine in maniera dolorosa. Non credo però che questo avverrà in Svizzera, anzitutto perché per accedere al prestito ipotecario oggi bisogna rispondere a una serie di condizioni finanziarie stringenti. Inoltre nelle grandi città del Paese la domanda di abitazioni rimane molto elevata, poiché il mercato del lavoro elvetico è sempre alla ricerca di profili altamente qualificati: vi è dunque un influsso di persone dall’estero che venendo in Svizzera incrementano la domanda.

In Ticino però la situazione è diversa, si è costruito molto, e la domanda non è sempre presente.

I tassi di interesse negativi hanno spinto molti investitori istituzionali, come per esempio le casse pensioni, o chi disponeva di grandi patrimoni a puntare sul mattone: il basso costo del denaro permetteva di costruire e di uscirne in positivo affittando magari soltanto un terzo, o un quarto degli edifici costruiti.

“I nuovi tassi sono la normalità” 

Ecco. Chi ha costruito negli anni scorsi non rischia dunque di perdere parte del proprio investimento?

Dipende un po’ anche dalla sfortuna o fortuna, cioè da quando è fissato il termine per le ipoteche negoziate negli anni scorsi. Dal mio un punto di vista però se i tassi rimangono quelli attuali la situazione rimane tutto sommato sostenibile. Chi ha una proprietà immobiliare e si trova alla scadenza ipotecaria sarà confrontato con un incremento del tasso ipotecario di interesse, ma se anche questo venisse portato al 2,5% per 5-6 anni, siamo in quella che definirei una situazione macroeconomicamente normale. È quello che c’era prima che non era nella norma. Naturalmente chi nella sua proprietà ha degli affittuari andrà a recuperare i suoi soldi ribaltando su questi i nuovi tassi di interesse, portando a aumenti significativi delle pigioni.

Ci torniamo. Intanto lei pensa che a causa del maggior costo delle ipoteche molte persone possano decidere di rimanere in affitto, invece di lanciarsi nell’avventura di comprare o costruir casa?

Potrebbe infatti, è vero, avverarsi una correzione dei prezzi degli immobili e dei terreni, che sono sempre cresciuti, anche in maniera un po’ esagerata, negli ultimi anni. Se io pago un po’ di più in tassi di interesse ma si riduce del 10% il prezzo dell’immobile, il nuovo equilibrio mi favorisce. Ma come spiegavo in precedenza, le politiche monetarie non mostrano subito i loro effetti. Ora dobbiamo sperare che l’inflazione continui a rallentare. E così si possa tirare il fiato anche sulla risalita dei tassi d’interesse: giovedì la Banca Nazionale dovrebbe trovarsi per decidere, vedremo se seguirà la BCE che ha di nuovo aumentato il suo tasso guida, oppure se seguirà la Fed, che è rimasta stabile. In questo momento si potrebbe dire che in Svizzera l’inflazione è sotto controllo (a maggio era al 2,2%).

Perché la lotta all’inflazione ci alza l’affitto (e altre spese)

Prima parlava dell’aumento degli affitti come conseguenza dei nuovi tassi di riferimento. È una nostra impressione o la lotta all’inflazione, alla crescita del costo dei beni di consumo, si fa innalzando altri costi, in questo caso quello dell’affitto che è solitamente la voce spesa più importante per un’economia domestica

Lo scopo è rallentare la domanda e gli investimenti. Come si fa? La politica monetaria tradizionale prevede di agire con l’aumento del tasso di interesse, rendendo più costoso prendere denaro a prestito. Se il leasing dell’automobile, per esempio, mi costa 2-3% in più, ci penserò due prima di cambiare automobile. Bisogna cioè fare in modo che le persone e le aziende spendano in misura minore. Nei fatti se ho costi maggiori per ciò che devo per forza consumare, non consumerò altri beni. È chiaro che si tratta di leve pericolose: non vogliamo una crisi economica, non vogliamo disoccupati, non vogliamo che la crescita si fermi. Però, d’altra parte, le conseguenze di un’inflazione elevata sono molto più gravi di 1-2 anni di rallentamento economico. Il sistema economico e il nostro stato sociale possono rispondere in maniera più efficace e con meno costi a un temporaneo aumento della disoccupazione e a una riduzione dei redditi reali, che non alle conseguenze causate da inflazione elevata e prolungata.

