Svizzera e Ticino: l’anno che sta arrivando…

Questa settimana sono stata ospite di Banca Migros, che ringrazio, per parlare delle prospettive economiche per la Svizzera. Dopo aver presentato le stime della crescita del prodotto interno lordo delle principali economie come gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina, abbiamo parlato delle previsioni per l’economia svizzera. Come tutti sappiamo la nostra nazione è fortemente connessa alle economie avanzate del resto del mondo, sia in termini di esportazioni che in termini di importazioni. È per questo che leggere le notizie positive degli Stati Uniti sicuramente ci rallegra. Al contrario, siamo molto meno felici di leggere che la crisi in Germania perdura. Ne abbiamo parlato più volte, tuttavia ora si vedono concretamente gli effetti sull’industria tedesca della dipendenza dal gas russo. Ricordiamo che dopo l’attacco all’Ucraina parte della comunità internazionale ha deciso di introdurre sanzioni contro la Russia. Tra queste, le più importanti sul fronte dell’approvvigionamento energetico sono state i divieti di importare petrolio e gas. L’industria tedesca dipendeva fortemente da questa fonte energetica che riusciva ad ottenere ad un prezzo molto più basso rispetto a quello che deve pagare oggi per comperare gas liquido e altre fonti. In aggiunta, la crisi economica fa rallentare anche l’implementazione degli investimenti per la produzione di energia pulita. Se alle difficoltà economiche aggiungiamo il vuoto politico lasciato dalla precedente cancelliera Angela Merkel la situazione non può che apparire ancora più preoccupante. Anche per noi, visto che la Germania è il nostro principale partner commerciale, sia per le esportazioni che per le importazioni.

A queste situazioni specifiche si aggiungono una serie di fattori di rischio esterni e interni.

La crisi in Medio Oriente, il perdurare del conflitto in Ucraina, le difficoltà di approvvigionamento e gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, la possibile crisi immobiliare in Cina, la migrazione in forte crescita e il ritorno dell’allarme terrorismo in Europa, rendono il contesto geopolitico internazionale molto incerto e instabile. E l’incertezza e l’instabilità portano da una parte gli imprenditori a non investire e dall’altra i consumatori a essere più prudenti e a risparmiare.

A questo dobbiamo aggiungere nel caso dei cittadini svizzeri gli aumenti dei premi cassa malati, gli aumenti degli affitti, gli aumenti dell’energia, l’aumento dell’Iva e gli aumenti dei prezzi in generale che non si fermeranno il prossimo anno. Purtroppo anche per l’anno prossimo gli aumenti salariali, dove ci saranno, non compenseranno l’aumento del costo della vita e questo porterà inevitabilmente alla riduzione del potere d’acquisto. Questo significa concretamente che le persone potranno consumare di meno. Se si consuma di meno, si deve produrre di meno, il che significa licenziamenti, riduzione di reddito, mancato gettito per lo Stato e aumento delle prestazioni sociali. Insomma, non proprio delle buone prospettive.

E il Ticino? Purtroppo le prospettive non sono molto buone. Quasi tutti i settori economici prevedono mesi difficili. Ad eccezione del commercio al dettaglio che può contare sull’arrivo delle festività, meno ottimisti sono il settore del turismo, quello finanziario, quello industriale e quello delle costruzioni. In questo caso, ricordiamo che la crisi oramai dura da diversi trimestre.

Insomma, le previsioni non sono di certo ottimiste. Speriamo che anche questa volta, come spesso accade, gli economisti si sbaglino.

