Il Natale degli Invisibili

Il periodo di Natale è molto bello e rilassante per chi ha una famiglia vicino e può passarlo con persone care. E per chi non ha preoccupazioni economiche eccessive.
Molti invece vivono male queste feste perché hanno perso qualcuno e mai come a Natale la mancanza si fa sentire.
Altri ancora, e sono tanti, sono confrontati con difficoltà economiche che diventano particolarmente dolorose in questi giorni sfavillanti di luci, con l’abbondanza ostentata nelle vetrine.
Secondo l’Ufficio federale di statistica, oltre 770 mila persone vivono in povertà nel nostro paese. E oltre a loro ci sono quasi altrettante persone che vivono con il minimo indispensabile. Sono quasi un milione e mezzo di persone per cui il Natale è un problema nel problema. E anche in Ticino la situazione è molto difficile. Nel 2020 oltre 50 mila persone erano povere e altrettante a rischio di povertà.
Ancora di recente i media hanno parlato dell’aumento delle mense dei poveri nel nostro cantone. Perché quando si parla di povertà si parla anche “semplicemente” del fatto di riuscire a mettere qualcosa sotto i denti.
Una parte della popolazione pensa di mettersi a dieta subito dopo le feste. Un’altra parte penserà a come mangiare qualcosa questa sera.
Le disuguaglianze ci sono nel nostro paese, eccome. Sono spesso nascoste ai nostri occhi e diventa tabù anche solo il fatto di parlarne.
Sicuramente il modello economico svizzero è un modello di successo ma molte persone sono lasciate indietro, non ce la fanno, vivono ai margini e non sono nemmeno presenti nel dibattito pubblico. Sono a tutti gli effetti invisibili.
Molte altre persone, pur non essendo povere secondo la definizione ufficiale, hanno difficoltà notevoli a far quadrare i conti. Per loro, una spesa inattesa può essere un problema enorme. Vivono, queste persone, in una situazione continua di incertezza: la congiuntura attuale rischia di farne cadere molti sotto la temuta soglia della povertà “ufficiale”.
Sono cittadine e cittadini come noi, che non seguono i dibattiti politici perché hanno smesso di aspettarsi qualsiasi cosa. La politica non si occupa di loro perché spesso non votano da anni, quando ne hanno il diritto. Eppure esistono e diventano più numerosi in periodi di crisi economica e aumenti dei prezzi.
Non facciamoci ingannare dai dati appena pubblicati. Se nel 2021 le persone che hanno chiesto gli aiuti sociali non sono aumentate è solo perché erano in vigore ancore le misure speciali di sostegno a causa della pandemia. Ora che queste misure sono finite vediamo che i fallimenti delle aziende aumentano e con essi i licenziamenti e la povertà.
A Natale qualcuno si sente in obbligo di porgere un pensiero caritatevole. Altri fanno un vero e grande lavoro di assistenza e vicinanza. Ma per il resto dell’anno, di questo iceberg non si vede nemmeno la punta.
E sappiamo quanto siano pericolosi gli iceberg, non solo per le navi ma anche per una società che si racconta come opulenta e soddisfatta ma nasconde sotto la superficie ciò che non corrisponde a questa narrazione.
Occuparsi di questa parte della società è essenziale per chi prende decisioni. Così come cercare di affrontare i meccanismi che producono la povertà, specialmente oggi, alla vigilia di un’epoca economicamente difficile e politicamente instabile.

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Sotto l’albero? Le previsioni del KOF

Anche quest’anno il KOF ci fa il suo regalo e mette sotto l’albero di Natale le previsioni economiche. Il KOF, che è il centro di ricerche congiunturali del politecnico federale di Zurigo, ci presenta i dati per il 2023 e per il 2024.