Di recente lei ha detto che l’aumento, prospettato, degli affitti si inserisce in una tendenza, quella che vede l’inflazione spostarsi all’interno del Paese. Che cosa significa?

Sì, e mi spiego. Il peso di fattori esterni, come i prodotti energetici di importazione si molto è ridimensionato. Adesso iniziamo a riscontrare il fatto che l’inflazione sui beni e servizi prodotti localmente (tra cui gli affitti) è più alta di quella sui beni importati. È come se l’inflazione sia stata assimilata dal nostro sistema economico. A ciò si spera segua ora un ulteriore adeguamento dei salari verso l’alto, per controbilanciare l’aumento dei prezzi. A ciò dovrebbe affiancarsi anche una attenzione da parte della politica fiscale. Vale la pena ricordare che vi sono anche importanti voci di spesa che, diversamente dagli affitti, non rientrano nell’ Indice dei prezzi al consumo, indice con cui si calcola l’inflazione. Parlo per esempio dei costi della salute, oppure delle imposte. Fattori che possono determinare un calo importante del potere d’acquisto per le persone. Una politica economica seria dovrebbe tenere conto di tutti i fattori, considerare come aiutare per esempio i pensionati, chi ha difficoltà a pagare i premi di cassa malati o le piccole-medie imprese. Tutto però dipenderà da quando ancora durerà questa crisi inflattiva: se da qui ai prossimi 3-4 mesi non si tornasse a un tasso di inflazione dell’1,5%, sarà opportuno un nuovo intervento straordinario da parte della politica sociale. Se i tassi di crescita dell’economia sono positivi, se i redditi più o meno tengono, se le persone pur con alcuni sacrifici riescono ad andare avanti, difficilmente lo Stato (specie quello elvetico, tradizionalmente poco interventista) si sentirà in obbligo di agire.

Tassi d’interesse e mercato immobiliare, un costoso ritorno alla normalità



In questi giorni chi vive in affitto ha cominciato a ricevere dagli amministratori condominiali le indicazioni su un (eventuale) rincaro della sua pigione a partire dal prossimo settembre (conseguenza dell’adeguamento da parte di Berna del tasso di riferimento nei contratti di locazione, dall’1,25 all’1,5%).

D’altra parte nell’area OCSE, di cui la Svizzera fa parte, si inizia a registrare un calo dei prezzi delle abitazioni dopo anni di crescita costante: un fenomeno legato all’adeguamento del tasso guida da parte delle banche centrali. Cerchiamo di riordinare le idee attorno al dossier immobiliare con l’economista Amalia Mirante, per poi allargare il discorso e cercare di capire come se la sta… cavando il nostro potere d’acquisto. 

Prezzi degli immobili, verso una correzione

Dottoressa Mirante, a livello internazionale si iniziano a intravvedere i segni di un calo del costo degli immobili residenziali. C’era da attenderselo? E in Svizzera?

Non è inatteso, poiché è aumentato il costo del denaro in prestito, rendendo più caro acquistare un immobile, di conseguenza la domanda di questi beni si contrae. L’offerta inizialmente rimane piuttosto stabile o persino continua a crescere, perché la reazione dei soggetti economici è sempre un po’ in ritardo rispetto ai mutamenti imposti, in questo caso, dalle Banche centrali: dunque per incentivare l’acquisto quello che succede è che il prezzo scende, diminuisce. In una situazione come questa, il rischio che esplodano bolle speculative aumenta, specialmente se nel corso degli anni il valore degli immobili è stato un po’ sopravvalutato, e dunque si è costruito tanto senza che ci fossero realmente soggetti in grado di comperare questi immobili. L’aumento dei tassi di interessi ristabilisce un ordine, solo che alcuni nodi possono arrivare al pettine in maniera dolorosa. Non credo però che questo avverrà in Svizzera, anzitutto perché per accedere al prestito ipotecario oggi bisogna rispondere a una serie di condizioni finanziarie stringenti. Inoltre nelle grandi città del Paese la domanda di abitazioni rimane molto elevata, poiché il mercato del lavoro elvetico è sempre alla ricerca di profili altamente qualificati: vi è dunque un influsso di persone dall’estero che venendo in Svizzera incrementano la domanda.

