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Ticino, terra di conflitti?

Chiudiamo la sintesi dell’intervista fatta a me e all’On. Morisoli dal Prof. Remigio Ratti e pubblicata dal Federalista, con alla Direzione Claudio Mésoniat.
In Ticino, più che altrove si parla spesso di conflitti inconciliabili. Così i discorsi tra l’apertura verso Sud oppure verso Nord, la presenza di manodopera locale e frontaliera, il rapporto tra città e periferie sembrano difficoltà insormontabili. Ma non è così.
“E infine, come rispondere, ricercando le convergenze, ai principali trade-off? Apertura e chiusura verso l’Europa, giovani e anziani, occupazione e disparità salariali, …
Il cantone Ticino ha la fortuna di stare tra Milano e Zurigo. Questa collocazione deve essere sfruttata al massimo, ma non per divenire esclusivamente il dormitorio di giovani che vivono in Ticino e lavorano fuori. In questo senso è necessario sviluppare sinergie con i due poli. Pensiamo a quanto avremmo potuto fare con il settore della moda e con il Nord Italia e che purtroppo non abbiamo fatto.
Il conflitto tra città e periferie è probabilmente vecchio quanto la nascita stessa delle città. La storia pare consacrare vincitrice a turni l’una o l’altra. Pensiamo alla recente crisi e al fatto che le parti più rurali del cantone siano divenute quelle più “ricercate” dai cittadini per vivere. In questo senso i cambiamenti sull’organizzazione del lavoro possono giocare un ruolo fondamentale e per questo bisogna occuparsene per tempo.
Non esiste nessun conflitto a priori tra infrastrutture e ambiente, anzi. Certo è che se i nostri modelli di investimenti si basano su un’idea di infrastrutture pensate per la società di cinquant’anni fa, allora sì abbiamo un problema.
Nella realtà, alcuni paesi stanno dimostrando coraggio e lungimiranza nella progettazione di nuove opere che non solo sono sostenibili, ma che addirittura diventano le fondamenta di una società in questo senso al passo con i tempi.
L’invecchiamento della popolazione è una problematica che tocca tutti i paesi avanzati. La riduzione della natalità è un fenomeno negativo a differenza della riduzione della mortalità. Eppure spesso li sentiamo contrapporre. L’allungamento della vita non dovrebbe essere mai ritenuto un problema e sicuramente non può essere considerato una causa della riduzione del numero di figli. Per invertire il trend vanno date speranze: migliorare le condizioni quadro, la conciliabilità tra famiglia e lavoro se non addirittura un ripensamento sull’idea stessa di tempo di lavoro.
Il patto generazionale tra giovani e anziani deve essere ri-consolidato. L’esperienza drammatica della pandemia ha mostrato una solidarietà tra generazioni su cui probabilmente pochi avrebbero scommesso. Ora la sfida è quella di rinsaldare il rapporto che da sempre ha contraddistinto le nostre società. La generazione degli anziani non è solo un costo, anzi. Alle giovani generazioni ha lasciato in eredità un sistema di formazione praticamente gratuito, un patrimonio intergenerazionale che poche nazioni possono vantare e uno stato sociale sano. Ai giovani può essere richiesto in cambio il pagamento dei contributi pensionistici e di compensare maggiori costi per la salute. Credo che lo scambio sia assolutamente equo.
Non deve esistere assolutamente nessun compromesso tra occupazione e tolleranza nella disparità salariale. Posti di lavoro mal retribuiti e con condizioni non in linea con la Svizzera non devono essere ritenuti una fonte di crescita e sviluppo per il Cantone. Per decenni la vicinanza con l’Italia ha consentito di attingere a manodopera qualificata e a basso costo. Quello che in apparenza sembrava un vantaggio competitivo si è rivelato un grosso limite al passaggio da un’economia intensiva di manodopera a una di capitale. Quando non si può competere sul prezzo del lavoro bisogna innovare e sviluppare prodotti di qualità.
E infine, il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione. È forse uno dei temi più delicati e, nel caso del Canton Ticino, forse uno dei più difficili da gestire in questo particolare momento storico. Siamo confrontati da una parte con un’Italia in sofferenza e quindi con persone alla ricerca di un lavoro e dall’altra con giovani ticinesi che quel lavoro in Ticino non lo trovano. È difficile capire e spiegare perché un giovane ticinese qualificato, formato e competente varchi il Gottardo e veda riconoscere competenze che oggi il nostro territorio sembra ignorare.