In generale constatiamo che a livello mondiale il Prodotto Interno Lordo (PIL), che ricordiamo è un indicatore del valore della produzione di beni e servizi e in un certo senso anche del benessere economico, mostra segni di rallentamento rispetto alla crescita del 2021 (anno post-Covid) e del 2022.
In effetti, il PIL mondiale nel 2023 aumenterà dello 0.5%, quello dell’Unione Europea e degli Stati Uniti dello 0.3% e quello cinese del 4.5%. Il PIL in Svizzera invece crescerà dell’1% (senza conteggiare l’effetto degli avvenimenti sportivi internazionali). La crescita dipenderà anche l’anno prossimo dal consumo privato (+2%), dagli investimenti (+1.3%) e dalle esportazioni (+2.1%). La spesa pubblica, come era prevedibile dopo anni di grandi interventi, si ridurrà del 2.9%. Detto questo però dobbiamo fare alcune considerazioni. Primo: le previsioni dicono che il settore delle costruzioni soffrirà (-0.7%), mentre terranno gli investimenti in macchinari e beni strumentali (2.3%). Siamo dispiaciuti per il settore delle costruzioni, ma la situazione poteva essere più preoccupante se a mostrare un andamento negativo fosse stato il settore dei macchinari. In effetti, questo settore indica il sentimento degli imprenditori. Se si aspettano un andamento positivo e quindi di aumentare le vendite, aumenteranno le spese in macchinari necessari per produrre. Se invece hanno un sentimento negativo, non sostituiranno nemmeno i macchinari che diventano vecchi oppure che si rompono. Secondo: anche il settore del commercio estero non ci fa dormire sonni troppo tranquilli. In effetti, la crescita sia dei beni che dei servizi venduti all’estero appare piuttosto ridotta rispetto agli anni passati. Questo dipende dalla situazione economica degli altri Paesi: se ci sono difficoltà economiche, non compreranno i nostri prodotti. Ma anche le importazioni sono da monitorare. Ricordiamo che la Svizzera non ha grandi materie prime per cui per produrre necessita di comperare dal resto del mondo materiali e prodotti semilavorati. Per questa ragione se le importazioni rallentano significa che produrremo meno e che quindi esporteremo meno.

Ma perché gli economisti sono ossessionati dall’analisi del prodotto interno lordo? Semplice perché dietro al prodotto interno lordo ci sono i concetti di produzione, occupazione e reddito. Se il PIL non aumenta a sufficienza, vuol dire che non bisogna produrre. Se non bisogna produrre, le aziende non hanno bisogno di dipendenti E questo significa licenziamenti. Senza un lavoro non si ha un reddito. Questo implica per lo Stato due fatti: da una parte aumentano le spese per le assicurazioni sociali (per esempio l’assicurazione disoccupazione), dall’altra parte si riducono le entrate (se si riduce il reddito si pagano meno imposte).
Sappiamo che il PIL deve crescere a un livello tale da compensare l’aumento della forza lavoro e l’aumento del progresso tecnologico. Se questo avviene il tasso di disoccupazione rimane stabile. Guardando i dati del 2023 e del 2024 possiamo dire che fortunatamente l’impatto sul mondo del lavoro sarà contenuto.

Tutte queste previsioni però si avvereranno a patto che si verificheranno le condizioni immaginate dal KOF: un’inflazione contenuta, un approvvigionamento energetico garantito e la fine dei lockdown legati alla pandemia.

Che dire a questo punto? Beh, caro Babbo Natale potresti fare in modo che le previsioni del KOF si avverino?

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La Svizzera e la crisi che (forse) verrà

È appena arrivata una buona notizia: l’inflazione negli Stati Uniti in ottobre è aumentata meno del previsto. È vero che si parla ancora di tassi elevatissimi: il 7.7% non è un rialzo che non desta preoccupazioni. Tuttavia gli analisti si aspettavano un dato peggiore. Analisti che ora si interrogano sui prossimi passi della Federal Reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti. Finora la Fed ha seguito una politica monetaria aggressiva: è stata tra le prime banche centrali ad aumentare i tassi di interesse di riferimento ed è stata una di quelle che lo ha fatto anche in maniera piuttosto vigorosa. Ancora l’ultimo aumento deciso la settimana scorsa, ed è stato il quarto di fila, è stato di 0.75 punti percentuale. Questo rialzo ha di fatto portato il costo del denaro tra il 3.75% e il 4%. Come tutte le banche centrali anche la Fed ha come obiettivo la stabilità dei prezzi, stabilità che si identifica con un aumento dell’inflazione entro il 2%. Evidentemente in questo momento storico non c’è nessun paese che possa dichiararsi vicino a questo obiettivo.