In Ticino però la situazione è diversa, si è costruito molto, e la domanda non è sempre presente.

I tassi di interesse negativi hanno spinto molti investitori istituzionali, come per esempio le casse pensioni, o chi disponeva di grandi patrimoni a puntare sul mattone: il basso costo del denaro permetteva di costruire e di uscirne in positivo affittando magari soltanto un terzo, o un quarto degli edifici costruiti.

“I nuovi tassi sono la normalità” 

Ecco. Chi ha costruito negli anni scorsi non rischia dunque di perdere parte del proprio investimento?

Dipende un po’ anche dalla sfortuna o fortuna, cioè da quando è fissato il termine per le ipoteche negoziate negli anni scorsi. Dal mio un punto di vista però se i tassi rimangono quelli attuali la situazione rimane tutto sommato sostenibile. Chi ha una proprietà immobiliare e si trova alla scadenza ipotecaria sarà confrontato con un incremento del tasso ipotecario di interesse, ma se anche questo venisse portato al 2,5% per 5-6 anni, siamo in quella che definirei una situazione macroeconomicamente normale. È quello che c’era prima che non era nella norma. Naturalmente chi nella sua proprietà ha degli affittuari andrà a recuperare i suoi soldi ribaltando su questi i nuovi tassi di interesse, portando a aumenti significativi delle pigioni.

Ci torniamo. Intanto lei pensa che a causa del maggior costo delle ipoteche molte persone possano decidere di rimanere in affitto, invece di lanciarsi nell’avventura di comprare o costruir casa?

Potrebbe infatti, è vero, avverarsi una correzione dei prezzi degli immobili e dei terreni, che sono sempre cresciuti, anche in maniera un po’ esagerata, negli ultimi anni. Se io pago un po’ di più in tassi di interesse ma si riduce del 10% il prezzo dell’immobile, il nuovo equilibrio mi favorisce. Ma come spiegavo in precedenza, le politiche monetarie non mostrano subito i loro effetti. Ora dobbiamo sperare che l’inflazione continui a rallentare. E così si possa tirare il fiato anche sulla risalita dei tassi d’interesse: giovedì la Banca Nazionale dovrebbe trovarsi per decidere, vedremo se seguirà la BCE che ha di nuovo aumentato il suo tasso guida, oppure se seguirà la Fed, che è rimasta stabile. In questo momento si potrebbe dire che in Svizzera l’inflazione è sotto controllo (a maggio era al 2,2%).

Perché la lotta all’inflazione ci alza l’affitto (e altre spese)

Prima parlava dell’aumento degli affitti come conseguenza dei nuovi tassi di riferimento. È una nostra impressione o la lotta all’inflazione, alla crescita del costo dei beni di consumo, si fa innalzando altri costi, in questo caso quello dell’affitto che è solitamente la voce spesa più importante per un’economia domestica

Lo scopo è rallentare la domanda e gli investimenti. Come si fa? La politica monetaria tradizionale prevede di agire con l’aumento del tasso di interesse, rendendo più costoso prendere denaro a prestito. Se il leasing dell’automobile, per esempio, mi costa 2-3% in più, ci penserò due prima di cambiare automobile. Bisogna cioè fare in modo che le persone e le aziende spendano in misura minore. Nei fatti se ho costi maggiori per ciò che devo per forza consumare, non consumerò altri beni. È chiaro che si tratta di leve pericolose: non vogliamo una crisi economica, non vogliamo disoccupati, non vogliamo che la crescita si fermi. Però, d’altra parte, le conseguenze di un’inflazione elevata sono molto più gravi di 1-2 anni di rallentamento economico. Il sistema economico e il nostro stato sociale possono rispondere in maniera più efficace e con meno costi a un temporaneo aumento della disoccupazione e a una riduzione dei redditi reali, che non alle conseguenze causate da inflazione elevata e prolungata.

Di recente lei ha detto che l’aumento, prospettato, degli affitti si inserisce in una tendenza, quella che vede l’inflazione spostarsi all’interno del Paese. Che cosa significa?

