Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?

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Insieme alla primavera arriva puntualissima anche l’ora legale. E con lei ci viene chiesto di rinunciare a un’ora di sonno. Ma questo piccolo sacrificio serve davvero a qualcosa?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Siamo nel 1784 quando Benjamin Franklin, inventore del parafulmine e volto delle banconote da 100 dollari, pubblica sul Journal de Paris una lettera satirica ancora attualissima. Non propone di spostare gli orologi: prende in giro i parigini che dormono troppo e consumano candele fino a notte fonda. La sua idea è semplice: svegliarsi prima, sfruttare la luce gratuita del sole e risparmiare. Franklin arriva perfino a stimare per Parigi un risparmio di 64 milioni di candele all’anno. Tradotto in termini economici, significa meno costi per le famiglie e più risorse per altri consumi. Per stimolare i pigri immagina campane alle cinque del mattino, tasse sulle finestre chiuse e premi per chi usa meno luce artificiale. È una provocazione, ma contiene già la domanda moderna: vale la pena cambiare abitudini per ottenere un vantaggio economico ed energetico?

Ancora oggi gli studi si dividono. Alcuni mostrano risparmi, altri no. Il punto è che non basta guardare alle lampadine: la luce serale in più non sempre compensa l’energia richiesta da riscaldamento e climatizzazione.

In Svizzera una recente analisi dell’Empa, il laboratorio federale per la ricerca sui materiali e la tecnologia, ha adottato uno sguardo più ampio, includendo anche gli edifici per uffici, il  riscaldamento e il raffreddamento. Il risultato è che, in un clima temperato come il nostro, l’ora legale tende a ridurre il fabbisogno energetico complessivo. Ma il punto economico più interessante è un altro: più luce la sera significa più persone che escono dopo il lavoro, si fermano in un negozio, vanno al ristorante, fanno sport o partecipano a eventi. Commercio, turismo, ristorazione e tempo libero ne beneficiano direttamente. È una scelta tecnica che modifica i comportamenti e quindi sostiene la domanda interna.

In Svizzera l’ora legale è in vigore dal 1981, ma il dibattito resta aperto. Il Consiglio federale ha sempre ricordato che un cambio solo svizzero creerebbe una “isola oraria” nel cuore dell’Europa, con effetti su trasporti, logistica e scambi con l’Unione europea.

Ci sono poi effetti collaterali meno intuitivi. Più luce serale è stata associata a meno rapine in città e a meno incidenti mortali nelle ore del tramonto.

Più incerto è il capitolo salute. Il cambio può alterare temporaneamente i ritmi circadiani, cioè il nostro orologio biologico e alcuni studi segnalano piccoli aumenti temporanei di ictus o infarti. Altri, invece, sottolineano più attività fisica, più vitamina D e più tempo all’aperto.

Il bilancio, quindi, non è perfettamente lineare. Sul piano energetico e sanitario i dati restano misti, ma sul lato economico i benefici legati ai consumi sono difficili da ignorare.

E forse è proprio questo il punto: non sempre serve una certezza matematica assoluta. Resta qualcosa di molto concreto, tornare dal lavoro con ancora il sole, fermarsi per un aperitivo, fare una passeggiata o una grigliata all’aperto.

Franklin, probabilmente, l’avrebbe detto così: non si tratta solo di risparmiare candele. Si tratta di usare meglio la luce per vivere meglio. E in Svizzera, dove ogni scelta si intreccia con i rapporti europei, anche un’ora di sole serale pesa più di quanto sembri.

L’inflazione in Italia è finita! O forse no?

Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.

Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.

Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%.
Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.

E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…

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Unione Europea: L’inflazione cresce, il PIL si riduce