Nessun paese, tranne la Svizzera. L’ultimo dato pubblicato dall’Ufficio federale di statistica parla di un aumento dei prezzi del 3%. Decisamente ben lontano dal quasi 12% dell’Unione europea. Le ragioni di questa differenza sono molte, tra queste le più importanti sono una moneta forte che consente di comperare beni dall’estero ad un “prezzo inferiore” e il fatto che il nostro carrello della spesa è composto in maniera un po’ differente da quello degli altri Paesi. Nel nostro caso i beni importati rappresentano solo il 25% della spesa; il 75% sono beni e servizi prodotti all’interno della Svizzera. Questo fa sì che, per esempio, il prezzo delle fonti energetiche come petrolio e gas incida in maniera limitata. Nonostante ciò, anche la Svizzera non può chiamarsi fuori dal rallentamento economico che tocca tutte le economie avanzate e che si prospetta piuttosto rilevante nei mesi a venire.

In effetti, gli ultimi indicatori mostrano ad esempio che la fiducia dei consumatori elvetici è crollata a livelli bassissimi. Bisogna tornare ai primi dati pubblicati nel 1972 per vedere segnali di sfiducia così grandi. Ma non è solo questo a preoccuparci. Le economie moderne sono fortemente connesse tra loro. Se alle preoccupazioni interne aggiungiamo le difficoltà di approvvigionamento sui mercati, le problematiche relative alle fonti energetiche, il clima di sfiducia generale, la situazione deve farci riflettere.

Attenzione però alle scelte affrettate e agli appelli di intervento dello Stato. Prima di tutto dobbiamo comprendere se questa crisi ci sarà, quanto durerà e quali saranno i settori che necessiteranno di sostegno. Solo dopo, potremo intervenire, se necessario e in misura mirata.

Tratto da L’Osservatore, 12.11.2022

L’inflazione corre o sta rallentando?

L’inflazione continua a correre. Ma non per tutti alla stessa velocità. I dati appena pubblicati dalla Germania indicano che nel mese di ottobre i prezzi sono aumentati raggiungendo il livello storico del 10.4%; mai così alto dal 1951. Il mese scorso gli aumenti erano stati, sempre su base annuale, del 10%. E le cose non vanno bene nemmeno nel resto dell’Unione Europea, dove ormai il tasso di inflazione ha raggiunto mediamente quasi il 12%. Purtroppo quello che si registra nei paesi è oramai un aumento generalizzato e non più solo limitato al settore energetico. Anche fare la spesa, comprare frutta, verdura e pasta, sembra essere diventata un’attività di lusso. Questo può diventare un grandissimo problema per i cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese, e nel tempo stesso un grave problema per l’economia. La pura frena i consumi che frenano la produzione. Il vento di recessione soffia forte sull’Europa. A conferma i dati appena pubblicati della Gran Bretagna che mostrano un tasso di decrescita del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre -0.2%.

E le prospettive rimangono preoccupanti anche per le altre nazioni. Non a caso tutte le organizzazioni e le istituzioni internazionali vedono continuamente al ribasso le previsioni di crescita. Ma la crescita non è un concetto astratto o una fissazione degli economisti. La crescita, dettata da un aumento della domanda, al momento è l’unico fattore in grado di garantire occupazione e quindi posti di lavoro.

Ma il vento non sembra soffiare dappertutto alla stessa maniera. I dati appena pubblicati negli stati Uniti parlano di un aumento dei prezzi del 7.7%. Certo parliamo sempre di un rialzo importante, ma che mostra un calo rispetto al mese precedente quando l’inflazione segnava +8%.

È ancora presto per attribuire questo rallentamento alle politiche monetarie fortemente restrittive volute dalla Federal Reserve (Banca centrale degli Stati Uniti) che prima di tutte le altre banche centrali ha deciso importanti aumenti dei tassi di interesse per contrastare il fenomeno dell’inflazione. Certo è che al momento i dati sembrano dare ragione a quelle nazioni che per prime hanno avuto il coraggio di affrontare questa crisi. Esattamente come la Svizzera che nell’ultimo mese ha segnato una stabilità dei prezzi con un’inflazione ferma al 3%.

Speriamo che la corsa stia effettivamente arrivando al termine.