Sì, e mi spiego. Il peso di fattori esterni, come i prodotti energetici di importazione si molto è ridimensionato. Adesso iniziamo a riscontrare il fatto che l’inflazione sui beni e servizi prodotti localmente (tra cui gli affitti) è più alta di quella sui beni importati. È come se l’inflazione sia stata assimilata dal nostro sistema economico. A ciò si spera segua ora un ulteriore adeguamento dei salari verso l’alto, per controbilanciare l’aumento dei prezzi. A ciò dovrebbe affiancarsi anche una attenzione da parte della politica fiscale. Vale la pena ricordare che vi sono anche importanti voci di spesa che, diversamente dagli affitti, non rientrano nell’ Indice dei prezzi al consumo, indice con cui si calcola l’inflazione. Parlo per esempio dei costi della salute, oppure delle imposte. Fattori che possono determinare un calo importante del potere d’acquisto per le persone. Una politica economica seria dovrebbe tenere conto di tutti i fattori, considerare come aiutare per esempio i pensionati, chi ha difficoltà a pagare i premi di cassa malati o le piccole-medie imprese. Tutto però dipenderà da quando ancora durerà questa crisi inflattiva: se da qui ai prossimi 3-4 mesi non si tornasse a un tasso di inflazione dell’1,5%, sarà opportuno un nuovo intervento straordinario da parte della politica sociale. Se i tassi di crescita dell’economia sono positivi, se i redditi più o meno tengono, se le persone pur con alcuni sacrifici riescono ad andare avanti, difficilmente lo Stato (specie quello elvetico, tradizionalmente poco interventista) si sentirà in obbligo di agire.

Intervista tratta da il Federalista del 19.06.2023

Previsioni economiche: nuvole all’orizzonte

In questa settimana sia la segreteria di Stato nell’economia (Seco) che il centro di ricerca congiunturale del politecnico federale di Zurigo (KOF) hanno presentato le previsioni per l’andamento economico della Svizzera per il 2023 e il 2024. Entrambi gli istituti evidenziano che la crescita del prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre e nella seconda parte di quest’anno dovrebbe essere inferiore rispetto a quanto avvenuto nel primo trimestre. Questo dipende dalla congiuntura mondiale che si trova in una fase di rallentamento. L’inflazione estremamente elevata nell’Unione Europea e anche negli Stati Uniti gioca ancora un ruolo importante nella riduzione del potere d’acquisto dei cittadini e quindi sulla domanda di consumi delle famiglie. Questo, unito all’incremento dei prezzi anche in Svizzera, che dovrebbe attestarsi a fine anno attorno al 2.3%, farà sì che la crescita del PIL sarà “solo” dell’1.5%.

Nonostante la riduzione del potere d’acquisto sarà ancora la domanda delle famiglie ad alimentare l’andamento positivo. Anche gli investimenti delle imprese dovrebbero mostrare un andamento positivo a differenza della spesa pubblica chiamata a forti riduzioni, soprattutto relazione al periodo Covid-19. I dati relativi agli investimenti in costruzione rimangono negativi, tuttavia si evidenzia una ripresa per quelli residenziali.

E quale sarà l’impatto di questa crescita del PIL sul mercato del lavoro? A detta degli esperti la disoccupazione dovrebbe leggermente diminuire raggiungendo così i minimi storici. Nonostante questa notizia positiva segnaliamo che i salari reali purtroppo non vedranno un aumento poiché i loro incrementi non saranno ancora sufficienti a compensare l’inflazione. Detto questo come ogni volta non ci resta che tenere le dita incrociate e sperare che tutti i fattori che influenzano l’andamento economico a livello mondiale giochino a nostro favore.

La versione audio: Previsioni economiche: nuvole all’orizzonte

Ticino: sempre più frontalieri e sempre meno residenti

L’ufficio cantonale di statistica fa un ottimo lavoro che ci aiuta a comprendere la nostra economia. Nell’ultimo pubblicato qualche giorno fa si parla del mercato del lavoro in un’ottica di medio-lungo periodo.

Leggiamo “il numero di lavoratori residenti continua a calare, così come sono sempre meno i giovani e gli immigrati. Considerate queste dinamiche demografiche e i saldi migratori recenti, i posti di lavoro liberati e creati sul mercato del lavoro ticinese sono stati occupati principalmente da frontalieri.”

Queste frasi dovrebbero far scattare in tutti noi un campanello d’allarme. Per anni la politica ha negato che la libera circolazione delle persone nel nostro cantone abbia creato principalmente posti di lavoro per persone non residenti. Ora che i numeri lo confermano, tutto tace.

