Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali

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Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. L’inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con l’obiettivo del 2%. Resta però elevata l’incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e all’evoluzione del mercato del lavoro. È questo quadro che spinge le autorità monetarie a muoversi con estrema cautela.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nell’intervallo 3,50–3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sull’inflazione offrono un sostegno a questa scelta: l’indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. All’interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro l’abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.

Il presidente Powell ha ribadito la necessità di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa è pari all’1,8%, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento più marcato rispetto alle stime precedenti.

Nell’Eurozona la situazione appare ancora più delicata. L’inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.

A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.

La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sé. A novembre l’inflazione è tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilità dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando l’inflazione attesa è stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.

Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilità dei prezzi offre vantaggi in termini di competitività per un’economia orientata all’esportazione. Allo stesso tempo, però, la debolezza della crescita impone cautela.

In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali è chiaro. La fase più acuta dell’inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensì dall’evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.

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L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

Politica: Giù le mani dalla Banca Nazionale Svizzera

La Banca Nazionale svizzera (BNS) questa settimana è stata oggetto di molta attenzione da parte della stampa. Vediamo perché.
La settimana si è aperta con la notizia che la BNS ha deciso di aumentare il tasso delle riserve minime obbligatorie dal 2.5% al 4% delle passività delle banche e di considerare tutti i depositi della clientela in questo calcolo. Ma andiamo con ordine. La riserva obbligatoria è un deposito in contanti che le banche secondarie devono tenere presso la banca centrale. Questa riserva è proporzionale ai depositi della clientela. Questa specie di “conto corrente” che le banche hanno presso le banche centrali serve a poter soddisfare la domanda dei clienti che vogliono ritirare immediatamente i loro contanti. Diciamo che è una sorta di garanzia per i clienti. In effetti, magari non tutti sanno che i contanti che noi depositiamo presso le banche vengono prestati ad altri oppure investiti. La conseguenza è che se tutti noi volessimo ritirare nello stesso momento i nostri averi, questo genererebbe la famosa corsa agli sportelli e quindi il crollo del sistema bancario. Ma la riserva obbligatoria ha anche un’altra funzione, quella di ridurre di un po’ la quantità di moneta che circola nel sistema. Se c’è meno moneta, ci sarà meno domanda e questo potrebbe far abbassare i prezzi. Ricordiamo che l’inflazione in Svizzera appare sotto controllo, ma che è sempre meglio non abbassare la guardia visto anche che la stessa Banca nazionale è stata l’unica Banca centrale a ridurre i tassi di interesse qualche settimana fa. Questa misura di aumento del tasso di riserva obbligatoria potrebbe quindi compensare un po’ questa decisione.
Qualche giorno dopo, la BNS ha annunciato un utile di 58,8 miliardi di franchi nel primo trimestre di quest’anno. Sicuramente questa è una buona notizia, soprattutto se la paragoniamo alle perdite realizzate negli ultimi due anni. Il buon risultato dipende principalmente (ca. 52 miliardi) dai guadagni fatti sulle valute estere che hanno acquisito forza rispetto al franco svizzero. Per semplificare, avendo noi tanta moneta estera, abbiamo guadagnato dal suo rafforzamento. All’aumento del valore dell’oro dobbiamo altri 9 miliardi di franchi di guadagno (in parte ridotti dalle perdite sugli investimenti in franchi svizzeri). Questa buona notizia non deve però far venire l’acquolina in bocca ai cantoni: affinché ci sia distribuzione di un utile, il risultato annuale dovrà essere superiore ai 65 miliardi. E data l’incertezza che regna in questo momento, meglio essere prudenti e non contabilizzare queste possibili entrate nei conti cantonali.
Infine ieri, venerdì 26 aprile, si è tenuta l’assemblea generale della BNS. In questo appuntamento, la presidente Barbara Janom Steiner, ha ricordato che il compito della BNS è quello di garantire la stabilità dei prezzi e non quello di realizzare utili da usare per assolvere i compiti che spettano alla politica. Quindi niente versamenti per la politica climatica o quella sociale.
Ricordiamo che l’indipendenza e l’autonomia della politica monetaria da quella fiscale è stata fino ad oggi una delle fonti più sicure del nostro benessere. Vediamo di non buttare via tutto.