Le nuove incertezze geopolitiche e il loro prezzo economico

Il panorama economico globale è una fonte costante di sorprese. Da oltre un anno ci occupiamo del problema dell’inflazione e ora che i dati delle principali economie sembrano rassicurarci, dobbiamo fare i conti con nuove incertezze e nuove preoccupazioni.
Il conflitto tra Russia e Ucraina è ancora aperto e purtroppo non sembra dare segnali di essere vicino a una conclusione. Se è vero che fino a qualche giorno fa potevamo sostenere che le principali nazioni nel frattempo avevano risolto i problemi di approvvigionamento energetico dovuti alla decisione di embargo di gas e petrolio dalla Russia e si stavano avvicinando a un inverno abbastanza tranquillo, ora la nostra opinione è decisamente cambiata. Al dramma ucraino se ne aggiunge ora un altro nel Medio Oriente. Naturalmente la nostra attenzione primaria rimane quella delle vite umane.
Tuttavia, sarebbe imprudente ignorare le ripercussioni di questa situazione sugli equilibri geopolitici ed economici futuri. E ancora una volta, purtroppo, il mondo sembra dividersi tra due blocchi che tanto ricordano quelli della guerra fredda.
A differenza di allora, però, oggi le economie sono ancora più collegate e connesse: qualunque piccola incertezza o instabilità si propaga a macchia d’olio. Questo porta, se possibile, ad aumentare ancora di più i dubbi su quello che sarà il futuro. Se da una parte abbiamo visto dati incoraggianti dei prezzi sia negli Stati Uniti che in Europa, dall’altra la paura di una stagnazione economica rimane nell’aria. E anche su questo dovrà fare importanti riflessioni la Federal Reserve (che ricordiamo è la Banca Centrale degli Stati Uniti) tra un paio di settimane quando sarà chiamata a decidere sull’aumento o meno dei tassi di interesse.
A questo si aggiungono le notizie negative che giungono dalla Cina. È notizia proprio di pochi giorni fa che anche Country Garden, uno dei più importanti costruttori e venditori cinesi di case, non è riuscito a pagare gli interessi su un debito estero. Questo possibile fallimento segue quello di qualche mese fa di Evergrande. Ma non finisce qui. Al rischio di bolla immobiliare oggi si aggiunge un debito pubblico molto elevato, una disoccupazione giovanile preoccupante e un rischio sempre più credibile di deflazione. Sì perché anche la riduzione dei prezzi, quando è causata da una mancanza di domanda, diventa un problema economico molto importante. E una sorte simile sembra viverla anche la Germania, fino a qualche mese fa considerata la locomotiva di Europa.
Insomma, anche se al momento i dati dell’economia svizzera non sembrano destare particolare preoccupazione, non possiamo fingere di essere un’isola felice in questo mondo che, anche da un punto di vista economico, non sembra andare proprio nella direzione giusta.

Pubblicato da L’Osservatore, 21 ottobre 2023

I consumi rallentano e l’economia trema…

Ottime notizie sul fronte dei prezzi: gli indicatori pubblicati questa settimana delle principali nazioni europee mostrano un importante rallentamento nella corsa degli indici dei prezzi. Tra queste citiamo la
Germania (+4.5% in settembre in riduzione dal 6.1% di agosto) e la Francia (+4.9%). Anche negli Stati Uniti le cose sembrano andare molto bene: indice dei prezzi al consumo al 4.9% e indice dei prezzi alla produzione al 2.2%. Addirittura in Cina si parla di una possibile riduzione dei prezzi. E allora, come mai gli economisti non mostrano segni di grande euforia? Presto detto, il rallentamento dell’inflazione purtroppo non si sta accompagnando con un miglioramento delle aspettative economiche. Ma andiamo con ordine.
I recenti indicatori relativi ai consumi e alle spese fatte negli ultimi mesi mostrano un importante rallentamento. Ma anche quelli sulla fiducia dei consumatori indicano una situazione di preoccupazione. I consumatori, già toccati dalla riduzione del potere d’acquisto derivante dall’aumento del costo della vita, iniziano a mostrare paura per il futuro. E come dargli torto? Alla guerra drammatica in Ucraina si aggiunge ora anche il gravissimo conflitto in Medioriente. Le conseguenze economiche non tarderanno ad arrivare, anzi. Abbiamo già visto questa settimana che il prezzo del petrolio e di altri beni energetici ha ricominciato la sua corsa. Questo dipende dal fatto che molti paesi europei l’anno scorso avevano deciso di sostituire gli approvvigionamenti che arrivavano dalla Russia con approvvigionamenti dal Medioriente. Evidentemente, anche se il conflitto fortunatamente mentre scriviamo non si è diffuso, i paesi sanno che potrebbe esserci una importante riduzione delle forniture di gas e petrolio nelle prossime settimane. E purtroppo le tempistiche non giocano a nostro favore: ci avviamo all’inverno, periodo in cui la domanda di prodotti energetici aumenta in maniera vertiginosa. Questa componente di instabilità ed incertezza fa sì che giustamente i cittadini e le cittadine siano prudenti riducendo il loro consumo e aumentando il risparmio. Ma questo significa che le aziende non devono produrre e ciò implica che dovranno licenziare e non compreranno macchinari. Quindi la domanda aggregata diminuisce. Ed è proprio questo quello che pare stia accadendo in Cina dove la riduzione dei prezzi non è quindi una buona notizia, ma al contrario il campanello d’allarme del mancato consumo.
Speriamo che i campanelli d’allarme non suonino…

