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Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

L’inflazione c’è e si vede. Anche in Svizzera. I prezzi in aprile sono aumentati del 2.5% rispetto a un anno fa. I rincari più importanti riguardano i beni importati e nel dettaglio le fonti energetiche come il gas e il petrolio. Questo si riflette sulle spese di tutti i giorni, in particolare nei trasporti e nei costi legati all’abitazione. Certo se guardiamo agli altri Paesi, ancora non possiamo lamentarci. Proprio questa settimana i dati hanno confermato aumenti dei prezzi dell’8.3% negli Stati Uniti (mai così alti negli ultimi 40 anni), del 7.4% in Germania e ancora dell’8.3% in Spagna.
Purtroppo nemmeno le prospettive sono rosee. Se guardiamo all’indice dei prezzi alla produzione le cose non andranno tanto meglio nei prossimi mesi. Questo indicatore mostra l’evoluzione dei prezzi dei prodotti industriali appena usciti dalla fabbrica. Anche in questo caso gli aumenti sembrano inarrestabili. In Cina si parla di un rincaro nel mese di aprile rispetto all’anno prima dell’8% e negli Stati Uniti addirittura dell’11%. Persino la Svizzera non rimane indenne: +6.7%. Ma perché questo dato ci impensierisce? Per ottenere il prezzo dei beni che comperiamo, dobbiamo aggiungere al già elevato prezzo di produzione anche i costi di trasporto, logistica e quelli sostenuti direttamente dai commercianti per le loro attività. Tutto questo significa che i prezzi che troveremo sui nostri scaffali nei prossimi mesi dovranno per forza aumentare. E questo ha un impatto sul comportamento dei consumatori la cui fiducia crolla.
Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Così nelle ultime settimane la banca centrale americana e anche quella inglese hanno deciso di aumentare i tassi di interesse. Questa strategia, chiamata tecnicamente politica monetaria restrittiva, può generare due effetti. Primo: rende più caro l’indebitamento scoraggiando gli investimenti delle imprese e i consumi a credito delle famiglie. Secondo: invoglia al risparmio. Questo dovrebbe ridurre la domanda allentando la pressione sui prezzi.
In realtà, purtroppo l’inflazione che stiamo vivendo ha origini e cause ben più lontane che non sono solo riconducibili a questa maledetta guerra. Ciò significa che le conseguenze negative di una politica monetaria restrittiva, ossia la riduzione della produzione e l’aumento della disoccupazione, potrebbero avvenire. In più la maggioranza degli Stati non ha più grandi margini di manovra nella spesa pubblica poiché è già intervenuta in maniera massiccia per rispondere alla crisi legata alla pandemia.
E pensare che fino a qualche mese fa quando si parlava di presenza contemporanea di inflazione e disoccupazione (stagflazione) l’unico esempio che potevamo fare era la crisi petrolifera degli anni 70…
Tratto da L’Osservatore del 14.05.2022

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Svizzera: i prezzi continuano a salire

I prezzi continuano ad aumentare. Anche in Svizzera. Nel mese di aprile l’indice dei prezzi al consumo, che rappresenta il costo del carrello della spesa del consumatore medio svizzero, è aumentato dello 0.4% rispetto al mese prima. La situazione sembra sotto controllo, ma per esserne certi dobbiamo guardare come si è modificato il prezzo rispetto all’anno scorso. Così scopriamo che l’aumento è stato di ben il 2.5%.

Il rincaro maggiore si registra per i prodotti importati: +6.6%. Per fortuna che il nostro carrello della spesa è principalmente fatto di prodotti svizzeri il cui prezzo è aumentato di “solo” l’1.2% ( i beni dall’estero rappresentano in effetti il 25%).

I principali responsabili degli aumenti sono il petrolio, il gas e le fonti energetiche in generale. Il prezzo dell’energia e del carburante è aumentato in un anno di oltre il 23%; quello dei prodotti petroliferi addirittura di quasi il 40%. Ed ecco spiegati gli aumenti del 10% dei prezzi dei trasporti, del 5.1% del mobilio e degli articoli per la casa, del 4.1% dei costi dell’abitazione e dell’energia. E pensate che le cose in Svizzera vanno ancora bene.

L’inflazione nel resto del mondo ha raggiunto livelli storici impressionanti. Aumenti dell’8.5% negli Stati Uniti, del 7% in Gran Bretagna, del 7.4% in Germania, del 9.8% in Spagna e del 6.2% in Italia. E le conseguenze non tardano ad arrivare. I principali istituti di ricerche economiche internazionali hanno ridotto notevolmente le aspettative di crescita dell’economia mondiale e delle singole nazioni.