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Non è ancor tempo di andar per mare

Dopo la decisione di qualche giorno fa della Banca centrale europea (BCE) di mantenere i tassi di interesse di riferimento inalterati, questa settimana è stato il turno della Federal Reserve (FED) e della Banca d’Inghilterra (BoE). Anche loro hanno confermato che per il momento non prevedono delle riduzioni. Così i tassi europei rimangono tra il 4-4.75%, quelli americani tra il 5.25-5.5% percento e quelli inglesi al 5.25%.
Se è vero che le decisioni delle più importanti banche centrali vanno nella stessa direzione, non possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda l’andamento dell’economia reale. Sicuramente ad accomunare le economie più sviluppate c’è il rallentamento dell’inflazione che dimostrerebbe la validità delle scelte fatte in ambito di politica monetaria restrittiva.
Sono altri i dati che tendono a mostrare che queste tre economie stanno vivendo momenti differenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati della crescita del prodotto interno lordo (PIL) confermano che il 2023 è stato un anno ancora estremamente positivo segnando un aumento del 3.1% . A questo dato si aggiunge quello favorevole di un mercato del lavoro in crescita, come pure dei suoi salari e di una fiducia dei consumatori e delle imprese che sembra migliorare. Lo stesso purtroppo non può essere detto nel caso dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il PIL negli ultimi tre mesi dell’anno è risultato stabile, mentre il dato annuale indica una crescita di solo lo 0.1%. Se è vero che il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, non sono arrivate ottime notizie sul fronte della creazione di nuovi impieghi e neppure su quello della fiducia per i prossimi mesi. A preoccupare ancora di più è la situazione della Germania che per decenni è stata la locomotiva d’Europa e ora arranca. Anche se a dire il vero, l’economia tedesca non si è più ripresa dalla pandemia; a quelle difficoltà si sono poi aggiunte quelle legate alla guerra in Ucraina e in particolare alle sanzioni contro la Russia che hanno impedito alla Germania di importare il gas, tra le principali fonti energetiche del Paese. Ma non solo i fattori esterni hanno giocato un ruolo negativo. Anche le difficoltà politiche di una maggioranza di governo poco incisiva hanno portato il Paese a non saper sfruttare il vantaggio competitivo che aveva nella diffusione di fonti energetiche rinnovabili e a creare importanti conflitti nella società. E gli scioperi legati all’agricoltura di questi giorni ne sono solo l’ultima manifestazione.
Anche se questi non hanno ancora varcato la Manica, le cose non sembrano andare molto bene nemmeno in Gran Bretagna. Gli ultimi dati pubblicati confermano una situazione economica in stallo con previsioni per il futuro non troppo rosee.
Concludendo, possiamo dire che anche se la tempesta sembra passata, se possibile meglio aspettare per uscire in mare.
Pubblicato da L’Osservatore, 03.02.2024

Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

L’inflazione persiste. Purtroppo. I segnali che sono arrivati alle banche centrali nelle ultime settimane non sono bastati a rallentare gli incrementi dei tassi di interesse. Per il momento solo la Federal Reserve (FED) ha fermato la corsa decidendo di lasciarli tra il 5% e il 5.25%. Sottolineiamo “per il momento” perché la FED ha già precisato che altri aumenti sono all’orizzonte, causando la reazione negativa di Wall Street. Non nascondiamo che questo annuncio a noi pare inutilmente dannoso: il tasso di inflazione americano è sì ancora elevato, ma dà segnali di rallentamento. In effetti, in maggio i prezzi sono aumentati del 4% (4.9% in aprile). Si è ancora lontani dal famoso 2%, tasso che la teoria economica individua come limite per poter parlare di stabilità dei prezzi, ma forse ora bisognerebbe dare il tempo alla politica monetaria di espletare i suoi effetti e di valutare quelli che peseranno sull’economia reale.

Chi non poteva decidere diversamente invece è stata la Banca d’Inghilterra, che ha annunciato un aumento dei tassi di 50 punti portandoli al 5%. D’altronde il tasso di inflazione pubblicato poche ore prima non lasciava molte speranze: l’indice dei prezzi al consumo si è confermato ancora in maggio all’8.7% e, fatto ancora più grave, il tasso dell’inflazione core (lo zoccolo dell’inflazione che non calcola i prezzi variabili come quelli dei generi alimentari freschi e dell’energia) è addirittura aumentato dal 6.8% al 7.1%. Quindi niente da fare per la Banca d’Inghilterra che si è trovata le mani legate.

Chi a nostro avviso invece avrebbe potuto decidere più liberamente e diversamente è la Banca Nazionale svizzera (BNS). Il nostro tasso di inflazione è fortunatamente molto più basso di quello europeo: in maggio l’indice dei prezzi segnava +2.2% (in aprile il tasso era del 2.6%). Tuttavia la preoccupazione dovrebbe essere per cosa succederà al potere d’acquisto dei cittadini nei prossimi mesi. Gli aumenti degli affitti, la crescita dei tassi di interesse sulle ipoteche o ancora i prezzi energetici ci renderanno più poveri. A questo aggiungiamo un peggioramento delle previsioni di crescita, che avranno probabilmente effetto anche sui salari. Magari si poteva evitare un ulteriore aumento.