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Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla

Il Consiglio Federale ha tenuto questo pomeriggio la sua conferenza stampa. Questo momento era molto atteso, ma ha lasciato l’amaro in bocca a molti.
Purtroppo il Consiglio Federale appare spesso in ritardo e in rincorsa rispetto ai problemi. Vediamo perché.
Oggi per la prima volta dopo un anno dallo scoppio della pandemia parla di utilizzare una serie di indicatori come tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure occupati da pazienti Covid-19, … per decidere sulle future riaperture. L’Italia, è dal mese di novembre che ha creato questo indicatore.
E che dire del fatto che solo ora si accorge che dovrà spendere di più e chiede 14.3 miliardi di franchi aggiuntivi a quanto approvato dal parlamento nel Preventivo del 2021? Anche qui, diciamocelo: le cifre ipotizzate erano evidentemente insufficienti. Ma tant’è, guardiamo nel dettaglio le richieste.
Si chiede di aumentare di 6.3 miliardi di franchi la somma per i casi di rigore. Era chiaro che 2.5 miliardi non sarebbero bastati a dare risposta a una crisi del genere. Ricordiamo che cosa sono i casi di rigore. Se avete creato un’azienda prima del 1° marzo 2020, avete o subito una perdita di almeno il 40% del fatturato oppure lo Stato vi ha imposto la chiusura della vostra azienda, avete diritto a un contributo a fondo perso di al massimo il 20% della cifra d’affari. Le condizioni cambiano molto di frequente e quindi sembra che si navighi a vista, rimanendo sempre però un passo indietro. Pensate alla richiesta fatta da molti cantoni di abbassare la soglia del 40% di perdita e soprattutto di abolire come criterio di selezione l’iscrizione dell’azienda a prima del 1° marzo 2020 come pure il limite di 50 mila franchi di cifra d’affari. Ma tutto tace.
A questa cifra si aggiungono poi altri 6 miliardi per la copertura delle indennità di lavoro ridotto. Se saranno approvati i prolungamenti delle misure e gli ampliamenti, cosa a questo punto praticamente obbligata, già ora si dovrebbe aumentare il credito. Lo stesso vale per l’aumento di 1 miliardo di franchi per le indennità di perdita di guadagno, previste tra gli altri per gli indipendenti che hanno subito una riduzione di almeno il 40% della cifra d’affari. E non diciamo nulla del miliardo previsto solo ora per il pagamento dei test Covid-19…
E proprio oggi, tra una notizia e l’altra, è stato presentato un primo bilancio 2020 che chiuderebbe in disavanzo di quasi 16 miliardi di franchi (a titolo di paragone nei due anni passati abbiamo chiuso i conti in attivo di 3 miliardi). Dell’entità di questo risultato parleremo in un’altra occasione; ciò che vogliamo sottolineare oggi è che di quei famosi aiuti di 72 miliardi di cui tanto si è parlato, i dati confermano ciò che abbiamo sempre sostenuto. Per le misure legate al Covid-19 (e non entriamo qui nei dettagli, ma lo faremo) sono stati spesi “solo” 15 miliardi; 17 sono in garanzia ai crediti concessi. Insomma, tutto questo per dire che i margini di manovra per aiutare le aziende e i cittadini ci sono e vanno pensati per tempo.

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La radio, o dell’eterna giovinezza

Il 13 febbraio si celebra la giornata mondiale della radio. Proprio il 13 febbraio 1946 è stata trasmessa la prima trasmissione radio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Anche se la ricorrenza è celebrata solo da una decina di anni, la radio nasce più di un secolo fa e ancora oggi non solo sopravvive, ma è viva e vegeta.
Per quello che riguarda le nostre latitudini, Radio Monte Ceneri compirà tra poco 90 anni. Sin dalla nascita il suo compito non fu facile: durante il periodo del fascismo rappresentò l’unica voce libera che trasmetteva in lingua italiana. Prima Radio Monte Ceneri, poi le reti radio della RSI affiancate da emittenti private hanno raccontato e raccontano quotidianamente la storia ospitando nel tempo grandissimi pensatori, personalità e tanta gente comune.
Ma la radio è anche il simbolo dello sviluppo economico e dello sviluppo tecnico fatto nell’ultimo secolo. Essa ha dovuto modificarsi, adattarsi e anche innovarsi, per rimanere il mezzo accessibile ovunque a tutti in qualunque momento e in ogni circostanza. Sin da subito questo strumento ha offerto anche alle fasce più deboli della società di essere informate e intrattenute.
Seppur con alti e bassi, bisogna riconoscere che la radio è stata finora sempre in grado di sopravvivere alle crisi del mercato pubblicitario e nonostante l’enorme concorrenza a cui è sottoposta, rimane una delle scelte privilegiate di comunicazione e marketing aziendale.
Non solo la radio è stata in grado di rispondere al progresso tecnologico, ma l’economicità di alcune nuove possibilità di diffusione ha consentito di moltiplicare le “radio”. Vero che anche nei decenni passati esistevano molte emittenti indipendenti locali, ma i costi tecnici e la limitatezza delle frequenze erano ostacoli spesso insormontabili.
Un altro fenomeno interessante e non da tutti previsto è stata la sopravvivenza della radio anche durante la crisi legata al Covid-19. Come ci si poteva immaginare i confinamenti, l’obbligo del telelavoro e la mobilità ridotta hanno avuto un impatto importante sugli ascolti nel drive time, ossia nel periodo in cui le persone si spostano per fare il tragitto casa-lavoro. La stessa cosa è avvenuta negli uffici. Quello che non ci si aspettava invece è l’aumento dell’ascolto a casa anche attraverso altri dispositivi come la televisione, lo smartphone, il computer. Eppure l’informazione alla radio ha giocato un ruolo importantissimo.
Da anni siamo confrontati con l’idea che la radio, un po’ come i libri, sarebbe finita in soffitta. Eppure eccola ancora qui in splendida forma. I nostri auguri che continui a modificarsi, adattarsi e innovarsi come tutti i prodotti che sopravvivono nel tempo.

