«Il Cantone lo ammette: i ticinesi hanno problemi di soldi»

Questa settimana riprendiamo l’intervista fatta qualche settimana fa da Patrick Mancini, che ringraziamo, in merito ai salari e all’occupazione in Ticino. Tema su cui torneremo nei prossimi giorni, visti i dati pubblicati di recente che mostrano un ulteriore peggioramento nella creazione di posti di lavoro. In aggiunta, le notizie delle chiusure di diverse aziende e dei loro licenziamenti, non fanno altro che peggiorare una situazione difficile.

Freno alla spesa in Italia, il Governo tentenna di fronte al sondaggio di Berna. L’economista Amalia Mirante: «Ora alziamo i salari».

BELLINZONA – Freno alla spesa oltre confine. Meglio andarci piano. Ed è meglio che per ora il valore della spesa da dichiarare non venga dimezzato (da 300 a 150 franchi). È in sintesi quanto emerge dalla risposta del Governo ticinese alla consultazione lanciata da Berna ai Cantoni. Il testo lascia perplessa Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti con Ticino&Lavoro.

Il Governo ticinese temporeggia sulla proposta del Consiglio federale. Preoccupante?
«Io sono una grande sostenitrice del commercio locale. Va sostenuto in tutti i modi. Ma anche io sono contraria all’abbassamento della franchigia per chi fa la spesa in Italia. Principalmente perché ci sono famiglie ticinesi che purtroppo hanno davvero bisogno di fare la spesa oltre confine. È questo che mi preoccupa».

Il Governo nella sua lettera parla di un momento storico delicato. 
«Finalmente anche il Governo ammette che in Ticino ci sono problemi di reddito e di potere d’acquisto. E questi si sono ulteriormente aggravati negli ultimi anni».

Questa ammissione che valore ha?
«Dopo questa ammissione dovrà seguire per forza qualcosa di concreto. La popolazione è preoccupata e ha bisogno di segnali chiari e forti e di misure concrete da parte delle autorità. Le difficoltà sono note: redditi troppo bassi, mercato del lavoro sofferente, concorrenza fortissima generata dal frontalierato, giovani che non tornano dopo gli studi, persone che partono per sempre. La scelta volontaria di andare via è legittima. Diventa un problema quando non è più una scelta libera».

Domanda provocatoria: il Ticino a lungo andare rischia di diventare un posto in cui si nasce per poi partire? 
«La tendenza se non interveniamo è quella. Siamo confrontati con tantissimi giovani che se ne vanno e fanno famiglia altrove. Con decine di migliaia di frontalieri. Con anziani in pensione che fanno sempre più fatica e che iniziano a pensare di trasferirsi all’estero per vivere con un po’ più di tranquillità finanziaria».

Perché i politici non prendono misure concrete? 
«Purtroppo finora il lavoro non è stato la priorità del nostro Governo. Si accampano mille scuse per evitare di parlarne concretamente. Sappiamo tutti di non avere salari attrattivi. O di avere uffici regionali di collocamento da riformare. Vogliamo parlare della necessità di qualificare il personale residente con una vera politica di formazione continua? E gli apprendisti? Stato e aziende non sono sufficientemente in contatto. Eppure il Ticino è pieno di aziende brillanti che potrebbero emergere».

Riformuliamo la domanda: perché non si muovono le acque?
«In Parlamento si perde un sacco di tempo. I tempi di discussione sono troppo lunghi. Si passano giornate intere solo ad ascoltare le posizioni di vari partiti. Non c’è concretezza. E intanto poi salta fuori che il preventivo del Cantone è disastroso».

Torniamo ai commerci locali. Enzo Lucibello, presidente della DISTI, ha definito “uno schiaffo” la lettera del Governo.
«Lo ripeto: i commerci locali vanno sostenuti a spada tratta. Ma bisogna agire a vari livelli. Non creando inutili paletti a chi già sta male. I ticinesi devono avere salari dignitosi per potere spendere sul proprio territorio. Quello dei salari non è più un tema da posticipare». 

Intevista di Patrick Mancini – pubblicata su TIO 17.02.2024

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1733100/spesa-governo-ticinesi-salari-cantone-italia-problemi-ammette

Il Ticino cresce, ma troppo poco

Ripropongo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 12.02.2021 che tratta del tema delle disparità tra il Cantone Ticino e il resto della Svizzera. Questa disparità anziché andare riducendosi nel corso degli anni è andata aumentando. “Una recente analisi fatta dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 per la Svizzera e i suoi Cantoni. Il documento è molto completo e interessante e conferma ancora una volta le difficoltà strutturali dell’economia del Cantone Ticino.
Anche se alcune voci sono in crescita, purtroppo questa è di gran lunga più bassa di quella del resto della Svizzera. Ciò ci porta inevitabilmente a vedere il divario tra noi e i cugini confederati aumentare. È come se diventassimo sempre più poveri rispetto al resto degli svizzeri. I dati sono chiari. Sia che analizziamo i redditi medi, i redditi mediani, i redditi più bassi o quelli più alti o ancora sia che analizziamo le diseguaglianze le cose non cambiano: il Ticino viaggia a una velocità ridotta rispetto al resto della Svizzera. Non stupiamoci quindi che i nostri giovani una volta finiti gli studi facciano le valigie ed emigrino oltre Gottardo. Come non dobbiamo stupirci che una volta andati all’università non tornino più indietro e mettano su famiglia altrove. Ma questo significa che il nostro Cantone invecchia e muore.
A costo di apparire controcorrente, ritengo che la risposta al problema della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione non sta nella ricerca di idee geniali dell’ultima ora per attrarre persone nuove o nell’invenzione di fantasiose politiche famigliari. La risposta deve essere una sola: supportare le aziende del nostro Paese affinché possano iniziare un processo di cambiamento epocale. Dobbiamo smettere di vestire i panni della Cenerentola della Svizzera. E in questo lo Stato deve essere presente. Vanno bene gli aiuti in questo momento di difficoltà, ma la nostra società deve essere fondata su un’economia solida e florida e non su un’economia di sostegno di breve periodo o peggio ancora assistenzialista. Questo significa che gli aiuti devono diventare forme di sostegno alla transizione, al cambiamento, di messa in rete delle attività, di riqualifica e formazione, di partnership pubblico-privato nei settori innovativi. Dobbiamo superare quelli che una volta sono stati i nostri vantaggi competitivi come la vicinanza territoriale all’Italia e la possibilità di attingere a manodopera qualificata a costo più basso. Questo ci ha portati a sviluppare un’economia intensiva di lavoro sacrificando l’innovazione.
Ora dobbiamo lavorare per avere un’economia che consenta finalmente ai nostri e alle nostre giovani di trovare lavori qualificati con stipendi dignitosi che tengano conto delle loro competenze. Dobbiamo permettere ai nostri figli e alle nostre figlie di poter vivere del proprio lavoro nel proprio Cantone. Lo Stato c’è e deve esserci sempre per sostenere i suoi cittadini e le sue cittadine, ma non deve diventare l’alternativa a un’economia sana.”
Tratto da “Corriere del Ticino” – 12.02.2021

La versione audio: Il Ticino cresce, ma troppo poco