TICINO: LA POVERTÀ NELLA RICCA SVIZZERA

Questa settimana ho partecipato al convegno sulla povertà organizzato da Soccorso d’inverno. È stata una giornata molto importante che ha consentito di parlare di povertà nel nostro Cantone. Una povertà spesso nascosta.

Immaginate di dover vivere con meno di 2’289 CHF al mese se siete single, o meno di 3’989 CHF se avete una famiglia con due bambini. Queste cifre, stabilite dalla Conferenza Svizzera dell’Istituzione dell’Azione Sociale (COSAS), definiscono la povertà assoluta in Svizzera; una soglia sotto la quale si ritiene che non sia possibile vivere in maniera integrata nella società. 

Il quadro diventa ancora più cupo se guardiamo al Ticino, dove quasi un quarto della popolazione è a rischio di povertà. Il concetto di “a rischio di povertà” può sembrare astratto, ma è in realtà molto semplice: se guadagnate meno del 60% del reddito mediano del paese, siete a rischio di povertà. In Ticino, siamo ben sopra la media nazionale del 15%, con un preoccupante 24%. Significa una persona su quattro.   

E non è tutto. Parliamo di deprivazione materiale e sociale. Questo indicatore quantifica le persone che sono costrette a rinunciare a importanti beni, servizi e attività sociali per ragioni finanziarie. La deprivazione materiale e sociale si verifica quando le persone soffrono di 5 mancanze su 13.

Il tasso medio in Svizzera è del 5.2%, mentre da noi sale a 9.6%. Ancora più allarmante è il fatto che il 14% ha almeno un arretrato di pagamento e addirittura il 30% non potrebbe affrontare una spesa improvvisa di 2’500 CHF. E i tristi primati non finiscono qui. Siamo al primo posto per quanto riguarda le persone che dichiarano di non poter cambiare i mobili usati, di non poter spendere una piccola somma di denaro ogni settimana per se stessi come pure di non potersi riunire con la famiglia o gli amici per bere o mangiare qualcosa almeno una volta al mese.

Perché in Ticino la situazione è così grave? Una delle ragioni fondamentali sono i bassi salari nel nostro Cantone che, nel medio termine, si trasformano in rendite pensionistiche inadeguate. Con gli aumenti imminenti del costo della vita, pensiamo ai premi dell’assicurazione malattia, all’energia e agli affitti, la situazione sembra destinata a peggiorare. 

Non possiamo permetterci di ignorare queste disparità con il resto della Svizzera. E non basta indignarsi; è tempo di agire. È tempo di adottare politiche mirate che elevino gli standard di vita nel nostro cantone. La povertà in Ticino non è solo un problema economico; è una crisi di identità nazionale che non può più essere ignorata. Le persone che vivono in questo Cantone devono essere a tutti gli effetti “svizzeri”.

Pubblicato da diversi portali: Tio, Ticinonews, Eticinforma

Svizzera 2024: salari troppo bassi e prezzi troppo alti

L’economia mondiale rallenta e con lei anche quella svizzera. Le previsioni appena pubblicate dal KOF, che è il centro di ricerca congiunturale del politecnico federale di Zurigo, confermano quanto già prospettato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) la settimana scorsa. Anzi, le aspettative peggiorano ulteriormente. Ma andiamo con ordine.
Sia per il 2023 che per il 2024 il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) mostra una riduzione rispetto a quanto prospettato nel mese di giugno. In concreto quest’anno il PIL svizzero crescerà dello 1.2% mentre l’anno prossimo il tasso dovrebbe salire dell’1.5%.