La Banca Centrale degli Stati Uniti, la Fed (Federal Reserve Bank), sta cercando di correre ai ripari aumentando i tassi di interesse. Proprio questa settimana li ha incrementati dello 0.5%. Non c’era un aumento così grande dal 2000; in passato gli aumenti non erano mai stati superiori a più di un quarto di punto. 0.25% che è stato l’aumento deciso poche ore dopo dalla Banca Centrale d’Inghilterra BoE (Bank of England) che ha quindi portato il tasso di riferimento all’1%.

Ma perché quando i prezzi aumentano le banche centrali fanno aumentare i tassi di interesse? Il meccanismo è molto complesso, ma noi lo semplifichiamo affinché sia comprensibile. Se aumentiamo i tassi di interesse, le aziende riducono i loro investimenti e i consumatori comperano meno. Questa riduzione della domanda dovrebbe attenuare l’aumento dei prezzi. Tutto bene fino a qui se non fosse che ci sono anche delle conseguenze negative. La riduzione della domanda causa una riduzione della produzione che potrebbe a sua volta causare licenziamenti. In tempi normali si può ricorrere a un sostegno dello Stato, ma non è il caso in questo momento.

Così, in effetti, purtroppo, molti economisti sono preoccupati perché potrebbe verificarsi la presenza contemporanea di inflazione e stagnazione economica con disoccupazione, la famosa e temuta stagflazione. Insomma, il peggiore dei mondi. Attenzione però a dare tutta la colpa alla guerra che è scoppiata in febbraio. Già nel mese di settembre dell’anno scorso i prezzi hanno iniziato a crescere in maniera anomala. Purtroppo la maggioranza degli esperti ha preferito ignorarlo o parlare di fenomeno temporaneo.

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Saremo più poveri

Da giorni tentavo di scrivere questo articolo. Ma ogni volta mi bloccavo. Il costo umano di questa maledetta guerra mi faceva apparire il mio contributo di economista cosa piccola e perfino frivola. Tuttavia, anche oltre l’ambito geografico direttamente toccato dai combattimenti questa guerra avrà conseguenze. E se non saranno drammatiche quanto quelle sul terreno in Ucraina, anche queste conseguenze peseranno sulla vita di molte persone.
In effetti, pure nei paesi non toccati direttamente dal conflitto le ripercussioni sui cittadini saranno sensibili. E ricadranno purtroppo sulle fasce più deboli. L’aumento consistente dei prezzi della benzina, del gas, dei generi alimentari e dei beni di prima necessità colpisce in maniera diversa i cittadini già ora. Come sempre, anche in questo caso, le famiglie che guadagnano meno, faticano di più.
Ma non finisce qui. I problemi legati all’aumento del prezzo dell’energia non li vediamo “solo” sul costo diretto del riscaldamento o della fattura di fine mese. Se guardiamo all’Italia, ad esempio, troviamo che le difficoltà si stanno espandendo a tutte le filiere produttive. Dobbiamo prevedere un aumento del prezzo del pane, della pasta e delle patate a causa delle difficoltà di ottenere le materie prime dai paesi in guerra, ma anche le altre produzioni locali sono toccate. Decine di aziende agricole rischiano la chiusura a causa dell’aumento del costo del gas e del petrolio: questo porterà a minori produzioni, ma anche a tanti licenziamenti. Lo stesso sta succedendo a industrie i cui margini di guadagno sono stati già messi a dura prova dalla crisi pandemica.
Nei prossimi mesi se non addirittura anni anche in Europa le persone diventeranno più povere. Diventeranno più povere non perché spenderanno di più per scelta, ma perché il loro potere d’acquisto si ridurrà a causa degli aumenti dei prezzi. Gli stati e la politica devono cominciare seriamente a occuparsi delle famiglie che faranno fatica ad arrivare alla fine del mese: pane, pasta, patate, come pure riscaldare la propria casa e fare il pieno per andare a lavorare non sono beni di lusso, nessuno può farne a meno. Inoltre, se vogliamo tutelare le aziende, dovremo avere il coraggio di sviluppare pacchetti di sostegno anche per loro. Non dimentichiamo che non può esserci indipendenza e autonomia economica senza il lavoro.
Concordiamo che l’obiettivo a medio termine deve essere l’indipendenza energetica. Ma l’errore fatto in passato da chi ha voluto il mercato a ogni costo anche nei settori strategici vitali per l’esistenza stessa degli stati (energia, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico), non può essere risolto sulle spalle dei cittadini prendendo decisioni affrettate che aumenteranno ulteriormente i prezzi.