La favola del Cantone Ticino…

Ve la ricordate la favoletta che ci hanno raccontato durante la crisi Covid? “Il Canton Ticino, grazie alla sua economia diversificata sta affrontando la situazione meglio degli altri”.
Peccato che i dati appena pubblicati dall’ufficio federale della statistica dicano il contrario. Nel 2020 il prodotto interno lordo svizzero (PIL) si è ridotto del 2.4%; quello del Canton Ticino del 5.2%, 2.2 volte di più. Peggio di noi fanno solo Giura (-8.5%), Neuchâtel (-6.5%) e Glarona (-5.3%).
Naturalmente non neghiamo la violenza e l’eccezionalità della pandemia, né che il piccolo Canton Ticino, con la sua produzione annuale di circa 30 miliardi di franchi di beni e servizi, potesse reggere il colpo senza conseguenze. D’altronde non serve neppure a nessuno andare avanti a negare le problematiche che affliggono il nostro Cantone. Prima fra tutte è la sua struttura economica che vede il settore industriale e quello dei servizi a basso valore aggiunto come dominanti. Questo ci porta a essere sempre negli ultimi posti delle graduatorie sull’attrattività e la competitività nazionale.
Il settore industriale, quello delle costruzioni, quello del commercio al dettaglio, ma anche il settore infermieristico, quello dell’amministrazione pubblica e dei servizi sociali sono attività fondamentali, ma non bastano. Non possiamo ignorare che un cantone al passo coi tempi e che voglia offrire posti di lavoro ai suoi giovani debba spingere anche verso altri settori. La struttura economica del Canton Zurigo, locomotiva svizzera, è decisamente differente: la quota di prodotto interno lordo generata dai servizi finanziari e da quelli assicurativi e dalle attività immobiliari, scientifiche e tecniche rappresenta una fetta importantissima. Non a caso sono questi i settori ad alto valore aggiunto e non a caso è Zurigo il Cantone con i salari più alti.
Non possiamo cambiare la struttura economica del nostro paese dall’oggi al domani, ma possiamo valorizzare quanto abbiamo sul territorio e accompagnare le nostre aziende verso una visione più di medio-lungo termine.
La statistica ancora non misura un fenomeno che preoccupa i sonni di molti e che potrebbe rendere definitivamente questo cantone un cantone dormitorio. Sempre più giovani, e non solo loro, accettano posti di lavoro oltre Gottardo. Qui trascorrono 3 giorni alla settimana per poi rientrare in Ticino e lavorare da casa per gli altri due. È un lusso che non possiamo permetterci. Questi giovani capaci, competenti e qualificati, devono contribuire allo sviluppo di questo Cantone.
Ora siamo a un bivio: possiamo andare avanti a raccontarci la favola che tutto va bene, che siamo un’economia performante, che la diversificazione è la nostra ricchezza, oppure possiamo cominciare a lavorare perché questa favola diventi realtà.

La versione audio: La favola del Cantone Ticino

La povertà in Ticino c’è, eccome

“La povertà è definita come un’insufficienza di risorse (materiali, culturali e sociali) che preclude alle persone il tenore di vita minimo considerato accettabile nel paese in cui vivono” (UST). Nelle poche righe dell’ufficio federale di statistica comprendiamo la multidimensionalità della povertà. E per questo siamo soliti calcolare tre indicatori.
Primo, la povertà in senso assoluto che indica le persone o i nuclei familiari che vivono al di sotto di una soglia monetaria definita come minimo vitale. Nel 2020 era fissata in 2’279 CHF per una persona sola e in 3’963 per una famiglia di due adulti e due bambini.
Secondo, per ritenere l’importanza che il tessuto sociale ha nella vita degli individui si misura anche il rischio di povertà che è un concetto relativo che si basa sull’idea che se la disuguaglianza è troppo grande rispetto al resto della società difficilmente si potrà condurre una vita integrata. Così si è poveri se si guadagna meno del 60% (o del 50%) del reddito mediano.
Infine da qualche anno si parla anche di deprivazione materiale che misura l’impossibilità di acquistare alcuni beni o di svolgere determinate attività, come andare in vacanza una settimana all’anno o comprare un’automobile o un computer o ancora non poter far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF.
La povertà non tocca tutti alla stessa maniera. Ci sono alcune categorie di persone maggiormente toccate. Per esempio la povertà sembra riguardare maggiormente le persone con più di 65 anni, la popolazione straniera, le persone che hanno una formazione limitata alla scuola dell’obbligo, i disoccupati, i genitori soli con figli, gli inquilini e coloro che guadagnano meno di 33’350 CHF all’anno.
Ora se rapportiamo queste caratteristiche alla popolazione del Cantone Ticino vediamo subito la sovra rappresentanza di alcune categorie. E non a caso, scopriamo che il tasso di rischio di povertà nel nostro cantone e di quasi il 25% contro una media nazionale del 15%. In Ticino una persona su quattro guadagna meno del 60% del reddito mediano.
Certo sono tante le cause, ma forse la principale rimane la fragilità del nostro mercato del lavoro. Fragilità che sempre più conduce i nostri giovani ad armarsi di tanto coraggio e tanta voglia di fare per cercare fortuna oltre Gottardo; che sempre più spinge le persone a dover fare più di un lavoro alla volta; che sempre più porta gli individui a ricorrere agli aiuti dello Stato.
Le soluzioni sono di tipo strutturale e richiedono tempo. Ma non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente. Per questo ringraziamo le associazioni benefiche che cercano di dare sollievo alle persone meno fortunate che vivono nel nostro Cantone. Tra queste, ringrazio il Soccorso d’inverno Ticino per il suo lavoro e per avermi permesso di portare queste riflessioni nella loro assemblea annuale.