A tenere in piedi la nostra crescita saranno principalmente i consumi privati dei cittadini e delle famiglie (+2.3% nel 2023 e +1.5% nel 2024). In effetti, sappiamo che se anche in riduzione, il contributo dei consumi all’intera produzione nazionale è di ben oltre il 50%. Al contrario, l’anno prossimo la spesa pubblica si ridurrà: non a caso la Confederazione e molti cantoni hanno annunciato la necessità di rientrare nel rispetto dei parametri legati al freno all’indebitamento. Gli investimenti, sia nelle costruzioni che nei macchinari, dovrebbero riprendersi il prossimo anno. Per il 2023 si stima una crescita solo dello 0.5% con addirittura una riduzione dell’1.7% per quanto riguarda le costruzioni.

Tuttavia, la principale causa del deludente risultato globale sarà la congiuntura estera. In effetti, sia per quest’anno che per il prossimo, si stima un importante rallentamento delle esportazioni, soprattutto per quanto riguarda i beni. Innegabile che la situazione economica in Cina e quella in Europa, e in particolare in Germania, avranno un impatto sul nostro commercio estero.

Purtroppo non giungono buone notizie nemmeno sul fronte dell’occupazione e dell’inflazione. Se per quest’anno si stima una crescita del 2% dei posti di lavoro e quindi di un mantenimento nel tasso di disoccupazione, la stessa cosa non accadrà l’anno prossimo. I nuovi posti di lavoro saliranno solo dello 0.8%, fatto questo che porterà sia il tasso di disoccupazione calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) sia quello calcolato secondo il metodo della SECO a salire (rispettivamente 4,3% 2,2%).

Infine, guardiamo ai prezzi: gli annunci di aumenti soprattutto nel settore dell’energia e in quello degli affitti si manifestano anche nelle previsioni del KOF. Se per quest’anno si conferma una chiusura con un aumento del 2.2%, l’anno prossimo le previsioni parlano ancora di un’inflazione del 2.1% (in giugno si stimava invece “solo” +1,5%).

La situazione sarebbe meno preoccupante se fossero previsti aumenti salariali che superassero questo tasso di inflazione; sfortunatamente, non è così. Le stime parlano di un aumento dei salari attorno al 2% fatto quindi che ci porterà ancora l’anno prossimo a vedere una riduzione dei nostri salari reali.

La situazione dovrebbe migliorare nel 2025, ma come possiamo ben immaginare le previsioni su due anni lasciano il tempo che trovano. Gli eventi che possono accadere sono troppi e troppo imprevedibili.

Ascolta

UN FILO TRA SCUOLA E LAVORO «LA FORMAZIONE È DECISIVA»