E chiudiamo con la Turchia, dove la situazione è ancor più drammatica. Dopo mesi di politiche economiche non convenzionali che hanno visto la riduzione dei tassi di interesse dal 19% all’8.5% in un contesto di inflazione crescente, la banca centrale ha ora operato un radicale cambiamento aumentando i tassi di 650 punti base al 15%. È un tasso enorme in apparenza. In apparenza perché se lo paragoniamo a quello dell’inflazione, ancora al 40%, si ridimensiona. Ma purtroppo non si ridimensiona la drammaticità del potere d’acquisto dei cittadini di questo Paese.

Tratto da L’Osservatore del 24.06.2023

La versione audio: Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) nelle ultime settimane ha attirato la nostra attenzione. Già in giugno aveva stupito tutti aumentando il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. La manovra era apparsa inaspettata perché la Banca Centrale Europea (BCE), “faro guida” della politica monetaria svizzera, qualche giorno prima aveva annunciato un aumento più contenuto (0.25%). La cosa è apparsa quindi particolarmente coraggiosa. Come coraggiosa, e da alcuni criticata, è stata la decisione successiva presa verso la fine di settembre di aumentare ulteriormente i tassi di interesse di 0.75 punti portandoli da un tasso negativo dello 0.25% a uno positivo dello 0.5%. Questa manovra ha chiuso la lunga parentesi degli interessi negativi che erano stati introdotti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Questo era avvenuto in concomitanza con l’abolizione del tasso minimo di cambio tra franco ed euro che era stato introdotto dalla stessa Banca Nazionale per cercare di contrastare la forza del franco svizzero.
A stupire nuovamente, una settimana dopo, la scoperta di un cambio di rotta della banca anche nell’acquisto di valute: fino a qualche giorno prima, la politica economica messa in atto è stata quella di acquistare quantità massicce di monete straniere per contrastare la forza del franco. Dai dati pubblicati nel secondo trimestre del 2022 è emerso invece che l’istituto ha venduto valute per circa 5 milioni di franchi. Certo, sono state quantità minime, ma che indicano un chiaro cambiamento di rotta: in effetti, nel semestre precedente gli acquisti erano stati di 5.7 miliardi e addirittura di 12.6 miliardi nell’ultimo trimestre del 2021 (ricordiamo che qualche anno fa gli Stati Uniti erano addirittura arrivati ad aprire un’inchiesta nei nostri confronti perché ci accusavano di manipolare il cambio per favorire le esportazioni).
E ieri, un’altra scoperta. Le riserve monetarie (quelle di divise) si riducono di circa 52 miliardi rispetto al mese precedente attestandosi a 807 miliardi di franchi. Il valore dell’insieme delle riserve è oggi stimato in “soli” 819 miliardi di franchi, diminuito dagli 873 di agosto. Questa diminuzione potrebbe essere imputabile alla variazione dei cambi delle altre monete.
Insomma, dopo aver annunciato questa estate una perdita record di oltre 95 miliardi di franchi, anche la classe politica inizia a mettersi l’anima in pace. Peccato che si sia dovuti arrivare a questo punto per riportare il campanile al centro del villaggio. Eppure l’indipendenza della BNS dalla politica come pure i suoi compiti sono molto chiari. Essa, e come lei tutte le banche centrali del mondo, deve garantire la stabilità dei prezzi e quella del sistema dei pagamenti. Per farlo, necessita di fare degli importanti utili, che le servono a compensare le importanti perdite di altri momenti. Insomma, non c’è spazio per altro. Per questo basta a fantasiosi impieghi degli utili della Banca Nazionale.