La versione audio: La povertà in Ticino c’è, eccome

Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) nelle ultime settimane ha attirato la nostra attenzione. Già in giugno aveva stupito tutti aumentando il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. La manovra era apparsa inaspettata perché la Banca Centrale Europea (BCE), “faro guida” della politica monetaria svizzera, qualche giorno prima aveva annunciato un aumento più contenuto (0.25%). La cosa è apparsa quindi particolarmente coraggiosa. Come coraggiosa, e da alcuni criticata, è stata la decisione successiva presa verso la fine di settembre di aumentare ulteriormente i tassi di interesse di 0.75 punti portandoli da un tasso negativo dello 0.25% a uno positivo dello 0.5%. Questa manovra ha chiuso la lunga parentesi degli interessi negativi che erano stati introdotti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Questo era avvenuto in concomitanza con l’abolizione del tasso minimo di cambio tra franco ed euro che era stato introdotto dalla stessa Banca Nazionale per cercare di contrastare la forza del franco svizzero.
A stupire nuovamente, una settimana dopo, la scoperta di un cambio di rotta della banca anche nell’acquisto di valute: fino a qualche giorno prima, la politica economica messa in atto è stata quella di acquistare quantità massicce di monete straniere per contrastare la forza del franco. Dai dati pubblicati nel secondo trimestre del 2022 è emerso invece che l’istituto ha venduto valute per circa 5 milioni di franchi. Certo, sono state quantità minime, ma che indicano un chiaro cambiamento di rotta: in effetti, nel semestre precedente gli acquisti erano stati di 5.7 miliardi e addirittura di 12.6 miliardi nell’ultimo trimestre del 2021 (ricordiamo che qualche anno fa gli Stati Uniti erano addirittura arrivati ad aprire un’inchiesta nei nostri confronti perché ci accusavano di manipolare il cambio per favorire le esportazioni).
E ieri, un’altra scoperta. Le riserve monetarie (quelle di divise) si riducono di circa 52 miliardi rispetto al mese precedente attestandosi a 807 miliardi di franchi. Il valore dell’insieme delle riserve è oggi stimato in “soli” 819 miliardi di franchi, diminuito dagli 873 di agosto. Questa diminuzione potrebbe essere imputabile alla variazione dei cambi delle altre monete.
Insomma, dopo aver annunciato questa estate una perdita record di oltre 95 miliardi di franchi, anche la classe politica inizia a mettersi l’anima in pace. Peccato che si sia dovuti arrivare a questo punto per riportare il campanile al centro del villaggio. Eppure l’indipendenza della BNS dalla politica come pure i suoi compiti sono molto chiari. Essa, e come lei tutte le banche centrali del mondo, deve garantire la stabilità dei prezzi e quella del sistema dei pagamenti. Per farlo, necessita di fare degli importanti utili, che le servono a compensare le importanti perdite di altri momenti. Insomma, non c’è spazio per altro. Per questo basta a fantasiosi impieghi degli utili della Banca Nazionale.