“Il sistema formativo svizzero ha un rapporto molto stretto con il mondo del lavoro e della formazione professionale già dai 15 anni e poi proseguendo nella specializzazione. La relazione tra il lavoro e la formazione è molto stretta”.
L’economista Amalia Mirante, docente universitaria presso la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana e presso l’Università della Svizzera italiana spiega come nella Confederazione formazione e lavoro si intreccino da sempre e come il Canton Ticino stia facendo i conti con uno spostamento dei più giovani verso i cantoni interni, dove gli stipendi sono più alti e le opportunità di carriera più numerose.
La sua analisi si focalizza sui risultati che emergono dal rapporto sulla situazione socioeconomica degli studenti condotta nel 2020 dall’Ufficio federale di statistica (UST) che ha rilevato come nel 2020 “il 38% degli studenti delle scuole universitarie affermava di aver svolto almeno uno stage dall’inizio degli studi. Il 7% di loro aveva adottato provvedimenti concreti in tal senso, e il 18% dichiarava di avere intenzione di effettuare uno stage prima della fine degli studi. Il 18% degli stage è stato effettuato all’estero. Il tipo di stage più frequente durante gli studi è quello obbligatorio e non retribuito”.
Professoressa, nel 2020, il 38% degli studenti delle scuole universitarie affermava di aver svolto almeno uno stage dall’inizio degli studi. Una percentuale importante o ancora troppo bassa? Quanto sono determinanti gli stages per gli studenti?
In Svizzera il sistema di formazione terziaria si suddivide tra la formazione professionale superiore e le scuole universitarie. Tra queste ci sono le università, le scuole universitarie professionali (SUP) e le alte scuole pedagogiche (ASP). Spesso nelle scuole universitarie, la formazione stessa prevede degli stages, che possono essere requisiti per l’accesso o parte integrante del diploma. In alcuni casi gli stages sono addirittura obbligatori.
Il tipo di stage più frequente durante gli studi è quello obbligatorio e non retribuito, è giusto non retribuire gli stagisti?
Sì, dallo studio dell’Ufficio federale di statistica emerge una certa frequenza di stage obbligatori e non remunerati. Nel caso delle università gli studenti hanno dichiarato che uno stage su due era obbligatorio; la percentuale sale addirittura a quasi il 90% nel caso delle scuole universitarie professionali e delle alte scuole pedagogiche. In Svizzera lo stage quindi spesso non è una scelta, quanto un’imposizione del sistema di formazione. Per quanto riguarda la remunerazione, è un argomento del quale si potrebbe parlare ampiamente perché varia da settore a settore. Solo per fare degli esempi, il 90% degli stages svolti dagli studenti di economia è retribuito, mentre lo è solamente il 50% di quelli di medicina. Ma c’è una spiegazione alla non retribuibilità degli stages ed è che spesso lo stage è uno sforzo che i datori di lavoro fanno per formare i giovani; è come un se in realtà dovessimo ringraziare le aziende e gli enti che devono mettere a disposizione un tutor, che abbia anche le competenze formative, ai giovani che seguono gli stages nelle loro imprese. C’è anche un altro aspetto da considerare: a volte, gli stages sono opportunità reciproche. Mi spiego: ad esempio le banche possono cercano gli stagisti perché considerano la loro presenza come un investimento vicendevole. I ragazzi possono fare un’esperienza professionale e le banche individuare i profili più idonei per poi magari assumerli alla fine della formazione.
Esiste il pericolo in Svizzera che gli studenti in stage vengano sfruttati e usati nel mondo del lavoro al posto di veri addetti assunti?
Non ci sono dati certi in merito, ma ci sono persone già formate che vengono assunte come stagisti anche se dovrebbero essere assunte come professionisti a tutti gli effetti. In questo caso, cambia la remunerazione del dipendente e anche il suo grado di sicurezza. Discorso diverso quando uno studente frequenta uno stage obbligatorio: tendenzialmente, in questi casi ci sono accordi e contatti precisi tra le università e le realtà che accolgono lo stagista. Quando invece si esce dal percorso di formazione non ci sono più così tante tutele. I disonesti, che non rispettano remunerazione e ruolo di professionisti che assumono come stagisti, ci sono, ma sono rari. In generale possiamo dire che per gli stages obbligatori nella formazione anche se non trovati direttamente dalle scuole, c’è una certa tutela perché il riconoscimento tendenzialmente prevede un iter che raccoglie i dati dell’esperienza e un rapporto di fine stage.
Quali sono le criticità del mondo del lavoro verso i ragazzi che vi si affacciano per la prima volta?
In genere la formazione in Svizzera è, diciamo, “velocizzata” (tempi definiti per ultimare i percorsi formativi, tentativi massimi per sostenere gli esami, numero obbligatorio di crediti da conseguire in una anno,…) per permettere ai giovani di inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. In aggiunta, ci sono anche ragazzi che lavorano mentre stanno studiando e adulti che studiano mentre lavorano. La velocizzazione a cui mi riferisco si applica anche a queste situazioni. Chi per esempio, è studente lavoratore ha programmi di formazione differenti da quelli di chi studia senza lavorare; ad esempio possono esserci corsi di laurea di tre anni per studenti a tempo pieno che devono essere svolti entro 5 anni al massimo. Invece, lo stesso corso di laurea, per chi ha un’attività professionale si estende su 4 anni, ma con un massimo in ogni caso di 6 anni. In Svizzera il periodo di formazione è tendenzialmente fisso e limitato. Se uno studente non consegue il titolo universitario entro il periodo massimo stabilito viene escluso dalla formazione (escludendo evidentemente situazioni eccezionali come malattia o altre). Faccio un altro esempio: una volta che si viene esclusi da una facoltà come economia in una università perché per esempio si è bocciato troppe volte un esame, non si può più seguire un corso di laurea in economia in tutta la Svizzera. Questo, appunto, velocizza i tempi della formazione.

