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Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!

Dopo i Panama papers del 2016, i Paradise papers del 2017 arrivano oggi i Pandora Papers. E non ci riferiamo al dolce natalizio che tutti noi mangeremo tra qualche mese.
Il nome ci porta nella mitologia greca. Zeus donò a Pandora, prima donna mortale, un vaso chiuso che non avrebbe mai dovuto aprire. Pandora non resistette a lungo alla curiosità e quando scoperchiò il vaso uscirono tutti i mali del mondo: malattie, dolori, sofferenza, cattiveria invasero la vita degli uomini.
Questa inchiesta giornalistica fa lo stesso: “scoperchia” migliaia di persone ricche che hanno sfruttato il sistema per non pagare le tasse. Non ci stupisce che tra queste ci siano veri e propri boss della camorra; un po’ di più ci rattrista la presenza di alte cariche politiche, sportivi e personaggi legati al mondo dello spettacolo. Ma vediamo un po’ qual è il segreto per risparmiare (semplifichiamo la questione per farci capire).
Supponiamo che io sia una ex-prima ministra britannica e che voglia comprare un edificio per uffici a Londra. Legittimo, ci mancherebbe. Si aprono due possibilità. Primo, faccio come tutti gli altri cittadini, compero lo stabile e pago le tasse previste. Secondo, mi rivolgo al mio consulente di fiducia: lui mi suggerisce di comperare una società offshore (extraterritoriale) che comprerà per me lo stabile. Ma perché dovrei fare questa doppia operazione? Semplice la società offshore è una società finta. È stata creata dalla filiale di una rinomata e famosissima società internazionale che però ha scelto come base della filiale un paradiso fiscale, magari che so, le Isole vergini britanniche. Orbene, in questo paradiso fiscale non è necessario conoscere l’identità dei proprietari delle società che sono autorizzate a fare affari all’estero pagando piccolissime imposte. Quindi, ricapitolando, così facendo, io ex-prima ministra britannica risparmio centinaia di migliaia di sterline di tasse (si stima ca. 400 mila franchi). Centinaia di migliaia di sterline di tasse che sottraggo al paese di cui sono stata prima ministra. Incredibile, vero? Sembra una storia inventata. Peccato che parrebbe essere quanto fatto da Tony Blair nel 2017. Ed è in buona compagnia. Il re Abdullah di Giordania, un ministro dell’economia olandese, un presidente del Montenegro, del Cile e uno della Repubblica Dominicana. Julio Iglesias, Shakira, Elton John, Claudia Schiffer… Insomma, non manca nessuno.
Il lavoro condotto da questi 600 giornalisti di 150 testate internazionali di 117 nazioni ha scoperchiato il vaso. Dal 1996 al 2020, 14 “rispettabilissime” società internazionali hanno aperto migliaia di uffici e filiali in paradisi fiscali che a loro volta hanno aperto migliaia di società anonime messe a disposizione di banche, consulenze e studi legali per i loro ricchi clienti che compravano castelli, yacht, terreni senza pagare un centesimo. Vere e proprie fabbriche di aziende fantasma create per eludere il fisco.
Ma non dimentichiamo una cosa. La giovane Pandora non ha dato al mondo degli umani solo il male; quando ha riaperto il vaso una secondo volta è uscita la speranza.
E anche noi speriamo che ora si smetta di chiudere gli occhi e che finalmente si facciano leggi chiare e che chi le viola, paghi il giusto. La speranza si alimenta con la giustizia.

La versione audio: Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!
Fonte: https://fiabesogniemozioni.forumfree.it/?t=48211758

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Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?