La versione audio: Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

L’economia svizzera tiene, ma si vedono all’orizzonte delle nubi nere. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato le previsioni economiche per la fine di quest’anno e per il prossimo anno. Il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2022 è stato ridotto al 2%, in confronto al 2.6% di qualche mese fa. Peggio ancora sarà il PIL l’anno prossimo: la sua crescita è stimata solo all’1.1%.
Le cause di questo rallentamento sono da ricercare nell’andamento dell’economia internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e persino la Cina mostrano una certa frenata. Sicuramente su queste economie pesano i fattori che oramai la fanno da padrona negli ultimi mesi: aumenti dei prezzi, penuria di fonti energetiche e possibile nuova ondata di pandemia. Questi elementi oltre a causare importanti cali delle produzioni, sono fonte di grande incertezza. E l’incertezza è forse la più grande nemica dell’economia.
Dando un’occhiata alla situazione Svizzera si vede che i consumi privati ancora per quest’anno alimentano la crescita; discorso contrario invece quello sugli investimenti in costruzioni che chiuderanno con una riduzione del 2.2% rispetto all’anno scorso. Che il settore dell’edilizia fosse in difficoltà si intuiva da qualche mese. Certamente la politica monetaria restrittiva che sta spingendo verso l’aumento dei tassi di interesse non sarà di aiuto. Ma anche un altro settore preoccupa un po’ ed è quello delle esportazioni di beni, che proprio perché collegato agli acquisti da parte degli altri paesi, mostra una riduzione importante della sua crescita, passando dal 4.7% a solo l’1.3%. Dato questo che non sembra progredire troppo nemmeno l’anno prossimo.
Oltre a ciò nel 2023 si stima un rallentamento all’1.4% della crescita dei consumi e addirittura una riduzione della spesa pubblica di 2.5 punti percentuali. Evidentemente gli esperti stimano che lo Stato non andrà in soccorso alla politica monetaria restrittiva contrapponendovi una politica fiscale espansiva (aumento della spesa pubblica).
Guardando agli effetti sul mercato del lavoro fortunatamente l’aumento del tasso di disoccupazione appare ancora contenuto (2.3%), anche se la creazione di nuovi posti di lavoro risulta molto più bassa di quella conosciuta quest’anno. Sul fronte dei prezzi, se le aspettative sono peggiorate per il 2022 passando da un aumento del 2.5% al 3%, la SECO prevede una riduzione dell’inflazione per l’anno prossimo al 2.3%. Non vogliamo essere troppo pessimisti, ma allo stato attuale e con l’inverno alle porte un aumento dei prezzi così contenuto ci sembra una bella speranza, ma niente di più.

La versione audio: Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

Commercio estero: bene, ma non benissimo

Le esportazioni e le importazioni svizzere nel mese di luglio sono diminuite. Dobbiamo preoccuparci? Sappiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, ossia produce più di quanto consuma e quindi vende una parte all’estero. Tutti i Paesi vorrebbero essere esportatori netti, perché dietro alle produzioni ci sono le persone che lavorano e che quindi sono occupate, hanno un reddito, pagano le imposte, non sono al beneficio di aiuti statali, consumano e di conseguenza alimentano in maniera positiva il ciclo economico.
Le esportazioni tra giugno e luglio sono scese da 22.5 miliardi di franchi a 21.5; la riduzione è stata del 4.3% in termini nominali, mentre se togliamo l’effetto dei prezzi, la riduzione scende al 2.9%. In maniera analoga, le importazioni sono diminuite da quasi 20 miliardi a poco più di 19.1 miliardi. Anche in questo caso, la diminuzione nominale è stata del 4.2%, mentre quella reale del 3.4%. Il saldo della bilancia commerciale (qui trovate la definizione) è di circa 2.4 miliardi di franchi.
E questa è la prima buona notizia che fa relativizzare un po’ la riduzione del traffico commerciale. A differenza di quanto accaduto per Germania e Italia, i nostri saldi sono ancora positivi. Certo, vediamo una diminuzione, ma per il momento si parla di un solo mese.
È anche per queste ragioni che è difficile al momento dire se si stratta di una flessione stagionale e temporanea oppure se può essere l’inizio di una crisi più grande che potrebbe trovare radici nella situazione che stanno vivendo molte nazioni in Europa. Basti pensare che l’inflazione in Gran Bretagna ha superato il 10%, attestandosi al 10.1%. E la fiducia dei consumatori che vedono ridurre il loro potere d’acquisto non poteva che diminuire. Attenzione, perché le cose non sembrano andare molto meglio nell’Unione Europea dove gli aumenti dei prezzi sono stati nel mese di luglio del 9.8%. Leggiamo che rispetto a quanto avvenuto in giugno in ben 18 Paesi membri su 27 l’inflazione è aumentata. Le cause maggiori sono state ancora l’energia, gli alimentari, l’alcool e i tabacchi e i servizi. È facilmente comprensibile che se i prezzi aumentano i consumatori possono comperare anche meno prodotti dall’estero.
Guardando ai beni svizzeri che hanno rallentato le loro vendite troviamo i prodotti chimici e farmaceutici (che rappresentano circa la metà delle nostre esportazioni), i macchinari e gli apparecchi elettronici (che sono il 12%) e gli strumenti di precisione (circa il 7%). In controtendenza il settore dell’orologeria (10%) che continua la sua crescita positiva, come abbiamo anche letto dalle dichiarazioni della Federazione dell’industria orologeria svizzera.
E anche sulle importazioni non possiamo festeggiare: se diminuiscono vuol dire che abbiamo meno materie prime e semilavorati e di conseguenza anche la nostra produzione rallenterà. Sappiamo che i ritardi nelle catene di approvvigionamento rimangono di strettissima attualità.
A tutto questo si aggiunge poi un franco estremamente forte che fa risultare più care le nostre esportazioni.
Insomma, non allarmiamoci inutilmente, ma teniamo gli occhi ben aperti.