Come reputa la situazione occupazionale attuale in Svizzera dei giovani?
La reputo soddisfacente, ma differenziata. In Canton Ticino l’emigrazione dei giovani e il loro non ritorno comincia ad essere un problema. I giovani vanno sempre più spesso in Svizzera interna perché in Ticino i salari sono più bassi e minori le opportunità. Ticino a parte, nel resto della Svizzera il problema occupazionale per i giovani formati, fortunatamente, non esiste.

Intervista di Carla Colmegna pubblicata su La provincia di Como, 21.09.2023

La versione audio: Un filo tra Scuola e Lavoro – La formazione è decisiva

Casse malati: soluzioni non slogan

L’argomento dei costi sanitari crescenti è un problema a più livelli che tocca almeno due aree cruciali. In primo luogo, abbiamo la questione dell’aumento dei premi assicurativi previsto per il prossimo anno. Qui, la Confederazione deve intervenire e negoziare con le casse malati. Se non ci sono margini per negoziare, il governo federale ha comunque il dovere di trovare risorse per evitare che l’intero onere ricada sui cittadini, come purtroppo succede da anni.
Questo non è un compito che i cantoni possono affrontare da soli . I cantoni ricchi possono aiutare i loro cittadini, ma gli altri non possono e tra questi sicuramente c’è il Canton Ticino che già si trova tra i Cantoni più generosi in termini di sussidi, ma che ha le finanze pubbliche alle strette.
La seconda faccia del problema è più profonda: il costo della sanità sta aumentando senza freni. Qui, non ci sono scorciatoie ideologiche. Alcuni propongono un sistema assicurativo unico, pubblico e in funzione del reddito, mentre altri suggeriscono di eliminare del tutto l’obbligo assicurativo. Queste sono ideologie contrapposte che hanno perso di vista l’obiettivo: trovare soluzioni concrete. Due principi devono guidarci: l’accesso alle cure per tutti e l’obbligo di assicurazione. Tra questi due paletti bisogna cercare soluzioni pratiche, concrete e che non siano un salto nel buio.
Le proposte attuali, come la cassa malati unica, o i premi in base al reddito, sono spesso improntate più a ideologie che a dati concreti. Non c’è nessuna analisi e nessuno studio indipendente che può assicurare ai cittadini che queste “riforme” porteranno a una diminuzione dei premi. Senza analisi o studi indipendenti, è come andare a fare la spesa senza conoscere i prezzi. Inaccettabile. E infatti i cittadini hanno sempre rifiutato questo tipo di proposte.
E proprio perché bisogna essere aperti a tutte le soluzioni forse sarebbe più utile partire dalla riflessione su come sarà la Svizzera tra vent’anni. Viviamo più a lungo, il che significa maggiori cure, specialmente nelle fasi avanzate della vita. Ma l’invecchiamento non è una malattia, è il decorso della vita. Questo potrebbe aprire la porta a un tipo di assicurazione sociale specifica per l’invecchiamento, separata dall’assicurazione malattia tradizionale, il che permetterebbe di ridurre notevolmente i costi nell’ambito della malattia. E questo mentre anche l’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti (AVS) necessita di un ripensamento strutturale. Questa è un’opzione che merita una valutazione seria, lontana da qualsiasi pregiudizio ideologico.
Se non mettiamo da parte le bandiere delle ideologie, non troveremo soluzioni ma slogan.

