Kevin Warsh, un “uomo di Wall Street”alla testa della Federal Reserve

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Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, però, il discorso è diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto l’economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche l’economia europea e svizzera.

A metà maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, però, sono andate in modo un po’ diverso.

Warsh è considerato relativamente rigoroso sul fronte dell’inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato l’idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale è stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro è meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se l’inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dell’indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed più sobria. Meno quantitative easing, cioè meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Più attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per l’Europa e per la Svizzera non è un dettaglio. Una Fed più rigida può rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un “uomo di Wall Street”, dell’establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. È un segnale che suggerisce prudenza e continuità almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati è stata relativamente calma.

L’Osservatore, 30 maggio 2026

Le banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha sorpreso tutti. Qualche giorno fa ha annunciato l’aumento del tasso di interesse guida di mezzo punto percentuale, portandolo a -0.25%. Sì, avete letto bene, il valore è negativo. A molti di noi appare strano, eppure anche i tassi di interesse possono essere negativi. In Svizzera lo sono da diversi anni.

Ma come è possibile? Semplifichiamo un po’. La Banca Nazionale oltre ad essere la banca che emette la nostra moneta su delega data dalla Confederazione è la “banca delle banche”. Tutti noi abbiamo una banca, che viene definita secondaria. Le nostre banche secondarie per poter svolgere le loro attività di raccogliere e prestare risorse ai cittadini e alle aziende devono avere un conto presso la BNS e rispettare delle leggi particolari (quanti soldi possono prestare, quanti devono tenerne depositati presso la BNS,…). Il tasso di interesse guida è proprio quello che la BNS applica sui conti delle banche secondarie. Così un tasso di interesse negativo, sta a significare che la BNS chiede alle banche secondarie di pagare per tenere i soldi depositati. E lo stesso faranno le banche secondarie con noi clienti. Questa idea di mettere dei tassi negativi è stata pensata per fare in modo di incentivare l’uso del denaro e non lasciarlo fermo nelle banche, quindi per alimentare i consumi e gli investimenti e di conseguenza il prodotto interno lordo. L’equazione sulla carta è molto semplice: tassi di interesse bassi, domanda alta.

E proprio per contrastare questa domanda elevata che è ancora aumentata negli ultimi periodi e che ha causato l’aumento dei prezzi (inflazione), ora la Banca Nazionale cambia strategia e rende il costo del denaro più alto. Così facendo si vorrebbero ottenere più risultati.

Primo: se il denaro preso a prestito costa di più, i consumatori e le aziende ci penseranno due volte prima di indebitarsi e consumare o comperare nuovi macchinari. Questo implica quindi che la domanda diminuisce e i prezzi dovrebbero rallentare.

Lo stesso effetto che si dovrebbe ottenere sul fronte del risparmio. Se il tasso di interesse aumenta diventa interessante per le persone, ma anche per le banche secondarie, lasciare i soldi depositati sui conti oppure prestarli allo Stato comperando le obbligazioni dello Stato. Così la domanda diminuisce ulteriormente e i prezzi pure.

Purtroppo possono esserci anche conseguenze negative. Pensiamo per esempio all’effetto sull’aumento dei tassi ipotecari: il debito per la nostra casa sarà più costoso. O ancora l’effetto che potrebbe generarsi sul valore del franco svizzero: in questo caso le nostre esportazioni o le vacanze in Svizzera diventerebbero più care. D’altra parte la Banca Nazionale Svizzera non aveva molta scelta: anche se più bassa (2.9%), l’inflazione è arrivata pure in Svizzera.

P.S. Ringrazio Roberto e Matteo per il suggerimento di trattare questo tema

La versione audio: Le Banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?

L’illusione del sostegno duraturo

La crisi legata al Covid-19 ci ha confermato che non sempre l’economia lasciata a se stessa riesce ad andare avanti, anzi. Eppure il dibattito tra più mercato o più stato ha origini molto lontane. È solo dopo la grande crisi del 29 e le due guerre mondiali che i governi e le banche centrali hanno deciso che sarebbero dovute diventare protagoniste anche nella vita economica dei paesi. In effetti, il loro intervento ha permesso di ridurre in maniera importante l’ampiezza delle brusche variazioni nel livello di benessere tra un periodo di euforia economica e uno di crisi. Ma soprattutto ha consentito di limitare le conseguenze negative di questi sbalzi nella vita delle persone. Chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività va incontro a difficoltà molto grandi, non solo economiche ma anche sociali. Dalle cose concrete come pagare l’ipoteca e gli studi ai figli, alla perdita di competenza fino a vere e proprie malattie.
Ed è dal dopoguerra che si alternano, almeno nelle economie avanzate, governi più interventisti a governi più liberisti. Gli anni Cinquanta hanno visto trionfare le teorie keynesiane che preconizzavano l’intervento dello Stato e che hanno portato alla nascita dei sistemi di sicurezza sociale. Gli anni Ottanta, con in prima fila i presidenti Reagan e Thatcher, il liberismo. Situazione molto diversa quella vissuta nella crisi appena trascorsa che non ha lasciato grandi libertà di scelta.
Siamo consapevoli che gli interventi dello Stato e delle banche centrali sono stati provvidenziali. Ora però si deve aprire un altro dibattito sulle conseguenze di questi ingenti interventi e soprattutto sul proseguimento delle misure.
Negli Stati Uniti, per esempio, la FED ha iniziato a rallentare la manovra di acquisto di titoli. Questo comporterà molto probabilmente un innalzamento dei tassi di interesse. Nulla di troppo problematico se in contemporanea non stessimo vivendo un possibile importante aumento dei prezzi. La domanda in espansione, l’offerta che arranca, filiere di approvvigionamento strozzate ci fanno dubitare che l’inflazione sarà così momentanea come sostengono gli esperti. E il problema non tocca solo gli Stati Uniti.
Un caso da manuale sarà la situazione italiana. I dati appena pubblicati confermano per il 2020 una riduzione del prodotto interno lordo dell’8.9%, una chiusura dei conti pubblici estremamente negativa con un rapporto deficit rispetto al PIL di ben il 9.6%, fatto questo che ha portato al 155.6% il rapporto debito/PIL. A questo già ingente debito aggiungiamo i miliardi che sono in arrivo dall’Unione Europea, ma che non dimentichiamo, non saranno gratis.

Ora una domanda sorge spontanea: fino a quando e con quanta forza ancora i governi e le banche centrali potranno intervenire a sostegno dell’economia?

Tratto da L’Osservatore del 25.09.2021

La versione audio: L’illusione del sostegno duraturo
Il neoliberismo ha distrutto l'idea di società. Ora esiste l'individuo,  circondato da “altri”