La versione audio: Commercio estero: bene, ma non benissimo
Fonte: la Posta

Ticino: primo in classifica… per povertà e debiti

Nel 2020 abbiamo raggiunto il gradino più alto di una statistica. Peccato che sia quella che indica che il Ticino è la regione in Svizzera con il tasso di povertà più alto. Eravamo, e siamo ancora, i più poveri in Svizzera. Certo i tassi di disoccupazione ufficiali così bassi ci rincuorano. Peccato non relazionarli ai dati sulla povertà, a quelli sull’indebitamento o ancora al numero di giovani che vanno fuori Cantone per trovare lavoro. Insomma le cose non stanno così bene come alcuni preferiscono raccontare. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
I dati sulla povertà in Ticino confermano che le cose vanno male per noi. Il tasso di povertà medio in Svizzera è dell’8.5%; in Ticino siamo al 14.5%. Significa che 1 persona su 7 vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 2’279 franchi al mese per una persona sola e a 3’963 franchi per un’economia domestica composta da due adulti e due bambini sotto ai 14 anni. Guardando all’evoluzione dobbiamo purtroppo constatare che le persone povere sono aumentate da 43 mila del 2019 a 50 mila del 2020. E questi dati non considerano ancora gli effetti della pandemia di due anni fa e quelli dell’inflazione di oggi.

Purtroppo questa situazione si conferma anche guardando al rischio di povertà. Le persone a rischio di povertà sono quelle il cui reddito risulta inferiore al 60% del reddito disponibile equivalente mediano in Svizzera (o al 50% dipende dal riferimento che si adotta). Insomma per semplificare se guadagnate meno del 60% di quello che guadagna il cittadino mediano (quello che vede il 50% di persone che guadagnano più di lui e il 50% che guadagnano meno) siete a rischio povertà. Purtroppo anche in questo caso il Ticino guida la classifica.
E non finisce qui. Siamo tra i primi posti per quanto riguarda la deprivazione materiale e quella grave, abbiamo le più alte percentuali di persone che vivono con difficoltà economiche, con arretrati di pagamenti e che fanno fatica ad affrontare una spesa imprevista o andare una settimana in vacanza o a consumare un pasto completo un giorno su due. Siamo i cittadini più indebitati in Svizzera: che si vada dal leasing per l’automobile agli acquisti a rate, il “ticinese” è indebitato e si indebita. Non a caso ben il 31.2% delle economie domestiche ha più di una carta di credito per adulto (la media svizzera è del 23.7%). E non solo. Siamo i primi ad avere arretrati di pagamenti sull’affitto, sulle fatture di acqua, elettricità, gas o riscaldamento e sulle imposte.
E come mai tutto questo si verifica? Certo possiamo parlare di età, di formazione, di nazionalità, dell’essere una famiglia monoparentale. Ma soprattutto non possiamo non ricordare che il Cantone Ticino è il cantone con i salari più bassi in Svizzera, salari che non solo non aumentano, ma che in alcuni casi addirittura diminuiscono. Questo è il primo punto da affrontare e risolvere.

La versione audio: Ticino: primo in classifica… per povertà e debiti
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