Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale. Vi sembra impossibile, vero? E invece pare che questa equazione tenga.
Il tempo e la qualità del lavoro sono da sempre tematiche care agli economisti. Sin dalla rivoluzione industriale, quando Adam Smith, padre fondatore dell’economia politica, teorizza i vantaggi della divisione del lavoro attraverso l’esempio della fabbrica degli spilli. Prendiamo il caso di un operaio che deve fare tutte le 18 fasi del processo di produzione di uno spillo (tirare il filo di metallo, raddrizzarlo, tagliarlo, appuntarlo, affilarlo, preparare la capocchia, attaccarla, pulire gli spilli, impacchettarli …). Lui riuscirà a produrre circa 10 spilli al giorno. Se in questa fabbrica prendiamo 10 operai e a ognuno di loro facciamo fare solo 2 o 3 lavori, alla sera troveremo … 50 mila spilli! La produzione aumenta di 5 mila volte! Questo dipende da 3 ragioni. Primo, il lavoratore diventa sempre più bravo man mano che fa la stessa attività. Secondo, non si perde tempo per passare da una mansione all’altra. Infine, quanto più le attività da svolgere sono specifiche e ripetitive, tanto sarà più facile inventare macchinari che sostituiscono il lavoro umano. Quindi di progresso tecnologico e innovazione si parlava già nel 1700.
Nonostante questi vantaggi “economici”, Smith metteva in guardia dal pericolo enorme a cui andavano incontro gli operai limitando le loro capacità a semplici, continui e ripetitivi atti. Così facendo il rischio di intorpidire le menti e rendere il popolo ignorante era uno dei più grandi mali per i governi. Probabilmente è un po’ il pensiero che molti stanno facendo in questi ultimi anni.
Dopo di lui tantissimi altri economisti si sono occupati delle condizioni e del tempo di lavoro, come pure del rapporto tra lavoro e produzione. Il rendimento del lavoro si misura con la produttività che possiamo semplificare nel valore di quanto produce una persona in un’ora. Una volta si pensava che per aumentare la produttività e quindi la produzione di un’azienda, era necessario aumentare il numero ore lavorate. Da qualche anno, al contrario molti studi dimostrano che gli individui felici, sereni e riposati producono di più e meglio di quelli che lavorano più tempo.
In questa direzione vanno le decisioni di LinkedIn di qualche mese fa e quella di questa settimana di Nike di regalare una settimana aggiuntiva di vacanza ai propri collaboratori. La motivazione è molto semplice: farli riposare dalle fatiche legate alla crisi del Covid-19.
Ma non finisce qui. Alcune aziende in Svizzera, Giappone, Spagna, in alcuni casi anche con l’aiuto dello Stato, stanno sperimentando la settimana lavorativa di 4 giorni (circa 32 ore settimanali). In Svizzera, ricordiamo che varia tra le 42 e le 45 ore settimanali.
L’esperimento fatto in Islanda che ha ridotto da 40 a 35/36 le ore di lavoro per 2’500 lavoratori per 4 anni (dal 2015 al 2019) è stato estremamente positivo: la produttività è aumentata come pure il benessere dei lavoratori.
Insomma, per una volta riusciamo a prendere due piccioni con una fava!

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Fonte: superiorwallpapers.com