Ascolta

Articolo pubblicato da diversi siti: Liberatv, Tio, Ticinonews

Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

Qualche giorno fa la segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato i dati dell’andamento del prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre del 2023 (aprile-giugno). Purtroppo le cose non sono andate bene come nel primo trimestre. In effetti, siamo passati da un tasso di crescita del +0.9% a un tasso attuale invariato (+0.0%). Questo significa che di fatto il prodotto interno lordo ossia il valore dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera in tre mesi è rimasto stabile. Il leggero aumento dei consumi delle famiglie (+0.4%) e di quello dello Stato (+0.1%) è stato compensato negativamente da una forte riduzione degli investimenti in beni di equipaggiamento (-3.7%), da quelli nelle costruzioni (-0.8%) e dalle esportazioni di beni (-1.2%). Non dimentichiamo che il settore delle costruzioni ha mostrato segni di rallentamento già a partire dal 2022. E proprio in quest’ottica vediamo che anche altri settori hanno sofferto nell’ultimo trimestre. Primo tra tutti segnaliamo l’industria manifatturiera che ha subito una diminuzione di quasi il 3%. Questo dato risente sicuramente dell’andamento dell’industria chimico-farmaceutica che dopo la grande crescita eccezionale registrata negli ultimi anni ha mostrato una certa stagnazione a partire dal 2022. A pesare anche l’industria metalmeccanica che ha risentito particolarmente del contesto internazionale. Chi invece sorride è il settore dell’alloggio e della ristorazione che segna un aumento di ben il 5.2% rispetto al trimestre precedente. Anche il commercio, il settore della sanità e quello dell’intrattenimento registrano dati abbastanza positivi.
Naturalmente questi risultati non sono un fulmine a ciel sereno, anzi. I dati relativi all’andamento macroeconomico dei principali paesi nostri partner commerciali e la riduzione delle esportazioni, in aggiunta ai dati del rallentamento degli ordinativi nell’industria, avevano già fatto presagire un risultato del genere.
Quello che ora si chiedono gli esperti e però cosa accadrà nei prossimi mesi. Proprio oggi in Svizzera è stato pubblicato il dato della disoccupazione che mostra un leggero aumento (dall’1.9% al 2%). Certo l’aumento è minimo e probabilmente dipende dalla stagionalità, quindi non dobbiamo temere troppo. Tuttavia non possiamo nemmeno ignorare i segnali che ci arrivano dalla situazione internazionale. Prendiamo ad esempio gli indicatori degli ordini industriali di Stati Uniti e Germania. Il mondo è fortemente connesso quindi se questi paesi rallentano la loro produzione vuol dire che la domanda in generale è rallentata e quindi anche le ordinazioni alle nostre aziende ne risentiranno. Non da meno non dimentichiamo l’impatto che gli aumenti dei costi potranno avere sulla frenata della domanda dei consumi delle famiglie anche in Svizzera. I premi cassa malati, l’energia, gli affitti faranno sì che le classi medie-basse saranno obbligate a ridurre i loro consumi. E ricordiamo, i consumi rappresentano la metà del nostro prodotto interno lordo. Se i consumi scendono, la produzione diminuisce, questo significa licenziamenti, meno entrate per lo Stato e più spese, che comportano a loro volta una riduzione dei consumi. Insomma, speriamo proprio che questi segnali non siano anticipatori di quanto accadrà nei prossimi mesi.

La versione audio: Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta

UBS, la più grande banca svizzera, ha annunciato i risultati molto attesi del secondo trimestre di quest’anno. I conti si sono chiusi con un utile di oltre 25 miliardi di franchi. Durante la conferenza stampa è emerso che il marchio di Credit Suisse continuerà ad esistere fino al 2025, quando tutti i clienti saranno integrati nel sistema di UBS. Inoltre, entrambe le banche hanno rassicurato che manterranno gli impegni di sponsorizzazione verso associazioni sociali, culturali e sportive almeno fino al 2025.

La borsa ha positivamente reagito a questi risultati, portando ad un aumento del 6% del valore delle azioni di UBS, che sono arrivate a 23 franchi, un livello che non si registrava da anni.

Ma facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 2023, dopo un pressante “invito” del governo, UBS ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse, una banca che si trovava sull’orlo del fallimento a causa di strategie errate e operazioni discutibili negli anni passati. Pochi giorni dopo, UBS ha richiamato Sergio Ermotti al comando, suscitando grande sollievo tra gli svizzeri. Sotto la guida di Ermotti, l’11 agosto, UBS ha annunciato di rinunciare a tutti gli aiuti e le garanzie statali.

