L’anno che sta arrivando… tra un anno passerà

Prima di gettarci nel nuovo anno e nei nuovi avvenimenti economici che ci accompagneranno, facciamo una brevissima carrellata sugli ultimi fatti del 2020.
Negli ultimi giorni ci hanno comunicato che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) nel III trimestre del 2020 ha comperato “solo” 11 miliardi di franchi in divise. Questa manovra serve a contenere l’apprezzamento del franco svizzero. Strategia, questa, che la BNS ha messo in atto già nei primi 6 mesi dell’anno, comperando ben 90 miliardi di franchi in divise. Per avere un termine di paragone, il record nell’acquisto, era nel 2015 e ammontava per l’intero anno a 86.1 miliardi di franchi. Quindi, record superato.
Sempre sul fronte nazionale, la borsa svizzera ha dichiarato attraverso il suo responsabile di voler rimanere indipendente dando anche ad intendere che la strategia di acquisizione di altre attività europee iniziata nel corso di quest’anno potrebbe proseguire. Questo in virtù del fatto che “più grande è la dimensione di una borsa, tanto più conta il suo parere” a livello decisionale. Speriamo anche in questo caso che non si faccia il passo più lungo della gamba.
Le prime analisi di chiusura dell’anno fatte da startups.ch dicono che in apparenza, un po’ paradossalmente, nel 2020 sono state create 46’842 nuove imprese, con una crescita del 5% rispetto all’anno prima. I settori più attivi imprenditorialmente risultano quelli legati al commercio online, al settore sanitario e informatico; in ragionevole calo le attività legate al turismo e al tempo libero. Tuttavia, la geografia delle “neo-nate” imprese (che non me ne si voglia vedremo quanto vivranno) è molto diversa: lo spirito imprenditoriale pare molto sviluppato nella Svizzera nordoccidentale, in quella centrale, in quella orientale e a Zurigo. Trend contrario in Romandia dove si segnala un calo del 4% e in Ticino dove il calo è stato addirittura del 16%. Facile, vedere subito una correlazione con le regioni che hanno vissuto in maniera più drammatica gli effetti del Covid-19. Nonostante questo entusiasmo finiamo dicendo che sempre secondo i dati di questa piattaforma il 2020 è stato caratterizzato da quasi 2’500 fallimenti, l’88% in più rispetto al 2019.
A questa notizia possiamo legare la valutazione fatta da JP Morgan che ritiene ci sarà un importante aumento di acquisizioni e fusioni nel 2021 in risposta alla crisi pandemica e alla necessità da una parte di aumentare gli introiti dall’altra di ridurre i costi.
Sul fronte internazionale segnaliamo la firma del presidente Trump al pacchetto di aiuti economici da 900 miliardi di dollari voluto per dare sostegno alle famiglie e alle imprese toccate dalla crisi del Covid-19. Il provvedimento, che si basa su un sistema di sicurezza sociale molto diverso dal nostro, concerne i sussidi ai disoccupati, gli aiuti contro gli sfratti e il pagamento degli affitti, i sussidi per le aziende, come anche per ristoranti, hotel, compagnie aree, oltre a fondi per la distribuzione del vaccino.
Altra notizia legata agli Stati Uniti è quella di escludere tre aziende di telecomunicazione cinesi da Wall Street, Borsa di New York. Questa decisione dipende dal decreto voluto da Trump che prescrive il divieto di investimenti americani in aziende vicine all’esercito cinese. Il paradosso sta nel fatto che nell’ultimo decennio proprio la Borsa americana abbia cercato in tutte le maniere di convincere aziende cinesi a quotarsi sul loro listino.
E infine, notizia di pochi minuti fa il Bitcoin (tema già discusso in questo blog) ha superato i 30 mila dollari di valore: un bell’inizio dell’anno per chi li ha comperati… Insomma, come sempre in economia, c’è chi guadagna e chi perde… speriamo che prima o poi sarà la maggioranza a vincere…

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Scontro sui cambi tra Stati Uniti e Svizzera

L’economia ha sempre bisogno di situazioni equilibrate. Questo capita anche nel caso della moneta. Una moneta può essere debole o forte. Questa definizione dipende dal valore che la moneta ha in rapporto al cambio con le monete degli altri Paesi. Una moneta forte di solito è considerata anche un bene rifugio affidabile e stabile: questo significa che le persone, le aziende o le altre nazioni per essere sicure di mantenere il valore dei loro possedimenti li convertono in queste monete. Il problema si pone quando la domanda di questa moneta diventa troppo grande e quindi il suo prezzo cresce ancora di più, apprezzando ulteriormente la moneta. È un po’ come quello che succede in un’asta: se tutti vogliono un quadro, il prezzo continua a salire e vincerà chi è disposto a pagarlo di più.
Di solito la forza di una moneta dipende da molti fattori, tra i quali una situazione economica e politica stabile, bassa disoccupazione, inflazione sotto controllo, grande competitività internazionale.
Di primo acchito sembrerebbe che avere una moneta forte sia solo un vantaggio. Ma non è sempre così. Una moneta molto forte può mettere in difficoltà le aziende che vendono i loro prodotti principalmente all’estero.
Per questa ragione le banche centrali cercano di mantenere il valore della propria moneta entro certi limiti e lo fanno con molti strumenti: noi semplifichiamo immaginando che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) utilizzi franchi svizzeri per comperare altre monete così da aumentare il loro valore.
Ora, pare che il Dipartimento americano del tesoro abbia messo la Svizzera nei paesi che manipolano i cambi per trarre vantaggio nella politica commerciale. Secondo le regole degli Stati Uniti questo avviene quando un Paese interviene con un ammontare superiore al 2% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL), ha un surplus commerciale di più di 20 miliardi di dollari con gli Stati Uniti e un rapporto tra il surplus delle partite correnti e il PIL maggiore al 2%. La Svizzera “viola” tutte queste tre condizioni. Per esempio nei primi 6 mesi dell’anno ha speso circa 90 miliardi di franchi per contrastare l’apprezzamento del franco, l’equivalente di oltre il 12% del nostro prodotto interno lordo.
Per il momento questa decisione non ha conseguenze dirette, ma gli Stati Uniti potrebbero decidere di applicare sanzioni e dazi nei confronti dei prodotti svizzeri. Dal canto suo la Svizzera spiegherà che gli interventi sono stati fatti per garantire la stabilità economica e non per avere vantaggi commerciali, anche perché, vedremo nei prossimi articoli, le bilance dei rapporti con l’estero sono un punto forte dell’economia elvetica.

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