Benzina, ma quanto ci costi?

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La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?

Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.

Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.

A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?

Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.

C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.

Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della collosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.

Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.

Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.

Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.

Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

L’inflazione c’è e si vede. Anche in Svizzera. I prezzi in aprile sono aumentati del 2.5% rispetto a un anno fa. I rincari più importanti riguardano i beni importati e nel dettaglio le fonti energetiche come il gas e il petrolio. Questo si riflette sulle spese di tutti i giorni, in particolare nei trasporti e nei costi legati all’abitazione. Certo se guardiamo agli altri Paesi, ancora non possiamo lamentarci. Proprio questa settimana i dati hanno confermato aumenti dei prezzi dell’8.3% negli Stati Uniti (mai così alti negli ultimi 40 anni), del 7.4% in Germania e ancora dell’8.3% in Spagna.
Purtroppo nemmeno le prospettive sono rosee. Se guardiamo all’indice dei prezzi alla produzione le cose non andranno tanto meglio nei prossimi mesi. Questo indicatore mostra l’evoluzione dei prezzi dei prodotti industriali appena usciti dalla fabbrica. Anche in questo caso gli aumenti sembrano inarrestabili. In Cina si parla di un rincaro nel mese di aprile rispetto all’anno prima dell’8% e negli Stati Uniti addirittura dell’11%. Persino la Svizzera non rimane indenne: +6.7%. Ma perché questo dato ci impensierisce? Per ottenere il prezzo dei beni che comperiamo, dobbiamo aggiungere al già elevato prezzo di produzione anche i costi di trasporto, logistica e quelli sostenuti direttamente dai commercianti per le loro attività. Tutto questo significa che i prezzi che troveremo sui nostri scaffali nei prossimi mesi dovranno per forza aumentare. E questo ha un impatto sul comportamento dei consumatori la cui fiducia crolla.
Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Così nelle ultime settimane la banca centrale americana e anche quella inglese hanno deciso di aumentare i tassi di interesse. Questa strategia, chiamata tecnicamente politica monetaria restrittiva, può generare due effetti. Primo: rende più caro l’indebitamento scoraggiando gli investimenti delle imprese e i consumi a credito delle famiglie. Secondo: invoglia al risparmio. Questo dovrebbe ridurre la domanda allentando la pressione sui prezzi.
In realtà, purtroppo l’inflazione che stiamo vivendo ha origini e cause ben più lontane che non sono solo riconducibili a questa maledetta guerra. Ciò significa che le conseguenze negative di una politica monetaria restrittiva, ossia la riduzione della produzione e l’aumento della disoccupazione, potrebbero avvenire. In più la maggioranza degli Stati non ha più grandi margini di manovra nella spesa pubblica poiché è già intervenuta in maniera massiccia per rispondere alla crisi legata alla pandemia.
E pensare che fino a qualche mese fa quando si parlava di presenza contemporanea di inflazione e disoccupazione (stagflazione) l’unico esempio che potevamo fare era la crisi petrolifera degli anni 70…
Tratto da L’Osservatore del 14.05.2022

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