Tratto dal Corriere del Ticino, 16.03.2022

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L’economia rallenta di poco. Ma secondo noi…

La Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha appena pubblicato le previsioni per l’economia svizzera. Rispetto ai dati di dicembre, le aspettative sono leggermente peggiorate: per il 2022 si prevede una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2.8% anziché del 3%, mentre per il 2023 la previsione rimane la medesima, al 2%. Guardando nel dettaglio le quattro componenti della nostra economia, consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti (in costruzioni e in beni strumentali per la produzione, come i macchinari) ed esportazioni, possiamo fare alcune considerazioni.
I consumi privati sembrano subire poco gli effetti diretti e indiretti della guerra in Ucraina, mostrando una crescita comunque buona del 3.6%. La riduzione della spesa pubblica stimata in precedenza con -1.5% si ridurrà sì, ma solo dello 0.7%: questo potrebbe indicare la necessità per le amministrazioni pubbliche di andare avanti a sostenere l’economia attraverso sussidi e contributi (in parte già confermati dalla Confederazione). Sul fronte degli investimenti si dovrebbe registrare una riduzione dello 0,5% delle costruzioni; probabilmente questo potrebbe essere dovuto più ai ritardi negli approvvigionamenti dei materiali, che non a causa di un vero e proprio rallentamento del settore. Al contrario, le aspettative degli imprenditori rimarrebbero positive (+3.4%) e questo li spingerebbe a rinnovare gli impianti produttivi oltre che a incrementare la capacità produttiva. Per quanto riguarda le esportazioni stupisce un po’ il miglioramento per quelle dei beni, aumentate dal 3.8% al 4.2%. Dal nostro punto di vista la situazione dei nostri paesi partner dal punto di vista commerciale potrebbe subire impatti diretti e indiretti maggiori rispetto a quanto valutato. Già oggi per esempio il tasso di inflazione che rende il potere di acquisto dei cittadini inferiore è a livelli storici negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Gran Bretagna e Italia. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese esportatore netto e che deve oltre il 10% del suo benessere alla capacità di vendere di più di quanto compera. Secondo i dati della SECO invece le conseguenze sulla crescita dei nostri partner commerciali saranno abbastanza contenute. Meglio così se ci sbagliamo.
Altro punto su cui ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi riguarda la previsione che stima un aumento dei prezzi al consumo solo dell’1.9%. Noi siamo un po’ più pessimisti. Questo scetticismo troverebbe in parte conferma anche nei dati appena pubblicati dell’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione. Se è vero che la crescita su base mensile è solo dello 0.4%, il dato sale di +5,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Da parte nostra riteniamo che gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, dei generi alimentari e delle materie prime in generale non sarà così transitorio e indolore come previsto dalla Segreteria di Stato dell’economia. Speriamo di sbagliarci. E speriamo che non sia in arrivo una nuova ondata di Covid che renderebbe superate tutte queste previsioni.

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Le criticità dell’economia

Tantissimi auguri per il nuovo anno, cara economia! Sì, perché ne hai proprio bisogno. Il nuovo anno sarà duro per tutti e quindi un po’ di fortuna e di buon auspicio non guastano. Le ultime settimane dell’anno appena finito hanno mostrato tutte le criticità che ritroveremo anche nel prossimo.
A differenza di quanto si era prospettato, purtroppo il virus non si è arrestato, anzi una nuova variante si è fatta strada. Questo ha nuovamente causato problemi ai settori economici che già soffrivano, e non poco, a causa degli ultimi due anni di pandemia. Il settore del turismo, dei trasporti privati, degli eventi, della ristorazione, ma anche i piccoli commercianti, gli artigiani che aspettavano il periodo natalizio per poter dare una svolta alle loro attività, hanno purtroppo dovuto fare i conti con l’ennesima ondata. Emblematico quanto successo negli ultimi giorni nel settore dei trasporti aerei. Alle difficoltà legate alle restrizioni dei viaggi tra le nazioni che avevano causato molti annullamenti, si sono aggiunte quelle relative alle quarantene del personale di bordo e di terra. Questo ha portato alla cancellazione di migliaia di voli; fatto che pregiudicherà ulteriormente la già delicata situazione delle compagnie aeree e degli aeroporti. E le quarantene non si limitano a questo settore, anzi. Si arrischia ora di tenere a casa migliaia di collaboratori e collaboratrici paralizzando l’intero sistema economico.
Ma non finisce qui. Ai problemi legati alla pandemia si aggiungono quelli degli approvvigionamenti internazionali. Le catene di fornitura sono in difficoltà e lo sono oramai da mesi. Non c’è ragione di credere che la situazione si risolverà miracolosamente a breve. E che dire dell’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime? I nostri imprenditori e le nostre aziende devono fare i conti anche con questo. Ritardi, aumenti dei prezzi, mancanza di materiale stanno mettendo sotto pressione tutti i nostri comparti produttivi.