Già i dati annuali pubblicati qualche mese fa confermavano questa tendenza. Tra il 2012 e il 2022 c’è stato un saldo positivo di quasi 27’000 occupati in più. Ma attenzione, il dato non deve trarre in inganno. In Ticino rispetto a 10 anni fa si sono registrati 3’000 occupati svizzeri in meno. E allora, chi sono questi 30’000 occupati in più nel cantone? Circa 7’500 persone hanno un permesso di domicilio; altre 21’500 sono frontaliere. Questo ha portato la quota degli occupati svizzeri e domiciliati a ridursi di ben 5 punti percentuali. Al contrario, i frontalieri sono passati da quasi il 26% a circa il 32% degli occupati.

I dati del primo trimestre del 2023 hanno confermato esattamente la stessa tendenza. In aggiunta, i ricercatori dell’ufficio cantonale di statistica evidenziano un’altra problematica: l’aumento delle persone inattive riduce il tasso di attività nel Canton Ticino di quasi 2 punti percentuali in un decennio (dal 58.7% del 2013 al 56.9% dal 2023 ). Questo significa che ci stiamo allontanando ancora di più rispetto al resto della Svizzera. Le dinamiche demografiche sono note: nascono sempre meno bambini e, fortunatamente, viviamo più a lungo. Ma a questo dobbiamo aggiungere che i nostri giovani non trovando opportunità professionali in linea con le loro qualifiche e competenze si trovano a dover emigrare oltre Gottardo oppure a non rientrare una volta finiti gli studi.

Una domanda sorge spontanea: com’è possibile che sono stati creati migliaia di posti di lavoro e contemporaneamente i nostri giovani emigrano?

Per molto tempo è stato detto che i posti di lavoro occupati dai frontalieri erano quelli che rifiutavano i residenti. Eppure i settori in cui si registrano gli aumenti più importanti di frontalieri sono l’informazione e la comunicazione (occupati raddoppiati), le attività professionali, scientifiche e tecniche (da 3’900 persone a 9’500) e le attività amministrative e nei servizi di supporto alle aziende (da 4’000 persone a 7’500).

Ora vi starete dicendo che i vostri figli e le vostre nipoti si sono formati proprio in quei campi lì; e allora perché non trovano un posto di lavoro?

La discriminante rimane sempre la stessa: il salario. Fintantoché le aziende e lo Stato non riconosceranno che questo è un problema, il Ticino è destinato a essere da una parte terra di accoglienza per persone che lavorano ma non risiedono e dall’altra, terra di emigrazione per i figli dei residenti.

La versione audio: Ticino: sempre più frontalieri e sempre meno residenti

Svizzera: l’economia va bene o va male?

I dati pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) hanno confermato che l’economia svizzera nei primi tre mesi dell’anno è andata bene. La crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’anno è stata dello +0.5% rispetto al trimestre precedente. Se guardiamo la variazione su base annuale, quindi rispetto a quanto successo nei mesi di gennaio-febbraio-marzo del 2022, la crescita è stata addirittura dello 0.9%.
Nel dettaglio i dati confermano che sono stati principalmente i consumi e gli investimenti in macchinari a portare a questi risultati. Analizzando nel dettaglio emerge che il settore che ha trainato la spesa delle famiglie è stato quello del turismo e della mobilità. In effetti, i settori dell’alloggio, della ristorazione e delle attività di intrattenimento hanno mostrato tassi di crescita incoraggianti. Il dato sul commercio (+2.1% su base trimestrale) non deve trarre in inganno: gli aumenti sono stati registrati principalmente nel commercio all’ingrosso e in quello delle automobili; il commercio al dettaglio è diminuito leggermente.

La spesa pubblica, come ampiamente previsto è rimasta stabile su base trimestrale ed è leggermente diminuita su base annua. Da tempo sappiamo del disimpegno rispetto alle politiche pubbliche che hanno caratterizzato il periodo della crisi Covid-19.