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi

Lo zucchero svizzero è in pericolo. E noi dobbiamo proteggerlo. Questo in sintesi il messaggio del consiglio nazionale. All’inizio pensavo di scrivere un articolo prendendo spunto da questa notizia per parlarvi della storia del commercio internazionale. Pensavo di viaggiare tra mercantilisti, Colbert, nelle tesi di Ricardo sui vantaggi comparati, nel liberalismo e nella globalizzazione, senza evidentemente trascurare il padre fondatore dell’economia politica, Adam Smith. E invece, documentandomi sullo zucchero mi sono appassionata e ora vi racconto cosa ho scoperto.
In Svizzera produciamo zucchero e lo facciamo da quasi 110 anni con una sola azienda, la Zucchero Svizzero SA (ZUS). Il nome così eloquente probabilmente è il frutto dei tempi di allora. Siamo in presenza di un monopolio (nelle prossime settimane spiegheremo le forme di mercato). La ZUS ha due sedi di produzione, e 155-180 collaboratori di cui 10 apprendisti. La produzione dello zucchero avviene nel periodo chiamato campagna, tra fine settembre e fine dicembre. Le barbabietole vengono trasformate in zucchero cristallino e in succo denso che sarà sottoposto alla cristallizzazione in primavera. Lo zucchero sciolto viene poi immagazzinato in silos e infine imballato e venduto al dettaglio. Nel 2019 la ZUS ha trasformato 1.65 milioni di tonnellate di barbabietole da zucchero in 240 mila tonnellate di zucchero. Per intenderci sono 240 milioni di pacchi di zucchero da un chilo.
In Svizzera abbiamo 4’200 coltivatori di barbabietole da zucchero e seppur sfruttino meglio le economie di scala (coltivare un terreno più grande consente di abbassare il costo della produzione di una barbabietola perché si possono sfruttare maggiormente i macchinari e i processi), la produzione locale non basta. La Zucchero Svizzero SA importa barbabietole, sciroppo di zucchero e zucchero.
Nel 2017 l’Unione Europea ha abolito il sistema di quote che limitava la quantità di produzione di zucchero e questo data la sua continua ricerca del mercato libero. Così facendo è aumentata fortemente la produzione di zucchero e ne è diminuito il prezzo. L’impatto rispetto a quello svizzero è stato ancora maggiore a causa del tasso di cambio. Nel 2006 il prezzo di 100 kg era di 100 franchi, oggi siamo alla metà, 50 franchi. E allora voi potreste dire “meglio per noi consumatori”. Peccato che le cose non siano così semplici. A rischio c’è la produzione nazionale di zucchero, la salvaguardia della catena di valore (dalla barbabietola agli zuccherifici) e i posti di lavoro. E non dimentichiamo il rischio dei produttori di derrate alimentari che per utilizzare l’indicazione di provenienza “Swissness” devono poter utilizzare il 50% di zucchero svizzero.
Insomma, non si può far morire tutto questo. È quindi ragionevole introdurre un dazio minimo di 70 franchi per tonnellata di zucchero importato oltre a sussidi e contributi alle coltivazioni di barbabietole.
Ricordiamo sempre che prezzo basso non significa per forza affare. Quando poi paragoniamo prodotti provenienti da aree geografiche e politiche diverse non possiamo mai prescindere dalla prudenza. È evidente che i costi di produzione come pure i salari in Svizzera non possono essere, fortunatamente aggiungo io, competitivi con l’Unione Europea. Ma non per questo dobbiamo essere noi a ridurre il nostro tenore di vita.

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Fonte: https://www.ennaora.it/

Previsioni economiche come l’oroscopo?

