Gli effetti concreti della guerra in Iran

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Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente all’intero sistema globale.

Il primo canale è quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilità nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). È vero che una parte rilevante di quei flussi è destinata alla Cina, ma proprio per questo l’effetto è globale: se la Cina non trova più quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, l’offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e l’annuncio dell’OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano l’incertezza.

Il problema è che il rincaro dell’energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato è pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto già fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dell’economia globale. È qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, però, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

L’incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e l’oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilità elevata: i settori più esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare l’industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. L’euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilità: è bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilità di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono l’anello finale della catena. Subiscono l’aumento dei prezzi, l’incertezza sul lavoro e la perdita di potere d’acquisto. È qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

L’Osservatore, 21.03.2026

Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio

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In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dell’offerta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI è sceso fino a circa 57 dollari ed è poi risalito sopra 60, mentre il Brent è rimasto più alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent è il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI è il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato l’uso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non è arrivata solo dal Cremlino ma dall’Asia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioè punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. È bastato questo per irrigidire i flussi.

Poi è toccato all’Iran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e società legate alla “flotta ombra” di Teheran (l’insieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilità, usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent è salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.

Anche l’Unione Europea è intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19° pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.

Dalla metà di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori però sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, l’altra pensa che il rallentamento industriale globale porrà un tetto ai rialzi.

Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente più alti, attorno ai 63–65 dollari. Ma la questione non è tanto il livello del prezzo, quanto la volatilità. Il petrolio non misura più il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.

E questo è il nodo politico: il petrolio non è più un carburante, è uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non è l’economia, è la politica. E finché sarà così, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.

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