L’inflazione galoppante riduce le previsioni di crescita dell’Unione Europea. È la stessa Commissione europea a dirlo nelle sue previsioni economiche d’estate. Il Prodotto Interno lordo (PIL) del 2022 dovrebbe crescere del 2.7% quest’anno e dell’1.5% il prossimo.
La locomotiva tedesca è in fase di arresto da qualche tempo; c’erano segnali di rallentamento economico già prima dello scoppio della pandemia. Ora i dati della crescita sono allarmanti, anche per la Svizzera, dato che la Germania è il nostro principale partner commerciale; si stima una crescita del PIL dell’1.4% nel 2022 e dell’1.3% nel 2023. Anche sul fronte delle imprese i recenti dati sulla fiducia mostrano segnali di grande apprensione. La Francia dovrebbe mantenere tassi di crescita del 2.4% quest’anno e dell’1.4% il prossimo. Mentre le cose non sembrano andare molto bene per l’Italia, le cui stime parlano di una crescita rispettivamente del 2.9% e dello 0.9%. In questo caso attenzione a non farci trarre in inganno dal dato che sembra estremamente positivo di quest’anno: dietro questo aumento si celano le enormi spese per gli investimenti pubblici sostenuti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) oltre che l’indotto generato dai bonus e dagli altri contributi, sempre pubblici, pensati per alimentare la crescita. Tuttavia, non possiamo dimenticare che al momento in cui scriviamo in Italia si parla dell’ennesima crisi di governo e della possibile caduta dello stesso. Insomma, oltre alle tensioni internazionali bisogna tenere conto anche di quelle nazionali.
Purtroppo in questo momento le autorità e le istituzioni europee non sembrano in grado di garantire crescita e stabilità all’Europa, nonostante i continui comunicati e toni rassicuranti. Già mesi fa i segnali di un’ondata inflazionistica erano nell’aria, ma si è preferito sperare che aspettative positive giocassero un ruolo nell’arrestare quella che appariva già allora una tempesta perfetta. Purtroppo l’inflazione, a differenza di quanto ci hanno detto, non è stata né temporanea né di poco conto. Tant’è vero che le previsioni odierne parlano di un aumento dei prezzi per quest’anno nell’Unione Europea dell’8.3%. Questo significa impoverimento forte delle classi più povere e rischio di fallimento per le piccole e medie imprese.
E su tutto questo altri fattori internazionali giocano un ruolo rilevante. I rallentamenti nelle catene di approvvigionamento messi in evidenza nei periodi di lockdown uniti alla carenza di molte materie prime vanno avanti a creare disagi alle attività industriali. La produzione cinese, anche a causa di una pandemia che non può dirsi esaurita, non riesce ancora a stare al passo con la domanda e spesso è obbligata a veri e propri arresti produttivi. Senza dimenticare che il programma di crescita cinese prevede di dare sempre più spazio alla domanda interna, quindi se c’è da privilegiare un compratore, non siamo più noi i primi della lista. Il problema dei prezzi, ma anche degli stessi rifornimenti dei prodotti energetici assilla tutta l’Europa, senza escludere la Svizzera. A tutto questo si aggiunge una maledetta guerra che non fa altro che accentuare le difficoltà con cui siamo confrontati.
Speriamo quindi che i governi e le banche centrali abbiano bene in chiaro i prossimi passi da intraprendere

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Saremo più poveri

Da giorni tentavo di scrivere questo articolo. Ma ogni volta mi bloccavo. Il costo umano di questa maledetta guerra mi faceva apparire il mio contributo di economista cosa piccola e perfino frivola. Tuttavia, anche oltre l’ambito geografico direttamente toccato dai combattimenti questa guerra avrà conseguenze. E se non saranno drammatiche quanto quelle sul terreno in Ucraina, anche queste conseguenze peseranno sulla vita di molte persone.
In effetti, pure nei paesi non toccati direttamente dal conflitto le ripercussioni sui cittadini saranno sensibili. E ricadranno purtroppo sulle fasce più deboli. L’aumento consistente dei prezzi della benzina, del gas, dei generi alimentari e dei beni di prima necessità colpisce in maniera diversa i cittadini già ora. Come sempre, anche in questo caso, le famiglie che guadagnano meno, faticano di più.
Ma non finisce qui. I problemi legati all’aumento del prezzo dell’energia non li vediamo “solo” sul costo diretto del riscaldamento o della fattura di fine mese. Se guardiamo all’Italia, ad esempio, troviamo che le difficoltà si stanno espandendo a tutte le filiere produttive. Dobbiamo prevedere un aumento del prezzo del pane, della pasta e delle patate a causa delle difficoltà di ottenere le materie prime dai paesi in guerra, ma anche le altre produzioni locali sono toccate. Decine di aziende agricole rischiano la chiusura a causa dell’aumento del costo del gas e del petrolio: questo porterà a minori produzioni, ma anche a tanti licenziamenti. Lo stesso sta succedendo a industrie i cui margini di guadagno sono stati già messi a dura prova dalla crisi pandemica.
Nei prossimi mesi se non addirittura anni anche in Europa le persone diventeranno più povere. Diventeranno più povere non perché spenderanno di più per scelta, ma perché il loro potere d’acquisto si ridurrà a causa degli aumenti dei prezzi. Gli stati e la politica devono cominciare seriamente a occuparsi delle famiglie che faranno fatica ad arrivare alla fine del mese: pane, pasta, patate, come pure riscaldare la propria casa e fare il pieno per andare a lavorare non sono beni di lusso, nessuno può farne a meno. Inoltre, se vogliamo tutelare le aziende, dovremo avere il coraggio di sviluppare pacchetti di sostegno anche per loro. Non dimentichiamo che non può esserci indipendenza e autonomia economica senza il lavoro.
Concordiamo che l’obiettivo a medio termine deve essere l’indipendenza energetica. Ma l’errore fatto in passato da chi ha voluto il mercato a ogni costo anche nei settori strategici vitali per l’esistenza stessa degli stati (energia, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico), non può essere risolto sulle spalle dei cittadini prendendo decisioni affrettate che aumenteranno ulteriormente i prezzi.

Tratto dal Corriere del Ticino, 16.03.2022

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