Che cosa hanno in comune le previsioni economiche e l’oroscopo? Diciamo che le seconde sono sicuramente più lette. Scherzi a parte, alzi la mano chi di noi non è andato a sbriciare che cosa prevedono le stelle per quest’anno. La mia riflessione prende spunto da una discussione avuta con alcuni amici che si interrogavano sulla scientificità degli oroscopi. Da parte mia, da buona economista non convenzionale, mi sono interrogata sulla scientificità dell’economia. In realtà il dibattito sull’essere o meno una scienza è vecchio quanto l’economia stessa. Galbraith che è stato grande economista controcorrente diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Una provocazione certo, ma che ha importanti fondamenta.
Guardiamo a quanto accaduto quest’anno. Gli economisti proprio non ci hanno preso. Certo era impossibile prevedere la comparsa di un virus che avrebbe bloccato il mondo intero, limitato la libertà individuale e fermato tutte le attività economiche. E di questo teniamo conto. Ma anche dopo marzo del 2020, le previsioni degli esperti si sono cautelativamente tutelate dietro una parola ricorrente: l’incertezza.
In effetti, se torniamo indietro e prendiamo le previsioni di fine 2019 ci rendiamo conto di quanto la realtà si sia allontanata dall’ “oroscopo economico”. In Svizzera per esempio siamo passati da una crescita stimata in dicembre 2019, dell’1.7% a una decrescita stimata nel corso del 2020 prima dell’1.5%, poi del 6.7%, passando al 3.8% e ora si parla di un 3.3%. E mentre i dati del 2020 andavano consolidandosi e quindi le previsioni si trasformavano in dati effettivi, non si poteva dire che il valzer delle cifre per l’anno 2021 si stava attenuando. Che dire della seconda ondata? Era prevista da tutto il mondo, ma no i nostri economisti probabilmente non l’hanno considerata. Così al 15 dicembre 2020 la segreteria di Stato dell’economia prevede una crescita del PIL per il 2021 di solo il 3%, crescita che era stimata in aprile al 5.2%.
Come detto il rapporto tra scientificità ed economia è antico. Spesso purtroppo l’economia dimentica che la finalità di una scienza non è solo quella della previsione, ma altrettanto valore hanno la descrizione e la spiegazione. Privilegiarne una a svantaggio delle altre due, rende la ricerca scientifica incompleta e destinata al fallimento.
Così l’economia ogni tanto dimentica che alla base dei suoi modelli c’è l’essere umano e soprattutto che l’essere umano non è l’homo economicus che tanto serve nei modelli. Certo qualche individuo è sempre razionale, egoista e persegue solo il suo interesse personale, ma non tutti siamo fatti così.
Oggi l’economia comportamentale sta cercando di correggere il tiro eppure le teorie economiche da sempre sono piene di concetti e meccanismi che sfuggono alla scienza. Pensiamo ad esempio alla famosa mano invisibile di Smith: questa idea (a onor del vero assolutamente strumentalizzata rispetto a quanto scritto dall’autore) è stata per secoli la giustificazione all’equilibrio di mercato. Il meccanismo che proponeva Smith è che l’utilità porta alcuni uomini, ma solo alcuni, a creare, innovare, diventare imprenditori e quindi a produrre più del loro bisogno. E qui interviene una mano invisibile che assicura l’utilità per un grande numero e la ridistribuzione di questo surplus.
O ancora, pensate all’animal spirits di Keynes. Gli spiriti animali erano definite come emozioni istintive che guidavano il comportamento umano, soprattutto quello degli imprenditori. Quella voglia degli imprenditori di fare, nonostante i dati oggettivi scientifici spingerebbero al non fare. Insomma razionale contro irrazionale.
Pensatori del passato? Beh, mica tanto. Pensate al ruolo che giocano oggi le aspettative. Prendiamo il valore delle azioni: se ci aspettiamo che gli affari per un’azienda andranno male, saremo portati a vendere le nostre azioni, causando di fatto noi stessi il peggioramento della situazione di questa azienda. O ancora a quanto le aspettative siano importanti per conseguire gli obiettivi fissati dalle politiche economiche. Quando la Banca Nazionale Svizzera ha annunciato che avrebbe fissato una soglia minimo al tasso di cambio con il franco svizzero, sperava che solo l’annuncio avrebbe portato alla modifica del comportamento degli agenti economici interrompendo la speculazione. O un ultimo esempio proprio di qualche giorno fa: la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde è apparsa piuttosto scettica sulla ripresa economica a breve termine. La reazione dei mercati è stata negativa. Quindi la solo ipotesi che le cose potrebbero andare male ha fatto sì che le cose quel giorno andassero male.
Certo, il discorso rigoroso e scientifico non va fatto in questa maniera; quello che si vuole fare qui è solo rendere attenti del fatto che spesso le previsioni economiche sono da considerare come quelle astrologiche. Quindi a voi di crederci o meno. (Sintesi del video sotto)

La versione audio: Previsioni economiche come l’oroscopo?
Pubblicato da Ticinotoday