Questa notizia è stata sicuramente positiva per i cittadini svizzeri, ma è stata anche una sconfessione per quei politici che per mesi hanno messo in discussione l’intervento del governo, l’urgenza di una soluzione e le capacità stesse di UBS nell’affrontare questa acquisizione. La politica spesso si nutre di polemiche sterili, ma speriamo che gli stessi attori si impegnino invece nel risolvere problemi reali.

Purtroppo, durante la conferenza stampa, è arrivata anche l’altra notizia attesa: in Svizzera verranno persi circa 3’000 posti di lavoro su un totale di 38’000 offerti attualmente dalle due banche. È rassicurante leggere le prese di posizione dei sindacati di categoria che hanno valutato le condizioni del piano sociale come molto buone. Nonostante ciò, non possiamo fare a meno di pensare e di esprimere massima solidarietà a queste 3’000 persone e alle loro famiglie, che, come accade sempre quando si perde il lavoro, si troveranno ad affrontare periodi molto difficili.

Auguriamo a tutte loro di poter trovare al più presto una nuova occupazione, perché, a differenza di quanto alcuni vorrebbero farci credere, il lavoro rimane fondamentale nella vita di ognuno di noi.

La versione audio: UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta

La carne? Solo per i ricchi

Qualche giorno fa Urs Brändli il presidente di Bio Suisse, la principale organizzazione di promozione dell’agricoltura biologica in Svizzera, ha affermato che “il prezzo degli alimentari deve salire”. Come me tanti saranno sobbalzati sulla sedia.
La sua tesi è che non sono tanto i prodotti biologici a costare tanto quanto gli altri prodotti a costare troppo poco. La soluzione? Introdurre tasse così da alzare i prezzi dei beni convenienti e rendere competitivi gli acquisti dei prodotti bio. In aggiunta, specifica che uno dei primi campi in cui bisognerebbe intervenire è quello della carne.
Da economista mi sono chiesta se il mondo abbia cominciato a girare al contrario oppure se le leggi economiche siano state stravolte di recente.
Che molti beni prodotti non contengano tutti i costi generati (le famose esternalità negative) è una cosa nota e risaputa e nessuno la mette in dubbio. Utilizzare però questo argomento per educare i cittadini a vivere la vita che alcuni ritengono “giusta” inizia a essere anche in Svizzera un’abitudine pericolosa.
Ancora più pericolosa lo è se mette in discussione progressi che consentono oggi anche alle classi sociali meno benestanti di avere accesso a beni e servizi cinquant’anni fa riservati solo ai ricchi.
Sì perché il progresso tecnologico e le economie di scala hanno consentito alle aziende di abbassare notevolmente i costi di produzione e quindi di ridurre i prezzi di vendita.
Ed è proprio questa la logica che deve portare le aziende a essere più efficienti: la riduzione dei costi consente di abbassare i prezzi e di conquistare fette di mercato.
Al contrario il presidente di Bio Suisse vorrebbe che sia la mano dello Stato a rendere i prodotti di cui lui è rappresentante maggiormente venduti. E che cosa suggerisce? Nuove tasse. Nuove tasse che come al solito vanno a gravare sulle famiglie più povere. D’altra parte, perché permettere ai figli di persone che guadagnano poco di viaggiare per il mondo in aereo e scoprire nuove realtà? O ancora perché non obbligarli a utilizzare i mezzi pubblici vietando l’acquisto di automobili poco costose? E adesso perché permettere a queste famiglie di mangiare della carne?
Più volte il popolo svizzero si è espresso contro i divieti, ma anche questo genere di tasse lo diventano, soprattutto per le persone che hanno poca disponibilità economica.
Vogliamo davvero ritornare ad una società che viaggia a due velocità? E non è che il progresso economico e sociale stia proprio nel fatto che gli individui abbiano le risorse per fare le loro scelte in maniera libera?
Ma forse come in ogni epoca anche oggi i nobili hanno bisogno di un popolo affamato. E non per niente riecheggia nelle nostre orecchie la nobildonna che disse: “se non hanno più pane, che mangino brioches“.

La carne? Solo per i ricchi