La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?
Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.
Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.
A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?
Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.
C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.
Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della callosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.
Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.
Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.
Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.
A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.
Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.
Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).
Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.
I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.
Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.
Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.
La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.
Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.
In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.
La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.
Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.
Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.
Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.
Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.
L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.
Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.
È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.
È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.
Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.
Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.
In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.
Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.
E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.
Le riforme fiscali sembrano spesso questioni tecniche. In realtà raccontano molto di come una società vede il lavoro, la famiglia e l’autonomia economica delle persone. Così è per la votazione di marzo sull’imposizione individuale.
Da oltre quarant’anni in Svizzera si discute di equità fiscale tra coppie sposate e coppie non sposate. Il matrimonio può comportare un carico d’imposta più elevato rispetto alla convivenza e già nel 1984 il Tribunale federale aveva richiamato il principio costituzionale di uguaglianza, evidenziando gli effetti distorsivi del cumulo dei redditi. La riforma introduce l’imposizione individuale: ogni persona presenta la propria dichiarazione con reddito, sostanza e deduzioni.
Nel confronto internazionale la Svizzera resta un’eccezione. Nei paesi dell’OCSE la tassazione individuale è ormai prevalente (dai Paesi nordici ai Paesi Bassi, fino all’Italia), mentre altri Stati adottano correttivi come lo splitting tedesco o il quoziente familiare francese. La tendenza generale è chiara: tassare la persona e non lo stato civile, in linea con mercati del lavoro sempre più fondati su carriere duali.
Il motivo economico è concreto. L’imposizione congiunta aumenta spesso l’aliquota marginale sul secondo reddito, che nella maggioranza dei casi è quello femminile, riducendo gli incentivi alla partecipazione al lavoro. In un contesto di carenza di personale qualificato, la neutralità fiscale diventa una questione di efficienza oltre che di equità.
In pratica, la riforma prevede la fine del cumulo automatico dei redditi, un adattamento della tariffa dell’imposta federale diretta e un aumento delle deduzioni per figli. Come sempre, ci sarà chi ci guadagna e chi ci perde: le coppie con doppio reddito e molti single vedrebbero un alleggerimento, mentre una parte delle coppie monoreddito potrebbe affrontare aumenti, in parte compensati dalle nuove deduzioni. Secondo le stime, circa il 50% dei contribuenti beneficerebbe di uno sgravio, il 36% resterebbe invariato e il 14% potrebbe pagare qualcosa in più.
Restano questioni aperte, come l’aumento del numero di dichiarazioni fiscali e una riduzione del gettito federale stimata tra i 600 e gli 800 milioni di franchi. Le autorità ritengono però che una maggiore partecipazione al lavoro possa compensare almeno in parte questi effetti nel medio periodo, anche se le reazioni economiche non sono mai immediate.
Il punto, in fondo, non è solo fiscale. È capire se il sistema tributario debba continuare a riflettere modelli familiari del passato o adattarsi a una società in cui l’autonomia economica individuale è sempre più centrale. La domanda resta aperta: è giusto che contribuenti con identico reddito complessivo siano tassati in modo diverso solo in base allo stato civile? Su questo interrogativo, ancora una volta, la parola finale spetta al Popolo.
Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertà. L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertà e rischio povertà.
La soglia di povertà è fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.
Ebbene, il tasso di povertà raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertà in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. È un dato francamente agghiacciante.
Ma non è tutto. Fin qui la povertà conclamata. Ma cos’è il “rischio povertà”?
Esso è definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro è ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, è a rischio povertà. A livello nazionale è una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertà. Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra società.
E non è tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioè le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione è peggiorata molto nell’ultimo anno.
Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertà tra chi lavora. In Ticino è dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non è sempre sufficiente per sfuggire alla povertà. E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.
I gruppi più esposti alla povertà rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.
Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.
Perché la vera domanda è questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignità e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilità di salvezza, quando arriverà la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarà quella di trasferirsi oltre confine o al di là del Gottardo?
Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026
Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). È l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.
Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un “atleta pulito” che gareggia contro avversari ormai abituati al doping – protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuità.
Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe più essere un tabù, nemmeno in Svizzera.
Amalia Mirante, economista, è docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.
Francis sostiene che la politica industriale non debba più essere considerata un tabù in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal “si è sempre fatto così”?
Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabù, nemmeno per un’economia liberale come quella svizzera, così come non lo è per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non è se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Più che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una più ampia politica economica, che è sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va però chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.
Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo più attivo della Banca Nazionale?
Ho forti riserve sull’idea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo è chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilità dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.
Però in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. È chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, ma…
… È obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non è certo responsabilità della Banca Nazionale. La quale potrà cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarà più difficile.
La proposta del mondo industriale è di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’è una grossa fluttuazione dei cambi.
Questa appunto è politica fiscale, non è più politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilità di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dà ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: è un disastro.
La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera è che le stesse banche commerciali non investono più nel settore.
Eh sì, questo è un problema sicuramente importante. Ma anche qui, però, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perché solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario –diciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).
Migliorare le condizioni quadro è uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo più grande di quanto si immagini.
La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. È chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualità dei prodotti, eccetera.
Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? All’insù?
Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo è sostenuta dalle imprese private, perché rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dall’iniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensì per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le università e le scuole professionali svizzere svolgono già un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medaglia…
Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?
Eh sì, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Un’alternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilità dei costi di R&S, ma su questo servirebbe un’analisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.
Nell’intervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessità di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare più autonomi.
La Svizzera è storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. È possibile rafforzare la stabilità delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo un’instabilità tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con l’Occidente sia con l’Oriente.
Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda più i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto è farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro è farlo in un’economia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.
Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Stato…
Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed è più a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, però, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla più di partnership ma di sostegno pubblico.
Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltà, per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.
*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.
Ogni anno Davos fa parlare di sé. Più delle frasi ad effetto e dello show dei politici, però, conta il segnale che manda. E quest’anno il segnale è chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trent’anni stanno scricchiolando. Al World Economic Forum (WEF) non si è discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero è stato un altro: la globalizzazione non è più un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick l’ha definita senza giri di parole una “politica fallita”. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalità durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, l’efficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto è arrivato. Il messaggio è stato chiaro e condivisibile: non tutto può essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranità economica, intesa come capacità concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle “emissioni zero” senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema. Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali più abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di più. L’appello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano. Qui sta l’ambiguità. La tassazione non è un atto simbolico né una scelta personale. È una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema è davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera può già devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche. Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. L’idea che si possa “comprare” la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere d’influenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha più gli stessi attori, ma l’illusione di un ordine globale pacifico è definitivamente finito. Davos non offre risposte preconfezionate. Però mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona più.
Anche i n Svizzera il PIL resta l’indicatore più usato per raccontare come va l’economia. È uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la solidità dell’economia. È un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).
Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL “corretto”, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi può apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.
Detto questo, lo sport non è affatto un settore marginale. L’economia dello sport comprende un insieme molto ampio di attività: impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. È un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.
Misurarlo bene non è semplice. Per questo l’Unione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, più di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dell’occupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.
In Svizzera i numeri sono più contenuti, ma tutt’altro che trascurabili. Secondo uno studio dell’Ufficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa l’1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilità internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attività economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e città ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo è stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.
C’è poi un aspetto spesso sottovalutato del settore “economico” sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione è più contenuta rispetto all’economia nel suo insieme e il recupero tende a essere più rapido. È un “bene di lusso accessibile”: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.
Le sfide non mancano. Costi energetici più alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non è solo intrattenimento: è economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilità.
Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.
Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.
Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.
Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.
Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.
La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.
La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.
Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.
Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.
Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. L’inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con l’obiettivo del 2%. Resta però elevata l’incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e all’evoluzione del mercato del lavoro. È questo quadro che spinge le autorità monetarie a muoversi con estrema cautela.
Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nell’intervallo 3,50–3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sull’inflazione offrono un sostegno a questa scelta: l’indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. All’interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro l’abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.
Il presidente Powell ha ribadito la necessità di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa è pari all’1,8%, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento più marcato rispetto alle stime precedenti.
Nell’Eurozona la situazione appare ancora più delicata. L’inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.
A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.
La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sé. A novembre l’inflazione è tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilità dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando l’inflazione attesa è stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.
Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilità dei prezzi offre vantaggi in termini di competitività per un’economia orientata all’esportazione. Allo stesso tempo, però, la debolezza della crescita impone cautela.
In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali è chiaro. La fase più acuta dell’inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensì dall’evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.