Come se non bastasse, si aggiunge la penuria di energia che fa lievitare anche questi prezzi. E pare che non sarà una fase transitoria come alcuni sperano. La necessità di utilizzare sempre di più forme di energia pulita, ci sta purtroppo riportando verso l’energia nucleare. In maniera un po’ bizzarra è come se i giovani che scendono oggi nelle piazze a manifestare per il clima avessero fatto scacco matto ai giovani che scendevano in piazza vent’anni fa contro il nucleare.

E che dire dei precari equilibri geo-politici con Russia e Cina sempre sul piede di guerra? Di certo non ci fanno dormire sonni tranquilli.

Dati tutti questi drammi e queste incertezze non ci resta che tenere le dita incrociate e fare tantissimi auguri per il nuovo anno alla nostra cara economia!
Tratto dal Corriere del Ticino del 12.01.2022

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Iniziativa per l'abbandono del nucleare - DATEC
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“Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

“Novanta franchi per un pieno? Caspita! Sa signorina che proprio poco fa ho scritto nella mia newsletter domenicale che c’è un grande rischio di inflazione. Non pensavo di toccarla con mano così in fretta!”
Vi confesso che la signora alla cassa del distributore di benzina ha pensato che fossi un po’ matta. Eppure, effettivamente anche io ho toccato con mano gli effetti degli aumenti dei prezzi. E così, sta accadendo a molti di noi.
Più volte abbiamo parlato della crisi legata al settore dell’edilizia: da mesi si preannunciano aumenti dei prezzi che variano dal 30 al 40%. Avete capito bene, dal 30 al 40%. Questo significa concretamente che se state costruendo una casa probabilmente il vostro architetto se non ve l’ha già detto, vi darà a breve questa brutta notizia. Il costo finale della vostra abitazione sarà molto più alto. Per non parlare dei ritardi nei tempi di consegna. Non arrabbiatevi con lui o con lei, non è colpa loro. La colpa se la dividono da una parte la catena di approvvigionamento dei materiali e dall’altra l’enorme crescita della domanda.
Ricordiamo che durante il lockdown che ha toccato il mondo intero l’anno scorso quasi tutti i settori economici e tutti i lavoratori e le lavoratrici erano fermi. Questo ha significato l’impossibilità di produrre anche i materiali necessari alle costruzioni. Lì per lì, ci siamo detti che non sarebbe stato un grande problema, d’altronde tutto era fermo. Peccato, o per fortuna, che appena riaperto le persone hanno ricominciato a consumare come prima se non addirittura di più. Questo ha portato la domanda a livelli elevatissimi, proprio mentre l’offerta era rallentata. E che cosa succede in questi casi? Esattamente quello che accade in un’asta in cui tutti vogliono lo stesso quadro: il prezzo aumenta. E così ecco aumentare il prezzo anche di legno, gomma, rame, ferro e di tutto quello che serve per le costruzioni. Per non farci mancare nulla alcuni Stati hanno lanciato maxi piani di bonus e incentivi per riattare le case che hanno ulteriormente accresciuto la domanda. (Si vedano i super bonus in Italia).
E non finisce qui. Il prezzo del petrolio e di tutti prodotti derivati come la benzina, ma anche dei prodotti energetici alternativi, sono aumentati notevolmente.
Che brutto periodo. Per fortuna che arriva il Natale. Attenzione: anche in questo caso si preannuncia qualche problema. Pure all’industria dell’abbigliamento e delle calzature mancano le materie prime e lo stesso succede al settore dell’elettronica. È notizia recente che Apple ha ridotto notevolmente la sua produzione di Iphone perché le mancano i chip.
Visto poi che i mali non vengono mai da soli, anche sul fronte delle politiche economiche il disimpegno delle banche centrali potrebbe portare a un aumento dei tassi l’interesse.
Insomma, probabilmente nei prossimi mesi dovremmo attenderci un aumento dei prezzi che non sarà così piccolo e transitorio come annunciavano gli esperti.
Soluzioni? Beh, almeno il problema di Natale possiamo risolverlo. Niente regali comperati, ma doni fatti con il cuore e con le nostre mani…

