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“Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

“Novanta franchi per un pieno? Caspita! Sa signorina che proprio poco fa ho scritto nella mia newsletter domenicale che c’è un grande rischio di inflazione. Non pensavo di toccarla con mano così in fretta!”
Vi confesso che la signora alla cassa del distributore di benzina ha pensato che fossi un po’ matta. Eppure, effettivamente anche io ho toccato con mano gli effetti degli aumenti dei prezzi. E così, sta accadendo a molti di noi.
Più volte abbiamo parlato della crisi legata al settore dell’edilizia: da mesi si preannunciano aumenti dei prezzi che variano dal 30 al 40%. Avete capito bene, dal 30 al 40%. Questo significa concretamente che se state costruendo una casa probabilmente il vostro architetto se non ve l’ha già detto, vi darà a breve questa brutta notizia. Il costo finale della vostra abitazione sarà molto più alto. Per non parlare dei ritardi nei tempi di consegna. Non arrabbiatevi con lui o con lei, non è colpa loro. La colpa se la dividono da una parte la catena di approvvigionamento dei materiali e dall’altra l’enorme crescita della domanda.
Ricordiamo che durante il lockdown che ha toccato il mondo intero l’anno scorso quasi tutti i settori economici e tutti i lavoratori e le lavoratrici erano fermi. Questo ha significato l’impossibilità di produrre anche i materiali necessari alle costruzioni. Lì per lì, ci siamo detti che non sarebbe stato un grande problema, d’altronde tutto era fermo. Peccato, o per fortuna, che appena riaperto le persone hanno ricominciato a consumare come prima se non addirittura di più. Questo ha portato la domanda a livelli elevatissimi, proprio mentre l’offerta era rallentata. E che cosa succede in questi casi? Esattamente quello che accade in un’asta in cui tutti vogliono lo stesso quadro: il prezzo aumenta. E così ecco aumentare il prezzo anche di legno, gomma, rame, ferro e di tutto quello che serve per le costruzioni. Per non farci mancare nulla alcuni Stati hanno lanciato maxi piani di bonus e incentivi per riattare le case che hanno ulteriormente accresciuto la domanda. (Si vedano i super bonus in Italia).
E non finisce qui. Il prezzo del petrolio e di tutti prodotti derivati come la benzina, ma anche dei prodotti energetici alternativi, sono aumentati notevolmente.
Che brutto periodo. Per fortuna che arriva il Natale. Attenzione: anche in questo caso si preannuncia qualche problema. Pure all’industria dell’abbigliamento e delle calzature mancano le materie prime e lo stesso succede al settore dell’elettronica. È notizia recente che Apple ha ridotto notevolmente la sua produzione di Iphone perché le mancano i chip.
Visto poi che i mali non vengono mai da soli, anche sul fronte delle politiche economiche il disimpegno delle banche centrali potrebbe portare a un aumento dei tassi l’interesse.
Insomma, probabilmente nei prossimi mesi dovremmo attenderci un aumento dei prezzi che non sarà così piccolo e transitorio come annunciavano gli esperti.
Soluzioni? Beh, almeno il problema di Natale possiamo risolverlo. Niente regali comperati, ma doni fatti con il cuore e con le nostre mani…

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La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

Le “malattie” del sistema economico sono principalmente due: la disoccupazione e l’inflazione. Della disoccupazione sentiamo parlare spesso soprattutto in situazioni come quella che viviamo oggi, dell’inflazione meno. Ma le autorità, giustamente, tengono sempre sotto controllo anche l’andamento dei prezzi; sì, perché l’inflazione è un aumento generalizzato dei prezzi.
Così una volta al mese, in Svizzera, si pubblica il dato dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) che ci dice se i prezzi dei beni e servizi consumati sono scesi o aumentati. Attenzione non dobbiamo confondere l’IPC con l’indice del costo della vita: in effetti, il nostro carrello della spesa contiene solo i beni e servizi consumati in maniera finale. Questo significa, che sono esclusi tanti beni e servizi che pesano sul nostro borsellino: per esempio nell’IPC non calcoliamo i costi dei premi cassa malati e di tutte le assicurazioni, come neppure l’andamento delle imposte e delle tasse.
In Svizzera i prezzi di dicembre sono diminuiti dello 0.1% rispetto a novembre e dello 0.8% rispetto al mese al mese di dicembre dell’anno scorso. Visto che siamo arrivati alla fine dell’anno possiamo anche tirare le somme e scoprire che nel 2020 i prezzi sono scesi mediamente dello 0.7% rispetto al 2019. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? In realtà, potremmo dire né l’una né l’altra. Quando le variazioni sono tra 0 e 2 punti percentuali si parla di stabilità dei prezzi. Ciò dipende soprattutto dal fatto che ci sono alcune imprecisioni nei nostri calcoli. Per esempio non possiamo cambiare immediatamente il carrello della spesa. Se i consumatori sostituiscono i prodotti diventati più cari con quelli meno cari oppure se cambiano i punti vendita per esempio ordinando online, ci vorrà del tempo per fare queste modifiche nel nostro indice dei prezzi al consumo. In aggiunta i beni sono inclusi nel paniere soltanto dopo molti anni che appaiono sul mercato, perché devono diventare oggetti di uso comune. Ma questo significa che ci entreranno con un prezzo più basso che quindi diminuirà di meno. Infine, un altro limite è che non si tiene conto del miglioramento della qualità dei beni. Tutto questo ci porta a sovrastimare l’indice e quindi a ritenere che una variazione tra 0 e 2 punti percentuali significhi stabilità.
Torniamo ai nostri dati per scoprire cose interessanti. Rispetto al dicembre del 2015, quindi di 5 anni fa, i prezzi dei beni importati sono leggermente diminuiti mentre quelli indigeni (locali) sono leggermente aumentati. Stessa analisi per i prezzi dei servizi pubblici, diminuiti, al contrario dei servizi privati. Anche se di poco vediamo poi che i prezzi sono aumentati nel gruppo degli indumenti e calzature, dell’insegnamento, dell’abitazione ed energia, dei ristoranti ed alberghi. Al contrario i prezzi sono scesi, di poco, per la sanità (attenzione ricordiamo che non ci sono i costi dei premi cassa malati, ma solo delle prestazioni effettivamente consumate), per i mobili e gli articoli per la casa e per i trasporti.
Se poi vogliamo scendere ancora di più nelle analisi e guardare per esempio cosa è successo rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso scopriamo cose interessanti collegate proprio all’andamento economico o a quello stagionale. Per esempio il prezzo dell’olio del riscaldamento è sceso di oltre il 22%, quello del diesel quasi del 12% e quello della benzina del 10%. Queste riduzioni sono da mettere in relazione con la diminuzione della domanda di prodotti petroliferi causata dalla crisi del COVID-19 che ha notevolmente frenato l’industria. Non stupisce per la stessa ragione il calo dei prezzi dei viaggi internazionali.
E così, potreste anche andare a curiosare sulle variazioni dei prezzi rispetto al mese di novembre e scoprire per esempio che quello dei cavoli è sceso di oltre il 20%, quello degli agrumi di quasi il 10% e la frutta esotica dell’8%. E da qui, navigare nel web e scoprire che anche dietro a ciò che portiamo in tavola c’è un mercato fatto di domanda e di offerta che ne determina il prezzo… I cavoli si raccolgono in inverno? Forse c’è stata una produzione abbondante di agrumi? E ancora, magari vogliamo meno frutta esotica e privilegiamo quella locale? Insomma, dietro ai numeri si trova sempre una quotidianità affascinante…

La versione audio: Prezzi che salgono, prezzi che scendono…
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