E arriviamo alle esportazioni. Se i dati dei primi tre mesi dell’anno sono stati buoni, la doccia fredda è arrivata qualche giorno fa quando sono stati pubblicati quelli della bilancia commerciale nel mese di aprile. Ricordiamo che la bilancia commerciale registra le merci fisiche che passano la dogana in entrata e in uscita dalla Svizzera. Non dobbiamo allarmarci troppo però. Il dato è relativo a un solo mese e soprattutto la base di partenza dei mesi precedenti era estremamente elevata: in parole molto più semplice, nei mesi precedenti le esportazioni del settore farmaceutico e chimico avevano già raggiunto livelli record. Non a caso è proprio questo settore che ha determinato la parte maggiore della variazione negativa del 5.2% mensile in termini reali (al netto dell’andamento dei prezzi). Non ci stupisce d’altronde che uno dei paesi in cui abbiamo registrato la riduzione delle esportazioni maggiori sia la Germania, nazione tecnicamente in recessione (due trimestri di fila il PIL è diminuito).

Dopo questi dati incoraggianti ci saremmo aspettati delle buone prospettive future. E invece no. Economiesuisse (l’organizzazione mantello delle imprese) qualche giorno fa ha pubblicato le sue previsioni economiche: per quest’anno prospetta una crescita del PIL svizzero “solo“ dello 0.6%. Tra le cause l’inflazione, la crisi economica della Germania e la debole crescita dell’economia mondiale in generale.

Attendiamo tra qualche giorno le previsioni degli altri centri di ricerca, ma sappiamo già che alcuni elementi peseranno molto nelle tasche dei cittadini il prossimo autunno. Affitti in crescita, tassi di interesse in aumento e premi casse malati che esploderanno di certo non ci fanno dormire sonni tranquilli. Come e quanto potrà intervenire lo Stato lo scopriremo solo tra qualche mese.

La versione audio: Svizzera: l’economia va bene o va male?

Gli Stati Uniti falliranno?

Tempi duri per il Presidente americano Joe Biden che si trova in questi giorni in Giappone dove si sta svolgendo il vertice del G7 dove si incontrano i Paesi economicamente più avanzati del mondo. Rimarrà poco questa volta, perché deve tornare a casa e fare in modo che l’America non fallisca. Avete letto bene, gli Stati Uniti d’America, il paese più potente al mondo, arrischiano il fallimento (o se preferite un termine più di moda il default).

Il debito pubblico è uno strumento importantissimo nelle mani dello Stato per fare le politiche economiche attive in risposta a un periodo congiunturale negativo. In questo caso lo Stato spende di più di quanto incassa e realizza un deficit. La somma di tutti i deficit rappresenta il suo debito pubblico.

Tendenzialmente i paesi non chiedono i prestiti alle banche, ma emettono le obbligazioni (promesse di pagamento) su cui gli Stati pagano i tassi di interesse. Una volta erano i cittadini e le aziende del paese stesso a prestare i soldi al loro governo; oggi in un mondo sempre più interconnesso anche gli altri Stati e le aziende estere comprano “debito pubblico”.

La maggioranza delle nazioni non si dà limiti al debito. Ma non per tutti è così. Ad esempio la Svizzera ha votato il freno all’indebitamento che prevede la possibilità di avere dei deficit nei momenti di bassa congiuntura che però devono essere compensati da eccedenze quando le cose vanno bene.

Gli Stati Uniti invece hanno il tetto massimo al debito. Questo strumento è stato introdotto nel 1917 e prevede che sia il Congresso a votare il limite massimo del debito. Da quando è stato introdotto, il tetto del debito è stato aumentato circa 80 volte portandolo ad oggi a 31’400 miliardi di dollari (28’500 miliardi CHF), equivalente al 120% del prodotto interno lordo americano.

Il 1 giugno si dovrebbe quindi arrivare al limite massimo e questo significa che non ci sono più soldi da spendere. Naturalmente la scelta di aumentarlo è esclusivamente politica. Diventa difficile attuarla quando Camera e Senato (che sono le due istituzioni americane) sono una nelle mani repubblicane e l’altra in quelle democratiche.

I repubblicani chiedono di ridurre notevolmente la spesa pubblica nei prossimi 10 anni, i democratici non hanno intenzione di farlo perché metterebbe a rischio la loro attività politica.

Non è la prima volta che assistiamo a questa prova di forza. E quindi dormiamo pure sonni tranquilli: né repubblicani né democratici vorranno far fallire gli Stati Uniti d’America.

La versione audio: Gli Stati Uniti falliranno?