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La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

Le “malattie” del sistema economico sono principalmente due: la disoccupazione e l’inflazione. Della disoccupazione sentiamo parlare spesso soprattutto in situazioni come quella che viviamo oggi, dell’inflazione meno. Ma le autorità, giustamente, tengono sempre sotto controllo anche l’andamento dei prezzi; sì, perché l’inflazione è un aumento generalizzato dei prezzi.
Così una volta al mese, in Svizzera, si pubblica il dato dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) che ci dice se i prezzi dei beni e servizi consumati sono scesi o aumentati. Attenzione non dobbiamo confondere l’IPC con l’indice del costo della vita: in effetti, il nostro carrello della spesa contiene solo i beni e servizi consumati in maniera finale. Questo significa, che sono esclusi tanti beni e servizi che pesano sul nostro borsellino: per esempio nell’IPC non calcoliamo i costi dei premi cassa malati e di tutte le assicurazioni, come neppure l’andamento delle imposte e delle tasse.
In Svizzera i prezzi di dicembre sono diminuiti dello 0.1% rispetto a novembre e dello 0.8% rispetto al mese al mese di dicembre dell’anno scorso. Visto che siamo arrivati alla fine dell’anno possiamo anche tirare le somme e scoprire che nel 2020 i prezzi sono scesi mediamente dello 0.7% rispetto al 2019. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? In realtà, potremmo dire né l’una né l’altra. Quando le variazioni sono tra 0 e 2 punti percentuali si parla di stabilità dei prezzi. Ciò dipende soprattutto dal fatto che ci sono alcune imprecisioni nei nostri calcoli. Per esempio non possiamo cambiare immediatamente il carrello della spesa. Se i consumatori sostituiscono i prodotti diventati più cari con quelli meno cari oppure se cambiano i punti vendita per esempio ordinando online, ci vorrà del tempo per fare queste modifiche nel nostro indice dei prezzi al consumo. In aggiunta i beni sono inclusi nel paniere soltanto dopo molti anni che appaiono sul mercato, perché devono diventare oggetti di uso comune. Ma questo significa che ci entreranno con un prezzo più basso che quindi diminuirà di meno. Infine, un altro limite è che non si tiene conto del miglioramento della qualità dei beni. Tutto questo ci porta a sovrastimare l’indice e quindi a ritenere che una variazione tra 0 e 2 punti percentuali significhi stabilità.
Torniamo ai nostri dati per scoprire cose interessanti. Rispetto al dicembre del 2015, quindi di 5 anni fa, i prezzi dei beni importati sono leggermente diminuiti mentre quelli indigeni (locali) sono leggermente aumentati. Stessa analisi per i prezzi dei servizi pubblici, diminuiti, al contrario dei servizi privati. Anche se di poco vediamo poi che i prezzi sono aumentati nel gruppo degli indumenti e calzature, dell’insegnamento, dell’abitazione ed energia, dei ristoranti ed alberghi. Al contrario i prezzi sono scesi, di poco, per la sanità (attenzione ricordiamo che non ci sono i costi dei premi cassa malati, ma solo delle prestazioni effettivamente consumate), per i mobili e gli articoli per la casa e per i trasporti.
Se poi vogliamo scendere ancora di più nelle analisi e guardare per esempio cosa è successo rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso scopriamo cose interessanti collegate proprio all’andamento economico o a quello stagionale. Per esempio il prezzo dell’olio del riscaldamento è sceso di oltre il 22%, quello del diesel quasi del 12% e quello della benzina del 10%. Queste riduzioni sono da mettere in relazione con la diminuzione della domanda di prodotti petroliferi causata dalla crisi del COVID-19 che ha notevolmente frenato l’industria. Non stupisce per la stessa ragione il calo dei prezzi dei viaggi internazionali.
E così, potreste anche andare a curiosare sulle variazioni dei prezzi rispetto al mese di novembre e scoprire per esempio che quello dei cavoli è sceso di oltre il 20%, quello degli agrumi di quasi il 10% e la frutta esotica dell’8%. E da qui, navigare nel web e scoprire che anche dietro a ciò che portiamo in tavola c’è un mercato fatto di domanda e di offerta che ne determina il prezzo… I cavoli si raccolgono in inverno? Forse c’è stata una produzione abbondante di agrumi? E ancora, magari vogliamo meno frutta esotica e privilegiamo quella locale? Insomma, dietro ai numeri si trova sempre una quotidianità affascinante…

La versione audio: Prezzi che salgono, prezzi che scendono…
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