La versione audio: Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

Le proverbiali mosse impreviste della Banca Nazionale Svizzera

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha inaspettatamente aumentato il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. Inaspettatamente perché pochi giorni prima la Banca centrale europea, che è il nostro “faro guida” nelle decisioni di politica economica ha annunciato sì un aumento, ma graduale: 0.25 punti percentuali adesso e se necessario un secondo aumento tra qualche mese. Ma non è la prima volta che la Banca Nazionale ci sorprende. Pensiamo a quando ha deciso prima di introdurre la soglia minima di cambio tra il franco e l’euro e poi quando ha deciso di toglierla. E proprio l’imprevedibilità di questi annunci, di solito, ne garantisce una maggiore efficacia. Speriamo che anche questa volta la mossa della BNS porti i suoi frutti e riesca a contenere l’aumento dei prezzi. Il dato del mese di maggio parlava di un incremento del 2.9% in Svizzera. Certo, nulla in confronto agli aumenti dell’8.6% negli Stati Uniti o in altre nazioni europee, ma comunque una chiara accelerazione.
Nonostante questa tendenza che non sembra al momento volersi fermare, le previsioni del KOF, il centro di ricerca del politecnico federale di Zurigo, rimangono ancora positive. In effetti, anche se un po’ al ribasso la crescita del prodotto interno lordo per quest’anno è stimata al 2.7%. A fare da traino è ancora il consumo privato che dovrebbe aumentare del 4.3% rispetto all’anno scorso. Dati positivi si prevedono anche per le esportazioni (+6%) e le importazioni (+10.5%). Ricordiamo che non avendo noi materie prime dipendiamo per queste e per molti semilavorati dal resto del mondo: comperiamo, trasformiamo, aggiungiamo valore e rivendiamo. Per questo, importazioni che si riducono non sono sempre una buona notizia. E notizie abbastanza buone arrivano anche dagli investimenti in macchinari e beni di equipaggiamento che restano positivi (+1.2%). Meno bene va per il settore delle costruzioni che mostra una riduzione dello 0.8%; probabilmente questo rallentamento dipende anche dall’aumento dei tassi di interesse di riferimento che poi impattano sugli altri tassi di interesse come quelli bancari o quelle ipotecari.
Rimane infine la voce della spesa pubblica. A differenza di altri paesi a noi i vicini, la Svizzera ha deciso da tempo di ridurre il suo intervento a sostegno dell’economia e delle famiglie. Nonostante qualche eccezione che andrebbe sicuramente introdotta, e pensiamo in particolare ai pensionati e alle piccole e medie imprese che soffrono maggiormente per questi aumenti dei prezzi, non possiamo non riconoscere la messa in atto di una politica anticiclica corretta. E proprio questa era la ricetta dell’economista John Maynard Keynes: sì alla spesa pubblica nei momenti di necessità, no allo spreco di risorse dei cittadini.
Tratto da L’Osservatore del 25.06.2022

La versione audio: Le proverbiali mosse impreviste della Banca Nazionale Svizzera

Le banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha sorpreso tutti. Qualche giorno fa ha annunciato l’aumento del tasso di interesse guida di mezzo punto percentuale, portandolo a -0.25%. Sì, avete letto bene, il valore è negativo. A molti di noi appare strano, eppure anche i tassi di interesse possono essere negativi. In Svizzera lo sono da diversi anni.

Ma come è possibile? Semplifichiamo un po’. La Banca Nazionale oltre ad essere la banca che emette la nostra moneta su delega data dalla Confederazione è la “banca delle banche”. Tutti noi abbiamo una banca, che viene definita secondaria. Le nostre banche secondarie per poter svolgere le loro attività di raccogliere e prestare risorse ai cittadini e alle aziende devono avere un conto presso la BNS e rispettare delle leggi particolari (quanti soldi possono prestare, quanti devono tenerne depositati presso la BNS,…). Il tasso di interesse guida è proprio quello che la BNS applica sui conti delle banche secondarie. Così un tasso di interesse negativo, sta a significare che la BNS chiede alle banche secondarie di pagare per tenere i soldi depositati. E lo stesso faranno le banche secondarie con noi clienti. Questa idea di mettere dei tassi negativi è stata pensata per fare in modo di incentivare l’uso del denaro e non lasciarlo fermo nelle banche, quindi per alimentare i consumi e gli investimenti e di conseguenza il prodotto interno lordo. L’equazione sulla carta è molto semplice: tassi di interesse bassi, domanda alta.

E proprio per contrastare questa domanda elevata che è ancora aumentata negli ultimi periodi e che ha causato l’aumento dei prezzi (inflazione), ora la Banca Nazionale cambia strategia e rende il costo del denaro più alto. Così facendo si vorrebbero ottenere più risultati.

Primo: se il denaro preso a prestito costa di più, i consumatori e le aziende ci penseranno due volte prima di indebitarsi e consumare o comperare nuovi macchinari. Questo implica quindi che la domanda diminuisce e i prezzi dovrebbero rallentare.

Lo stesso effetto che si dovrebbe ottenere sul fronte del risparmio. Se il tasso di interesse aumenta diventa interessante per le persone, ma anche per le banche secondarie, lasciare i soldi depositati sui conti oppure prestarli allo Stato comperando le obbligazioni dello Stato. Così la domanda diminuisce ulteriormente e i prezzi pure.