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Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia

Pensavo che non avrei mai detto che la caduta di un governo in Italia sarebbe stato un bene, eppure oggi devo ricredermi. Tutti noi sappiamo che la stabilità politica in primis e la stabilità economica a seguire sono fattori essenziali per la crescita di un paese. E proprio affinché questi due fattori si possano autoalimentare verso l’alto, ritengo che debbano essere autonomi l’uno dall’altro e gestiti da persone diverse. Così i governi per essere espressione della più grande delle organizzazioni che la democrazia devono essere dei governi eletti dai cittadini e dalle cittadine.
Poi però può succedere che un Paese che dalla sua nascita non riesce a trovare pace politicamente, si trovi nel bel mezzo di una crisi epocale. Nelle storie a lieto fine la crisi diventa lo stimolo per tirare fuori il meglio di se stessi e trasformare le difficoltà da freno a fattore di sviluppo. Non è andata così in Italia. Purtroppo, il miracolo non è stato indotto dall’interno. Il miracolo è piovuto sotto forma di miliardi di euro da Bruxelles. Il PIL italiano nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 1’650 miliardi di euro, mentre il debito pubblico dovrebbe aumentare a oltre 2’600 miliardi. Il rapporto debito/PIL salirà dal 135% del 2019 al 158% (per capirci questo significa che se volessimo ripagarlo dovremmo destinare tutta la produzione di 1 anno e 7 mesi). Quindi 220 miliardi di fondi aggiuntivi alla spesa pubblica rappresentano davvero una cifra enorme, il 13% del PIL.
Un appunto al governo Conte può essere mosso: purtroppo sin dall’inizio non ha mostrato la capacità di comprendere la grandezza di questa immissione di denaro pubblico, come non è stato in grado di riconoscere i propri limiti nella possibilità di gestire un evento tanto eccezionale. Il governo Conte con umiltà avrebbe dovuto rivolgersi a tecnici per indirizzare l’operato del Paese in un momento così importante. Nessun accademico, nessun imprenditore, nessun uomo o donna di economia avrebbe detto di no alla partecipazione del più grande investimento della storia italiana. Eppure, ed è questo forse l’unico rimprovero che muovo a questo governo, non c’è stata l’umiltà di comprendere che la politica in quel momento necessitava dell’aiuto di tecnici. Il governo è caduto, l’accordo per un Conte-Ter non c’è stato e Mattarella ancora una volta da grande uomo di Stato che è, ha individuato una figura tecnica, autorevole e che soprattutto infonde certezza. Non dobbiamo farci abbagliare dall’entusiasmo delle borse o dalla riduzione dello spread (che altro non è che la differenza tra il tasso di interesse che deve pagare la Germania sui suoi debiti rispetto a quello che paga l’Italia) perché non devono mai essere i mercati a scegliere i governi. Tuttavia, non possiamo non vedere che il mondo intero ha salutato l’arrivo di Draghi in maniera entusiasta.
Il curriculum di quest’uomo parla da sé, ma forse il gesto che più ha segnato la sua leadership è stato il momento in cui ha salvato l’euro e forse la stessa Unione Europea nel lontano 26 luglio del 2012. Quel giorno Draghi è entrato nella storia. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dato un messaggio chiaro, diretto e credibile che ha bloccato la speculazione contro il debito delle nazioni. “La BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. “Whatever it takes” è stato il motto di un grande generale. E proprio di un grande generale pare ora aver bisogno l’Italia che contro ogni più rosea aspettativa darà la piena fiducia e il pieno appoggio a questo nuovo condottiero che speriamo porti l’Italia al successo utilizzando le sue capacità tecniche, ma ricordandosi sempre che la democrazia deve fare il suo corso.

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Fonte: ItaliaOggi

Benvenute e Benvenuti!

L’economia è molto meno difficile di quanto pensi, ma molto più importante di quanto credi. Saperne di più è essenziale, sia per la tua vita privata, sia per l’insieme della società.

Molte persone preferiscono saltare a piedi pari le rubriche economiche dei giornali o fanno zapping quando arriva il pezzo di economia al telegiornale. Non perché l’economia non interessi, ma perché spesso è spiegata in modo inutilmente complesso, con un linguaggio incomprensibile e pieno di superflue espressioni inglesi. Se spiegata in modo trasparente, diretta e in buon italiano, l’economia è alla portata di tutti e tutte.

Ebbene con questo blog voglio fare proprio questo. Voglio parlare e discutere di economia facendomi capire. Sono un’economista e una docente in una scuola universitaria. Sono abituata a spiegare cose complicate sapendo che tocca a me farmi capire. Benvenute e benvenuti sul blog. Cominciamo subito con il primo articolo.

La versione audio: Benvenute e benvenuti!
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