Chi l’avrebbe mai detto che la forma della capsula di caffè non è un bene da tutelare come marchio? Sì, la nostra è una provocazione che si riferisce alla recentissima sentenza del tribunale federale che finalmente mette fine a una vertenza economico-giuridica che si trascina da molti anni. Il tribunale ha sancito che una forma, in questo caso di una capsula da caffè, non può essere registrata come marchio se deve per forza essere usata da un concorrente che produce un prodotto simile.
Questa sentenza ci consente di affrontare il tema dell’importanza dei brevetti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. A differenza di quello che saremmo tentati di pensare la maggior parte della spesa in ricerca e sviluppo viene finanziata dal settore privato. Sono le aziende che spinte dalla necessità di scoprire nuovi prodotti, nuove organizzazioni, nuove tecnologie per garantirsi il successo economico e sopravvivere investono molte risorse nella ricerca. Evidentemente affinché ci sia questa spinta ad essere la prima a scoprire qualcosa, deve esserci una chiara tutela che le altre imprese non possano beneficiarne. In effetti, se gli altri possono copiare il mio prodotto e guadagnare, mentre io ho sostenuto i costi per scoprirlo, nessuno investirà un franco nella ricerca.
Naturalmente questo non significa che anche le università, le aziende e gli istituti pubblici e para-pubblici non facciano attività di ricerca, anzi. Ma è chiaro che lo scopo in questo caso non è quello di massimizzare i profitti o ridurre i costi, bensì collaborare nelle scoperte di interesse pubblico.
Le nazioni hanno la libertà di scegliere quanta tutela dare alle aziende. Ci sono nazioni come la Svizzera che proteggono molto le scoperte. Altre, come per esempio la Cina, hanno basato la loro forza sulla riproduzione di scoperte altrui su larga scala. Questo grazie alla grandissima disponibilità di manodopera a disposizione. Il modello copia e riproduci su larga scala è stato determinante per la loro crescita economica. Attenzione però che oggi la Cina ha fatto passi da gigante nello sviluppo tecnologico e nell’innovazione, tanto da diventare, probabilmente a breve, la prima potenza mondiale.
Tornando ai nostri brevetti, il tema è di estrema attualità. Il dibattito sul fatto che i vaccini non debbano essere tutelati riaccende un tema che non ha mai veramente trovato una quadratura del cerchio: fino a che punto le scoperte nel campo della medicina devono essere brevettabili?
La nostra risposta di pancia è scontata: i farmaci devono essere accessibili a tutti perché esiste un diritto alla salute. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà: se non ci fosse un interesse e una garanzia della tutela dei guadagni futuri, nessuna azienda investirebbe milioni in spese di ricerca. Ricordiamoci anche che non tutti gli investimenti portano a risultati; molte volte finiscono nel nulla.
Quindi, non sta tanto all’economia quanto piuttosto ai governi fare in modo di garantire l’accessibilità ai farmaci a tutti, tutelando il diritto alla salute.

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Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
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I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora
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Ticino, terra di conflitti?

Chiudiamo la sintesi dell’intervista fatta a me e all’On. Morisoli dal Prof. Remigio Ratti e pubblicata dal Federalista, con alla Direzione Claudio Mésoniat.
In Ticino, più che altrove si parla spesso di conflitti inconciliabili. Così i discorsi tra l’apertura verso Sud oppure verso Nord, la presenza di manodopera locale e frontaliera, il rapporto tra città e periferie sembrano difficoltà insormontabili. Ma non è così.
“E infine, come rispondere, ricercando le convergenze, ai principali trade-off? Apertura e chiusura verso l’Europa, giovani e anziani, occupazione e disparità salariali, …
Il cantone Ticino ha la fortuna di stare tra Milano e Zurigo. Questa collocazione deve essere sfruttata al massimo, ma non per divenire esclusivamente il dormitorio di giovani che vivono in Ticino e lavorano fuori. In questo senso è necessario sviluppare sinergie con i due poli. Pensiamo a quanto avremmo potuto fare con il settore della moda e con il Nord Italia e che purtroppo non abbiamo fatto.
Il conflitto tra città e periferie è probabilmente vecchio quanto la nascita stessa delle città. La storia pare consacrare vincitrice a turni l’una o l’altra. Pensiamo alla recente crisi e al fatto che le parti più rurali del cantone siano divenute quelle più “ricercate” dai cittadini per vivere. In questo senso i cambiamenti sull’organizzazione del lavoro possono giocare un ruolo fondamentale e per questo bisogna occuparsene per tempo.
Non esiste nessun conflitto a priori tra infrastrutture e ambiente, anzi. Certo è che se i nostri modelli di investimenti si basano su un’idea di infrastrutture pensate per la società di cinquant’anni fa, allora sì abbiamo un problema.
Nella realtà, alcuni paesi stanno dimostrando coraggio e lungimiranza nella progettazione di nuove opere che non solo sono sostenibili, ma che addirittura diventano le fondamenta di una società in questo senso al passo con i tempi.
L’invecchiamento della popolazione è una problematica che tocca tutti i paesi avanzati. La riduzione della natalità è un fenomeno negativo a differenza della riduzione della mortalità. Eppure spesso li sentiamo contrapporre. L’allungamento della vita non dovrebbe essere mai ritenuto un problema e sicuramente non può essere considerato una causa della riduzione del numero di figli. Per invertire il trend vanno date speranze: migliorare le condizioni quadro, la conciliabilità tra famiglia e lavoro se non addirittura un ripensamento sull’idea stessa di tempo di lavoro.
Il patto generazionale tra giovani e anziani deve essere ri-consolidato. L’esperienza drammatica della pandemia ha mostrato una solidarietà tra generazioni su cui probabilmente pochi avrebbero scommesso. Ora la sfida è quella di rinsaldare il rapporto che da sempre ha contraddistinto le nostre società. La generazione degli anziani non è solo un costo, anzi. Alle giovani generazioni ha lasciato in eredità un sistema di formazione praticamente gratuito, un patrimonio intergenerazionale che poche nazioni possono vantare e uno stato sociale sano. Ai giovani può essere richiesto in cambio il pagamento dei contributi pensionistici e di compensare maggiori costi per la salute. Credo che lo scambio sia assolutamente equo.
Non deve esistere assolutamente nessun compromesso tra occupazione e tolleranza nella disparità salariale. Posti di lavoro mal retribuiti e con condizioni non in linea con la Svizzera non devono essere ritenuti una fonte di crescita e sviluppo per il Cantone. Per decenni la vicinanza con l’Italia ha consentito di attingere a manodopera qualificata e a basso costo. Quello che in apparenza sembrava un vantaggio competitivo si è rivelato un grosso limite al passaggio da un’economia intensiva di manodopera a una di capitale. Quando non si può competere sul prezzo del lavoro bisogna innovare e sviluppare prodotti di qualità.
E infine, il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione. È forse uno dei temi più delicati e, nel caso del Canton Ticino, forse uno dei più difficili da gestire in questo particolare momento storico. Siamo confrontati da una parte con un’Italia in sofferenza e quindi con persone alla ricerca di un lavoro e dall’altra con giovani ticinesi che quel lavoro in Ticino non lo trovano. È difficile capire e spiegare perché un giovane ticinese qualificato, formato e competente varchi il Gottardo e veda riconoscere competenze che oggi il nostro territorio sembra ignorare.

La versione audio: Ticino, terra di conflitti?

Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla

Il Consiglio Federale ha tenuto questo pomeriggio la sua conferenza stampa. Questo momento era molto atteso, ma ha lasciato l’amaro in bocca a molti.
Purtroppo il Consiglio Federale appare spesso in ritardo e in rincorsa rispetto ai problemi. Vediamo perché.
Oggi per la prima volta dopo un anno dallo scoppio della pandemia parla di utilizzare una serie di indicatori come tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure occupati da pazienti Covid-19, … per decidere sulle future riaperture. L’Italia, è dal mese di novembre che ha creato questo indicatore.
E che dire del fatto che solo ora si accorge che dovrà spendere di più e chiede 14.3 miliardi di franchi aggiuntivi a quanto approvato dal parlamento nel Preventivo del 2021? Anche qui, diciamocelo: le cifre ipotizzate erano evidentemente insufficienti. Ma tant’è, guardiamo nel dettaglio le richieste.
Si chiede di aumentare di 6.3 miliardi di franchi la somma per i casi di rigore. Era chiaro che 2.5 miliardi non sarebbero bastati a dare risposta a una crisi del genere. Ricordiamo che cosa sono i casi di rigore. Se avete creato un’azienda prima del 1° marzo 2020, avete o subito una perdita di almeno il 40% del fatturato oppure lo Stato vi ha imposto la chiusura della vostra azienda, avete diritto a un contributo a fondo perso di al massimo il 20% della cifra d’affari. Le condizioni cambiano molto di frequente e quindi sembra che si navighi a vista, rimanendo sempre però un passo indietro. Pensate alla richiesta fatta da molti cantoni di abbassare la soglia del 40% di perdita e soprattutto di abolire come criterio di selezione l’iscrizione dell’azienda a prima del 1° marzo 2020 come pure il limite di 50 mila franchi di cifra d’affari. Ma tutto tace.
A questa cifra si aggiungono poi altri 6 miliardi per la copertura delle indennità di lavoro ridotto. Se saranno approvati i prolungamenti delle misure e gli ampliamenti, cosa a questo punto praticamente obbligata, già ora si dovrebbe aumentare il credito. Lo stesso vale per l’aumento di 1 miliardo di franchi per le indennità di perdita di guadagno, previste tra gli altri per gli indipendenti che hanno subito una riduzione di almeno il 40% della cifra d’affari. E non diciamo nulla del miliardo previsto solo ora per il pagamento dei test Covid-19…
E proprio oggi, tra una notizia e l’altra, è stato presentato un primo bilancio 2020 che chiuderebbe in disavanzo di quasi 16 miliardi di franchi (a titolo di paragone nei due anni passati abbiamo chiuso i conti in attivo di 3 miliardi). Dell’entità di questo risultato parleremo in un’altra occasione; ciò che vogliamo sottolineare oggi è che di quei famosi aiuti di 72 miliardi di cui tanto si è parlato, i dati confermano ciò che abbiamo sempre sostenuto. Per le misure legate al Covid-19 (e non entriamo qui nei dettagli, ma lo faremo) sono stati spesi “solo” 15 miliardi; 17 sono in garanzia ai crediti concessi. Insomma, tutto questo per dire che i margini di manovra per aiutare le aziende e i cittadini ci sono e vanno pensati per tempo.

La versione audio: Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla

La radio, o dell’eterna giovinezza

Il 13 febbraio si celebra la giornata mondiale della radio. Proprio il 13 febbraio 1946 è stata trasmessa la prima trasmissione radio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Anche se la ricorrenza è celebrata solo da una decina di anni, la radio nasce più di un secolo fa e ancora oggi non solo sopravvive, ma è viva e vegeta.
Per quello che riguarda le nostre latitudini, Radio Monte Ceneri compirà tra poco 90 anni. Sin dalla nascita il suo compito non fu facile: durante il periodo del fascismo rappresentò l’unica voce libera che trasmetteva in lingua italiana. Prima Radio Monte Ceneri, poi le reti radio della RSI affiancate da emittenti private hanno raccontato e raccontano quotidianamente la storia ospitando nel tempo grandissimi pensatori, personalità e tanta gente comune.
Ma la radio è anche il simbolo dello sviluppo economico e dello sviluppo tecnico fatto nell’ultimo secolo. Essa ha dovuto modificarsi, adattarsi e anche innovarsi, per rimanere il mezzo accessibile ovunque a tutti in qualunque momento e in ogni circostanza. Sin da subito questo strumento ha offerto anche alle fasce più deboli della società di essere informate e intrattenute.
Seppur con alti e bassi, bisogna riconoscere che la radio è stata finora sempre in grado di sopravvivere alle crisi del mercato pubblicitario e nonostante l’enorme concorrenza a cui è sottoposta, rimane una delle scelte privilegiate di comunicazione e marketing aziendale.
Non solo la radio è stata in grado di rispondere al progresso tecnologico, ma l’economicità di alcune nuove possibilità di diffusione ha consentito di moltiplicare le “radio”. Vero che anche nei decenni passati esistevano molte emittenti indipendenti locali, ma i costi tecnici e la limitatezza delle frequenze erano ostacoli spesso insormontabili.
Un altro fenomeno interessante e non da tutti previsto è stata la sopravvivenza della radio anche durante la crisi legata al Covid-19. Come ci si poteva immaginare i confinamenti, l’obbligo del telelavoro e la mobilità ridotta hanno avuto un impatto importante sugli ascolti nel drive time, ossia nel periodo in cui le persone si spostano per fare il tragitto casa-lavoro. La stessa cosa è avvenuta negli uffici. Quello che non ci si aspettava invece è l’aumento dell’ascolto a casa anche attraverso altri dispositivi come la televisione, lo smartphone, il computer. Eppure l’informazione alla radio ha giocato un ruolo importantissimo.
Da anni siamo confrontati con l’idea che la radio, un po’ come i libri, sarebbe finita in soffitta. Eppure eccola ancora qui in splendida forma. I nostri auguri che continui a modificarsi, adattarsi e innovarsi come tutti i prodotti che sopravvivono nel tempo.

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Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia

Pensavo che non avrei mai detto che la caduta di un governo in Italia sarebbe stato un bene, eppure oggi devo ricredermi. Tutti noi sappiamo che la stabilità politica in primis e la stabilità economica a seguire sono fattori essenziali per la crescita di un paese. E proprio affinché questi due fattori si possano autoalimentare verso l’alto, ritengo che debbano essere autonomi l’uno dall’altro e gestiti da persone diverse. Così i governi per essere espressione della più grande delle organizzazioni che la democrazia devono essere dei governi eletti dai cittadini e dalle cittadine.
Poi però può succedere che un Paese che dalla sua nascita non riesce a trovare pace politicamente, si trovi nel bel mezzo di una crisi epocale. Nelle storie a lieto fine la crisi diventa lo stimolo per tirare fuori il meglio di se stessi e trasformare le difficoltà da freno a fattore di sviluppo. Non è andata così in Italia. Purtroppo, il miracolo non è stato indotto dall’interno. Il miracolo è piovuto sotto forma di miliardi di euro da Bruxelles. Il PIL italiano nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 1’650 miliardi di euro, mentre il debito pubblico dovrebbe aumentare a oltre 2’600 miliardi. Il rapporto debito/PIL salirà dal 135% del 2019 al 158% (per capirci questo significa che se volessimo ripagarlo dovremmo destinare tutta la produzione di 1 anno e 7 mesi). Quindi 220 miliardi di fondi aggiuntivi alla spesa pubblica rappresentano davvero una cifra enorme, il 13% del PIL.
Un appunto al governo Conte può essere mosso: purtroppo sin dall’inizio non ha mostrato la capacità di comprendere la grandezza di questa immissione di denaro pubblico, come non è stato in grado di riconoscere i propri limiti nella possibilità di gestire un evento tanto eccezionale. Il governo Conte con umiltà avrebbe dovuto rivolgersi a tecnici per indirizzare l’operato del Paese in un momento così importante. Nessun accademico, nessun imprenditore, nessun uomo o donna di economia avrebbe detto di no alla partecipazione del più grande investimento della storia italiana. Eppure, ed è questo forse l’unico rimprovero che muovo a questo governo, non c’è stata l’umiltà di comprendere che la politica in quel momento necessitava dell’aiuto di tecnici. Il governo è caduto, l’accordo per un Conte-Ter non c’è stato e Mattarella ancora una volta da grande uomo di Stato che è, ha individuato una figura tecnica, autorevole e che soprattutto infonde certezza. Non dobbiamo farci abbagliare dall’entusiasmo delle borse o dalla riduzione dello spread (che altro non è che la differenza tra il tasso di interesse che deve pagare la Germania sui suoi debiti rispetto a quello che paga l’Italia) perché non devono mai essere i mercati a scegliere i governi. Tuttavia, non possiamo non vedere che il mondo intero ha salutato l’arrivo di Draghi in maniera entusiasta.
Il curriculum di quest’uomo parla da sé, ma forse il gesto che più ha segnato la sua leadership è stato il momento in cui ha salvato l’euro e forse la stessa Unione Europea nel lontano 26 luglio del 2012. Quel giorno Draghi è entrato nella storia. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dato un messaggio chiaro, diretto e credibile che ha bloccato la speculazione contro il debito delle nazioni. “La BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. “Whatever it takes” è stato il motto di un grande generale. E proprio di un grande generale pare ora aver bisogno l’Italia che contro ogni più rosea aspettativa darà la piena fiducia e il pieno appoggio a questo nuovo condottiero che speriamo porti l’Italia al successo utilizzando le sue capacità tecniche, ma ricordandosi sempre che la democrazia deve fare il suo corso.

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Fonte: ItaliaOggi

Benvenute e Benvenuti!

L’economia è molto meno difficile di quanto pensi, ma molto più importante di quanto credi. Saperne di più è essenziale, sia per la tua vita privata, sia per l’insieme della società.

Molte persone preferiscono saltare a piedi pari le rubriche economiche dei giornali o fanno zapping quando arriva il pezzo di economia al telegiornale. Non perché l’economia non interessi, ma perché spesso è spiegata in modo inutilmente complesso, con un linguaggio incomprensibile e pieno di superflue espressioni inglesi. Se spiegata in modo trasparente, diretta e in buon italiano, l’economia è alla portata di tutti e tutte.

Ebbene con questo blog voglio fare proprio questo. Voglio parlare e discutere di economia facendomi capire. Sono un’economista e una docente in una scuola universitaria. Sono abituata a spiegare cose complicate sapendo che tocca a me farmi capire. Benvenute e benvenuti sul blog. Cominciamo subito con il primo articolo.

La versione audio: Benvenute e benvenuti!
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