Purtroppo possono esserci anche conseguenze negative. Pensiamo per esempio all’effetto sull’aumento dei tassi ipotecari: il debito per la nostra casa sarà più costoso. O ancora l’effetto che potrebbe generarsi sul valore del franco svizzero: in questo caso le nostre esportazioni o le vacanze in Svizzera diventerebbero più care. D’altra parte la Banca Nazionale Svizzera non aveva molta scelta: anche se più bassa (2.9%), l’inflazione è arrivata pure in Svizzera.

P.S. Ringrazio Roberto e Matteo per il suggerimento di trattare questo tema

La versione audio: Le Banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?

La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Anche il rapporto annuale del 2020 della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non può non parlare della crisi del Covid-19. Così dalle sue pagine scopriamo che per fare la sua politica monetaria espansiva ha usato principalmente tre strumenti: il contenimento dell’apprezzamento del franco svizzero, il mantenimento di bassi tassi di interesse e la garanzia di sufficienti crediti e liquidità al sistema. Ma vediamo in parole semplici che cosa ha fatto la Banca Nazionale.

Quando c’è una crisi economica che genera incertezza e instabilità gli agenti economici si comportano in maniera differente. Così per esempio anziché cercare investimenti che fanno guadagnare, cercano la garanzia di mettere al sicuro il proprio capitale. E così comperano i cosiddetti beni rifugio. Oro, oggetti di valore, monete, opere d’arte, auto d’epoca, immobili, vini pregiati vedono il loro mercato aumentare notevolmente. Lo stesso può capitare anche per le valute. E tra queste il franco svizzero, famoso per la sua stabilità. Così la Banca Nazionale si è trovata a dover affrontare il pericolo di un troppo grande apprezzamento del franco. Se la nostra moneta diventa forte, i beni e i servizi prodotti in Svizzera diventano troppo cari per l’estero e questo può causare grossi problemi alla nostra economia. Semplificando di molto le cose possiamo pensare che per contrastare questo fenomeno la BNS interviene sul mercato dei cambi acquistando valuta estera e quindi vendendo franchi svizzeri. La maggior parte degli investimenti è fatta da titoli di Stato, anche se la BNS non disdegna investimenti in azioni e obbligazioni di società.

Nel 2019, l’anno prima, la Banca Nazionale aveva comperato il corrispettivo di 13.2 miliardi di franchi; nel 2020 ha speso 110 miliardi. L’intervento è stato decisamente grande.

Dobbiamo comunque riconoscere la BNS ha fatto bene il suo lavoro generando un rendimento delle riserve monetarie dell’1.9%.

Un’altra manovra per scoraggiare il fatto di comperare franchi svizzeri e tenerli depositati in banca è quella dei tassi di interesse negativi. Concretamente significa che siete voi a dover pagare per tenere i soldi in banca.

Ma il mantenimento di un basso tasso di interesse è anche uno strumento che ha ridotto il costo per le aziende e gli enti pubblici che necessitano di finanziamenti.

Infine sempre sul fronte del credito e della liquidità la Banca nazionale ha concesso liquidità alle banche secondarie affinché potessero elargire i crediti COVID-19 garantiti dallo Stato.

Insomma un bel misto di strumenti per fare una politica monetaria espansiva.

Ma sfogliando il rapporto leggiamo tante altre curiosità. Per esempio scopriamo che a fine 2020 gli attivi della BNS ammontavano a 999 miliardi di franchi (accidenti, mancava solo 1 miliardo per la cifra tonda…) o ancora che è stato proposto un dividendo agli azionisti di 15 franchi. Già perché la Banca Nazionale svizzera è una società anonima detenuta sì per metà dai Cantoni e dalle banche cantonali, ma per l’atra metà appartiene ai privati. Dobbiamo precisare che però è una società anonima retta da una legge speciale (per esempio il dividendo è al massimo il 6% del capitale azionario oppure ci sono limitazioni al diritto di voto).

Altra curiosità è che mentre i pagamenti in contanti l’anno scorso si sono ridotti notevolmente, la domanda di banconote di grosso taglio, pensiamo ai 1’000 franchi, è cresciuta. Questo ci confermerebbe che sono ancora in tanti quelli che anziché puntare su grandi investimenti speculativi, scelgono il caro vecchio materasso. E come dargli torto in una situazione di instabilità e incertezza come quella attuale?

D’altronde anche Paperon de’ Paperoni tiene le sue monete al sicuro nel suo deposito…  

La versione audio: La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero