Previsioni economiche Svizzera: bene, ma non benissimo…

Mentre la Federal Reserve (Fed) decideva di ridurre i tassi di interesse di 50 punti base, portandoli in un intervallo tra il 4.75 e il 5%, in Svizzera venivano pubblicati dei dati non altrettanto rassicuranti.
Nel mese di agosto, le esportazioni e le importazioni di merci in termini reali sono scese rispetto al mese precedente che già registrava una riduzione di entrambe le voci. Per quanto riguarda le vendite all’estero, i settori principalmente toccati sono stati quello dei prodotti chimici e farmaceutici, quello dei metalli come pure i macchinari di precisione. Sul fronte delle importazioni si segnalano le riduzioni importanti di prodotti energetici, di strumenti di precisione e nel settore dell’elettronica. Al contrario, in questo caso si è registrato un aumento dei prodotti chimici e farmaceutici. Quest’ultimo andamento potremmo leggerlo con un po’ di ottimismo pensando che parte di queste importazioni sarà destinata alla produzione dei prossimi mesi e quindi a una possibile crescita del settore chimico farmaceutico.
Nonostante questi dati, le previsioni per la fine dell’anno delle esportazioni restano positive. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha stimato per il 2024 una crescita dei beni del 5.1% e dei servizi del 2.3%. L’andamento dei consumi privati rimane positivo (+1.5%) esattamente in linea con quello dei consumi dell’amministrazioni pubbliche. Anche il settore delle costruzioni, che l’anno scorso aveva segnato una riduzione del -2.7%, sembrerebbe confermare il suo momento positivo (+0.5%). Ciò che preoccupa un po’ gli economisti sono gli investimenti in macchinari, la cui previsione si colloca al -2%. Questo, potrebbe significare che gli imprenditori pensano che la domanda non andrà troppo bene e che quindi non sarà necessario aumentare la produzione e di conseguenza gli investimenti. Ma noi sappiamo che le cose possono cambiare e quindi speriamo in bene. In totale, la previsione dell’aumento del prodotto interno lordo (PIL) sarà per il 2024 dell’1.2%.
Questa crescita, seppur positiva, rimane una crescita abbastanza contenuta e, in effetti, il tasso di disoccupazione medio per quest’anno dovrebbe salire dal 2% al 2.4%. Una buona notizia però c’è: l’indice dei prezzi del consumo, ossia l’inflazione, dovrebbe finalmente tornare a livelli stabili. Il tasso previsto per quest’anno sarà dell’1.2%.
Notizie ancora più buone riguardano l’anno prossimo, anno in cui l’aumento dei prezzi dovrebbe limitarsi allo 0.7%. Questo, insieme all’andamento positivo dei consumi privati, della spesa dello Stato, degli investimenti in costruzioni e della ripresa di quelli in beni di equipaggiamento, come pure della crescita delle esportazioni, dovrebbero portare il prodotto interno lordo a crescere nel 2025 dell’1.6%.
Anche per l’anno prossimo, quindi non sarà prevista una crescita esorbitante, ma probabilmente dobbiamo anche abituarci che è finita l’epoca di tassi di crescita superiori al 2%. Questo, non significa per forza che le cose andranno male. Se questo tasso sarà sufficiente a garantire di compensare l’aumento della popolazione e l’impatto del progresso tecnologico, le persone potranno andare avanti ad avere un lavoro e di conseguenza un reddito. Per cui ancora una volta, leggiamo la realtà oltre i dati.

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II pilastro: basta un poco di zucchero e la pillola va giù?

Tra una settimana la Svizzera sarà chiamata a votare sulla riforma del II pilastro. Anche questa volta il Consiglio Federale ha cercato di addolcire la pillola. Il tema è tecnico, ma cerchiamo di spiegarlo in maniera semplice. Il punto principale è l’abbassamento del tasso di conversione dal 6.8% al 6%. Nel caso del secondo pilastro parliamo di un sistema basato sulla capitalizzazione, ossia sul concetto che ogni persona che lavora e il suo datore di lavoro pagano i contributi che vengono messi in una sorta di salvadanaio. Il capitale accumulato diventa la base su cui calcolare la rendita. Se voi avete messo da parte 100’000 franchi avete diritto oggi a ricevere il 6.8% sottoforma di rendita (6’800 franchi). La riforma chiede di ridurre questo “tasso di interesse” al 6% (nel nostro esempio la rendita scenderebbe a 6’000 franchi).
Per compensare questa riduzione sempre il Consiglio Federale ha messo in atto dei correttivi. Il primo prevede di aumentare il salario assicurato, attraverso la modifica della deduzione di coordinamento che oggi è una somma fissa (25’725 franchi) e verrà invece trasformata nel 20% del salario. Per spiegare di cosa parliamo supponiamo che voi guadagniate 100’000 franchi. Oggi i contributi del secondo pilastro li pagate su 74’275 (100’000 – 25’725), con la riforma invece sarete tassati su 80’000 (100’000 meno il 20% di 100’000). Insomma, pagherete di più e riceverete di meno. Addirittura, chi andrà in pensione tra 15 anni godrà di una misura di transizione perché la sua rendita verrebbe fortemente ridotta: si parla di al massimo 200 CHF al mese (anche in questo caso in fondo sarà prelevato dalle aziende, la confederazione non mette nulla in questa assicurazione sociale).
Altre misure completano questa riforma. La prima abbassa la soglia del salario di entrata nel secondo pilastro. Oggi possono assicurarsi solamente le persone che guadagnano almeno CHF 22’050 da un unico datore di lavoro. Con la riforma anche chi guadagnerà CHF 19’845 potrà assicurarsi e avere diritto a un secondo pilastro (ricordiamo che il diritto nasce dal fatto che le persone pagano i contributi). In aggiunta, sarà possibile anche per gli indipendenti e per le persone che hanno più di un datore di lavoro affiliarsi presso un istituto di previdenza e pagare i contributi. L’ultimo correttivo riguarda l’introduzione di sole due aliquote di prelievo dei contributi (una del 9% fino a 44 anni e l’altra del 14%). Questa misura vorrebbe rendere meno “costosi” i lavoratori più anziani e quindi facilitarne l’assunzione.
Che il sistema necessiti di una riforma è chiaro a tutti, peccato che però non si possa andare avanti a lungo a mettere solo dei cerotti. La società è decisamente diversa da quella del 1950 quando è stata introdotta l’AVS e da quella degli anni 90 quando sono stati resi obbligatori il secondo pilastro e l’assicurazione malattia. Oggi, una volta usciti dal mercato del lavoro, si vive molto di più e anche diversamente. I costi legati all’invecchiamento non sono malattie, sono il decorso della vita. Per questa ragione e tante altre è necessario trovare il coraggio di riformare nell’interezza i nostri sistemi di assicurazione sociali. Sicuramente ci sono dei miglioramenti in questa proposta, ma possono essere attuati anche nel caso in cui la riforma venisse bocciata. E il taglio dal 6.8% al 6% è decisamente grande.
Non dimentichiamo tra l’altro che i cittadini saranno chiamati a votare nell’incertezza e nella mancanza di dati corretti e trasparenti relativi alle previsioni sui costi per i prossimi anni e le nostre assicurazioni sociali. La “bella” notizia dell’errore nel calcolo dell’AVS di 14 miliardi è stato, tuttavia, un duro colpo alla nostra democrazia.

*** Ringrazio di cuore Mattia Malingamba per la precisazione fatta che riporto qui, ossia che “il salario massimo determinante per la LPP è di CHF 88’200”

Capire la riforma del II pilastro in pochi minuti
Come si è arrivati a questa riforma

Riduzione dei tassi d’interesse all’orizzonte in autunno

Le banche centrali dei principali paesi nelle prossime settimane dovranno prendere decisioni importanti. La prima che svelerà le sue carte l’11 settembre sarà la Banca centrale europea (BCE); nel mese di giugno aveva deciso di ridurre i tassi di interesse di riferimento di 25 punti base (portandoli al 4.25%, il 4.50% e al 3.75%). Erano nove mesi che i tassi rimanevano stabili. A influenzare la decisione di allora erano state principalmente le previsioni abbastanza rassicuranti sull’inflazione (anche se un po’ in aumento) e sulla crescita economica. Senza negare il ruolo importante giocato dalle pressioni politiche dei principali paesi membri.
E ora, quali sono i principali dati macroeconomici di cui dovranno tenere conto gli esperti? Sul fronte dei prezzi al consumo la situazione è abbastanza rassicurante: i dati pubblicati dalle principali nazioni dell’Unione Europea (UE) nel mese di luglio e agosto confermano una certa stabilità su base mensile e una crescita contenuta su base annuale. Lo stesso vale per l’UE nel suo insieme. Anche le previsioni sul suo prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre indicano un andamento non negativo (+0.8% su base annuale e +0.3% rispetto al trimestre precedente). Certamente non è una crescita entusiasmante, soprattutto se si considera la congiuntura della Germania, che proprio pochi giorni fa ha confermato, al contrario, il -0.1% di crescita del PIL.
Situazione un po’ diversa appare quella degli Stati Uniti che proprio qualche ora fa ha rivisto al rialzo la crescita del PIL del secondo trimestre indicando un aumento di ben +3% su base trimestrale (il dato precedente era di +1.4%). Le famiglie sono state il fattore trainante. Questa è una buona notizia poiché indica una fiducia da parte dei consumatori statunitensi che potrebbe alimentare positivamente le aspettative delle aziende. Anche sul fronte dei prezzi le cose sembrano andare bene: l’indice PCE (Personal Consumption Expenditures) che rappresenta l’andamento dei prezzi esclusi i beni più volatili come l’energia e gli alimentari (zoccolo duro dell’inflazione) indica un aumento dei prezzi contenuto. La scelta della Federal Reserve (Fed) di abbassare in maniera importante i tassi di interesse a questo punto pare obbligata, anche perché a differenza della BCE nel mese di giugno non lo aveva fatto.
Quindi va tutto bene? Ci piacerebbe tanto dirlo, tuttavia come sempre succede con l’economia la prudenza è d’obbligo. Sono talmente tanti i fattori che possono influenzare il nostro sistema economico, che come diceva Galbraith, “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. E non ne abbiano a male gli astrologi…
Pubblicato da L’Osservatore, 31.08.2024

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Taylor Swift impedisce la riduzione dei tassi di interesse?

È l’ottobre del 2023 quando Taylor Swift entra nella classifica dei miliardari della rivista Forbes. Non è la prima musicista a farlo, ma è la prima a riuscirci grazie esclusivamente alle sue canzoni. I suoi colleghi “miliardari” devono il loro patrimonio alle attività secondarie, come le collaborazioni con marchi di cosmetica oppure di abbigliamento sportivo.

Gli economisti, tuttavia, non si occupano di Taylor Swift solo per il suo patrimonio personale. Negli ultimi mesi gli studi sull’impatto economico dei suoi concerti si sono moltiplicati. Capiamo che la cantante possa generare importanti introiti nelle località in cui si esibisce, ma ora si parla addirittura di influenzare le scelte delle banche centrali. Vediamo perché.

I fans che seguono Taylor Swift oltre a comperare il biglietto spendono del denaro per i viaggi, per gli alberghi, nei ristoranti, … Uno studio del 2023 su un concerto in Colorado ha stimato una spesa diretta totale media a persona di 1’327 $ (ca. 1’200 CHF). Se da questi si tolgono gli introiti che vanno direttamente alla cantante, l’impatto sul prodotto interno lordo (PIL) di questo Stato americano rimane comunque elevato: 140 milioni di dollari (126 milioni CHF). Stime più recenti fatte sulla tournée nel Regno Unito parlano addirittura di un giro d’affari di un miliardo di sterline (1.15 miliardi CHF).

Sappiamo che eventi che attirano migliaia di persone, come per esempio i mondiali di calcio o le esposizioni universali, generano effetti economici locali. Qui però il fenomeno è ben più grande e potrebbe addirittura influenzare decisioni macroeconomiche internazionali. Parliamo in particolare dei tassi di interesse. In questo senso, i banchieri centrali europei stanno già mettendo le mani avanti dichiarando che nei prossimi mesi bisognerà tenere conto della “Swift economy” (termine coniato dal New York Times).

Ma capiamo perché questa cantante può influenzare l’andamento dei tassi di interesse. Nelle date in cui è previsto un concerto si registra un aumento importante dei consumi: camere d’albergo, abbigliamento, gioielli, accessori, ristorazione, trasporti, tutto aumenta. Se la domanda aumenta, aumentano anche i prezzi. E che cosa succede se l’ufficio di statistica nazionale registra i prezzi proprio durante i giorni dei concerti? L’indice dei prezzi al consumo risulterà più alto. Niente di grave penserete voi, ma non è proprio così.  

Quando la banca centrale europea (BCE) si riunirà in settembre e guarderà i dati dei mesi precedenti, scoprirà che l’inflazione è ancora elevata. Questo potrebbe causare il rinvio di una riduzione dei tassi di interesse.

Insomma, se da una parte i concerti portano benessere economico, dall’altra possono generare anche un po’ di confusione nei dati.

Detto questo, siamo certi che i responsabili delle Banche centrali, pur non ascoltando per forza le canzoni della cantante, sappiano isolare gli effetti della “Swift economy” . 

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I cervelli ticinesi se la danno a gambe

Estratto dell’intervista di Marija Milanovic, tvsvizzera.it – pubblicata il 02.07.2024

È recentemente uscita una notizia che all’apparenza non ha nulla di sorprendente: la natalità è calata nel canton Ticino. Una tendenza che riflette non solo quella elvetica, ma anche quella globale. Oltre alle ragioni più note (fattori economici e maternità sempre più tardive in primis), nel cantone italofono, secondo una recente analisi, la denatalità è influenzata anche dalla fuga di cervelli, anch’essa sempre più marcata.
Il Ticino, insomma, sembra averle tutte: i salari sono i più bassi della Confederazione, gli aumenti di premi di cassa malati i più alti e molti studenti e studentesse che si recano in altri cantoni per studiare all’università, poi restano anche a viverci.
La ragione spesso è che le condizioni lavorative sono migliori, sia a livello salariale che per quanto riguarda le opportunità professionali, come ci spiega anche Amalia Mirante, docente di economia politica, etica economica e storia del pensiero economico presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) e l’Università della Svizzera italiana (USI): “Purtroppo il Ticino è in una situazione per cui molte e molti giovani – che non per forza sono solo quelli che hanno titoli accademici – sono costretti a cercare lavoro altrove”. Il fatto che il fenomeno della fuga di cervelli non interessi più soltanto chi ha una formazione di livello terziario, ma anche professionale, accentua le difficoltà del mercato del lavoro ticinese. “Si tratta di campanelli di allarme molto importanti”, aggiunge Mirante.
A dimostrarlo anche l’esempio della giovane chef Dalila Zambelli. Con il titolo di miglior apprendista cuoca della Svizzera, la giovane si è vista rifiutare da decine di ristoranti del suo cantone natale e ha dovuto così optare per la Svizzera interna. Spiegava, lo scorso mese di dicembre, in un’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, che, nonostante il settore della ristorazione ticinese denunci da anni carenze di personale, ha ricevuto solo risposte negative alle sue candidature. Situazione che l’ha spinta a traslocare a Zurigo: “È chiaro che mi sarebbe piaciuto trovare qualcosa in Ticino, ma ho bisogno di fare esperienza e per questo, quando mi si è presentata l’opportunità di andare [nella città sulla Limmat], non ho esitato (…) Sto imparando e crescendo, non solo professionalmente ma anche come persona”. Parola di una ragazza che, negli Stati Uniti, ha cucinato anche per Bill Clinton.

Carenza statistica
I cervelli fuggono, si sa. Ma quanti? E dove? Per quanto tempo? Non è chiaro. “Le poche cifre che abbiamo a disposizione su questo fenomeno sono poco precise”, dichiara Mirante. “Non considerano per esempio i giovani che rimangono a lavorare fuori cantone dopo la formazione ma mantengono il domicilio in Ticino. Non viene nemmeno presa in considerazione una nuova forma di lavoro che sta prendendo piede [in particolare dopo la pandemia di Covid-19, ndr]: le persone lavorano una parte della settimana in Ticino e l’altra in un altro cantone”. Tendenze ed evoluzioni che fanno sì che il fenomeno sia molto più ampio di quello che emerge dalle statistiche.
[…]

Salari ticinesi fanalino di coda del mercato del lavoro svizzero
Da anni i salari ticinesi risultano essere i più bassi del Paese e con il tempo il divario aumenta sempre di più. Nel 2022 il salario mediano1 elvetico per un posto a tempo pieno era di 6’788 franchi lordi al mese. Una remunerazione che varia fortemente a seconda delle regioni, della formazione, del ramo economico e del sesso. Il Ticino è risultato nuovamente essere il cantone dove si guadagna meno, con un salario mediano di 5’590 franchi.

Il fenomeno zurighese (ma non solo) dell’economia di aggregazione
In effetti, a parte alcune eccezioni, i grandi nomi si trovano nella Svizzera interna e in quella francese, dove l’economia di agglomerazione è molto più radicata. IBM, Google, Nestlé, Microsoft hanno sedi nei grandi centri urbani elvetici.
[…]

Caro frontalierato… ma quanto mi costi?
Uno dei fattori che influenzano maggiormente questa fuga di cervelli è quello del frontalierato. Stando alle ultime statistiche, le frontaliere e i frontalieri italiani che lavoravano in Ticino nel primo trimestre del 2024 erano 78’645, a fronte di una popolazione attiva residente pari a 176’000 persone. In altre parole, quasi un lavoratore su tre (31,6%) proviene da oltre confine.
Perché questo è un problema? Perché molto spesso, a parità di funzione, un frontaliere o una frontaliera accettano condizioni salariali più vantaggiose per il datore di lavoro rispetto a lavoratrici e lavoratori indigeni. “La differenza tra i salari di residenti ticinesi e quelli frontalieri è del 20%. Una percentuale che può arrivare al 40% per le professioni meglio retribuite”, spiega Amalia Mirante.
Si migra allora verso nord, alla ricerca di condizioni più favorevoli. Le e i ticinesi a nord del Gottardo, le e gli italiani a nord della frontiera. Prosegue Amalia Mirante: “Quello che succede è che l’Italia finanzia la formazione di persone qualificate, competenti e assolutamente capaci che poi vanno a lavorare in un’altra nazione”. Un problema che però riguarda anche il loro Paese di origine, che perde professionisti qualificati, proprio dopo aver investito del denaro per formarli.
“La Germania qualche anno fa pensava di introdurre una tassa da far pagare ai medici tedeschi che andavano a lavorare in Svizzera”, ricorda la studiosa. Formare un medico, infatti, comporta un grande costo per un Paese. L’Italia si trova confrontata con lo stesso problema e proprio recentemente il ministro della Salute Orazio Schillaci ha proposto l’adozione di un piano d’incentivi fiscali per cercare di convincere professioniste e professionisti medici di rimanere in patria.
Nella stessa direzione va anche la tanto discussa tassa sulla salute che prevede che i vecchi frontalieri paghino al sistema sanitario italiano tra il 3 e il 6% del loro stipendio netto. Contributi volti a finanziare i bonus per il personale sanitario italiano e limitare l’esodo di lavoratrici e lavoratori dalle regioni di frontiera.

Quali soluzioni?
Non ci sono soluzioni immediate e sicure per cercare di arginare il fenomeno. Una sarebbe sicuramente quella di rendere più attrattivo il mercato del lavoro ticinese.
[….]
Non si è arrivati, insomma, a un punto di non ritorno, rassicura dal canto suo Amalia Mirante: “È tutto risolvibile. C’è potenziale per essere un cantone svizzero a tutti gli effetti”.

1 Per salario mediano s’intende che la metà degli stipendi è sopra la cifra indicata, l’altra metà è sotto. Non è quindi una media, su cui incidono maggiormente i singoli importi molto alti o molto bassi.

Salario minimo: solo l’inizio

Nell’ormai lontano 2013 fui tra i promotori dell’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”: avevo firmato l’iniziativa come proponente proprio perché ero fermamente convinta della necessità di introdurre un salario minimo per arginare la spirale negativa dei salari innescata, tra l’altro, dalla libera circolazione delle persone.

Il 14 giugno 2015, con grande sorpresa di molti scettici che l’avevano data per morta nella culla, il popolo approvò la proposta: una decisione storica.

Qualche anno dopo, nel 2019, di fronte allo stallo politico che ne ritardava l’applicazione, mi feci portavoce di una soluzione che permettesse di uscire dall’impasse: l’adeguamento del salario minimo in tappe graduali, soluzione che fu poi applicata.

Non mi furono risparmiate critiche degli oppositori politici intenti a denigrare chi sin dalla prima ora si era battuta per l’introduzione nella nostra costituzione di questo passo fondamentale e cercava, con pragmatismo e buon senso, di superare i veti incrociati.

Finalmente nel 2021, dopo ben sei anni dall’accettazione del popolo, il salario minimo vide la luce proprio grazie all’approccio graduale di cui fui una delle prime propugnatrici.
Oggi, a distanza di tre anni dalla sua introduzione sappiamo di aver avuto ragione.

Le analisi indipendenti mostrano che il salario minimo ha avuto solo effetti benefici sul mercato del lavoro ticinese, con buona pace delle cassandre che paventavano catastrofi per l’occupazione o l’economia.

La legge sul salario minimo ha portato a un aumento del 36% dei salari orari medi per i lavoratori che prima stavano sotto il livello salariale minimo. Essa ha avuto un effetto positivo sui lavoratori svizzeri (non è quindi una legge che ‘avrebbe favorito solo i frontalieri’). Per contro, non c’è stato nessun impatto negativo sui salari più alti e nemmeno un aumento della disoccupazione come pronosticavano i contrari all’applicazione di questa norma.

Siamo felici che ora si prosegua con gli aumenti graduali come proposto in passato. Questo non significa, tuttavia, che bisogna rimanere fermi a questa misura, anzi. Come abbiamo sempre detto il salario minimo era un cerotto che serviva ad arginare il fenomeno del ribasso continuo dei salari, ingenerato dalla libera circolazione delle persone, ma da solo non basta.

I correttivi da apportare al nostro mercato del lavoro sono molteplici e tante sono le misure da implementare con urgenza. Misure che vanno dalle condizioni quadro (come, per esempio, la tassazione dei redditi da lavoro che potrebbe paradossalmente diventare un disincentivo al lavoro), alla formazione professionale, dal miglioramento dell’apprendistato al ripensamento degli uffici regionali di collocamento.

Per fare questo ci vuole coraggio, esattamente lo stesso coraggio che avemmo noi molti anni fa proponendo la modifica costituzionale alla base della legge e quello che ebbero i cittadini ticinesi approvandola.

Ora Stato e aziende mostrino di sapere ancora trovare soluzioni condivise nell’interesse dei cittadini di questo paese. Il popolo nel 2015 mostrò la strada. Basta seguirla.

Pubblicato da La Regione 28.06.2024

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Corriere del Ticino, 15.06.2015

La Banca Nazionale abbassa ancora i tassi, ma…

La Banca nazionale svizzera (BNS) ancora una volta ha sorpreso tutti quanti. In effetti, la maggioranza degli analisti aveva scommesso sull’ipotesi che nella riunione di questa settimana avrebbe deciso di mantenere i tassi di interesse all’1.5% come deciso qualche tempo fa. E invece, ancora una volta il direttore ha stupito annunciando un ulteriore taglio di 0.25 punti percentuali. Così oggi il tasso di riferimento torna all’1.25.%.

Nelle scorse settimane avevamo parlato delle decisioni prese prima dalla Banca centrale europea (BCE) che a sua volta aveva deciso di ridurre il tasso di interesse e poi dalla Federal Reserve che al contrario aveva dichiarato di mantenere i tassi di interesse inalterati.

Pur comprendendo la decisione presa dalla BNS quello che ci preme è dare un’occhiata allo stato di salute generale della nostra economia. Sicuramente i dati sull’andamento dei prezzi al consumo ci fanno dormire sonni abbastanza tranquilli: ancora nel mese di maggio l’inflazione era solo all’1.4%. Anche i dati sul mercato del lavoro (e qui non ci riferiamo al Canton Ticino, ma rimaniamo su quello nazionale) non allarmano troppo: i tassi di disoccupazione rimangono pressoché stabili e in linea con la stagionalità.

Quello che invece preoccupa maggiormente sono le previsioni per il futuro: in effetti, tutti gli istituti di ricerca confermano che la situazione per questo 2024 sarà caratterizzata da una crescita del prodotto interno lordo (PIL) piuttosto contenuta. Il KOF, che è il centro di ricerca congiunturale del politecnico federale di Zurigo, stima un aumento dell’1.6% (includendo anche l’effetto degli eventi sportivi). Per questo istituto sarà soprattutto l’aumento delle esportazioni verso la Germania, la Francia e l’Italia nel secondo semestre ad alimentare la crescita. Per quanto riguarda l’andamento dei prezzi il KOF parla di un’inflazione all’1.3%.

Anche la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) prevede lo stesso tasso di crescita, alimentato anche esso principalmente dalle esportazioni. I consumi privati delle famiglie appaiono leggermente in crescita (+1.3%), mentre quelli delle amministrazioni pubbliche, seppur positivi, lo sono in maniera minore (+0.5%). Settore ancora non in piena salute è quello degli investimenti: se quelli in costruzione mostrano un tiepido +0.1%, molto peggio fanno quelli in beni di equipaggiamento (macchinari) che addirittura mostrano un andamento negativo del -0.7%.

E quali saranno le conseguenze di queste previsioni? Entrambi gli istituti prevedono un leggero aumento del tasso di disoccupazione, in particolare la SECO lo stima al 2.4% . Tasso di disoccupazione che dovrebbe però aumentare ulteriormente nel 2025 (+2.6%).

Possiamo quindi sostenere che al momento non ci sono grosse preoccupazioni, tuttavia non bisogna allentare troppo presto la presa. In effetti, i dati dell’inflazione in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi periodi hanno indicato leggere tendenze al rialzo. Anche per questo la Fed aveva deciso di lasciare i tassi invariati.

Per queste ragioni, quindi, pur comprendendo le motivazioni che hanno spinto la BNS a confermare la discesa dei tassi di interesse preferiamo rimanere piuttosto cauti: ricordiamoci sempre che le politiche economiche, quelle fiscali e quelle monetarie, necessitano di tempo per mostrare i loro effetti. Questo significa anche che forse un po’ più di prudenza non guasterebbe.

Aumento dei costi della salute: servono soluzioni credibili

L’esito delle votazioni di domenica sul tema delle assicurazioni malattie non lascia grandi dubbi. Entrambe le iniziative, quella che prevedeva un tetto massimo ai premi fissato al 10% del reddito e quella che fissava un limite ai costi, sono state bocciate dal popolo. 

Come spesso capita in questo tipo di votazioni assistiamo all’apparire di una Svizzera divisa in due. La separazione sembra dipendere principalmente dal benessere socioeconomico: le regioni meno benestanti hanno approvato  le misure, quelle più ricche le hanno sconfessate. Una lettura così semplice nasconde in realtà importanti riflessioni. 

La più importante probabilmente è la necessità di trovare una soluzione seria e condivisa ai continui e forti aumenti dei costi che si trasformano in continui e forti aumenti dei premi cassa malati. 

Una seconda considerazione è che se da una parte la tematica tocca tutta la Svizzera, dall’altra la maggioranza dei cittadini non crede che un tema così complicato possa essere risolto con soluzioni semplici. Le due proposte in votazione, in effetti, erano facilmente comprensibili: non gravare troppo sui singoli individui con premi onerosi e impedire l’aumento dei costi. Soluzioni per niente complicate dal punto di vista tecnico e anche molto ammiccanti dal punto di vista comunicativo. Eppure ancora una volta la saggezza del popolo, indica un’altra via da percorrere. 

Il risultato obbliga, o meglio dovrebbe obbligare, la classe politica a lavorare in maniera seria e rigorosa  proponendo soluzioni tecniche credibili. Un messaggio che sembra chiaro, o almeno lo è per la parte maggioritaria del paese, è che il finanziamento di questa assicurazione dovrà rimanere indipendente dal reddito. Se si volesse fare altrimenti basterebbe che la Confederazione aumenti la sua quota di contributo, visto che la principale fonte di gettito sono proprio le imposte progressive. 

Purtroppo non tutti sembrano aver capito questo messaggio, come non tutti sembrano aver compreso che i cittadini per approvare dei cambiamenti epocali vogliono soluzioni analizzate e ben studiate e non soluzioni ideologiche e  dogmatiche.

Anziché riproporre il solito vecchio e superato conflitto tra gestione dello Stato e gestione dei privati, perché non sedersi a un tavolo e valutare la problematica nella sua interezza? Si potrebbe partire dall’evoluzione demografica per superare gli steccati tra assicurazioni sociali e pensare a un vero nuovo modello. D’altra parte anche l’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti (AVS) necessita di essere ripensata: perché non metterla in relazione con i costi sanitari legati al trascorrere della vita? In questo senso avremmo una nuova assicurazione sociale che sarebbe legata alle esigenze collegate con l’avanzare dell’età.  Invecchiare non è una malattia, invecchiare è il percorso naturale…

Pubblicato da L’Osservatore, 15.06.2024

La Banca Centrale Europea abbassa i tassi

“Tanto tuonò che … piovve” La Banca centrale europea (BCE) ha finalmente deciso di abbassare i tassi di interesse di riferimento di 0.25 punti percentuale. Ad oggi i tassi oscillano tra il 3.75% e il 4.5%. La notizia era talmente attesa che i mercati di fatto non hanno avuto nessuna reazione. Ancora una volta vediamo quanto siano importanti le aspettative in economia. Se l’annuncio fosse arrivato in maniera inattesa o se al contrario la Banca centrale europea non avesse abbassato i tassi di interesse, il mercato avrebbe avuto reazioni molto diverse. Invece, in questo caso la notizia era stata stra-annunciata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è molto probabile che questi mesi di continue anticipazioni e conferme che si sarebbe andati in questa direzione, siano proprio serviti a fare in modo che le reazioni fossero piuttosto contenute e controllate.

Questo in effetti accade quando le strategie di politica economica delle banche centrali sono ritenute valide e il comportamento preannunciato attendibile. In questo caso quindi gli agenti si comportano di conseguenza fidandosi delle istituzioni monetarie.

Così è stato anche nel caso del tasso di interesse di riferimento in Europa, l’Euribor a un mese. In concreto, questo tasso che è quello utilizzato come riferimento per i prestiti a tasso variabile, è passato dal 3.85% del 6 maggio al 3.68% del 5 giugno. La comunicazione della BCE è avvenuta il giorno dopo. In questo caso il mercato ha di fatto modificato il suo andamento in funzione di quello che sarebbe successo in seguito.

Sono celebri i casi in economia in cui si cerca attraverso le aspettative di modificare il comportamento degli agenti economici. Pensiamo al 6 settembre 2011 quando la Banca nazionale svizzera (BNS) in maniera del tutto inaspettata dichiarava che avrebbe mantenuto una soglia minima del tasso di cambio di 1.20 franchi per un euro. In quel momento la speculazione era molto grande e con questa comunicazione la BNS sperava di spingere gli investitori a rallentare la loro rincorsa al franco svizzero. A onor del vero, in questo caso l’effetto sperato fu piuttosto contenuto, non tanto per mancanza di credibilità dell’operato della Banca Nazionale, quanto piuttosto perché le forze in campo (quantità di moneta in euro e quantità di moneta in franchi svizzeri) erano molto spropositate. Ma questo non significa che le dichiarazioni di politica economica, non abbiano influenzato il comportamento degli agenti, anzi.

In conclusione, le decisioni della BCE e di altre istituzioni monetarie mostrano chiaramente quanto sia cruciale la gestione delle aspettative economiche. La fiducia nelle strategie annunciate e la loro credibilità giocano un ruolo determinante nel modo in cui i mercati reagiscono. Questo dimostra l’importanza di una comunicazione chiara e anticipata per garantire stabilità e prevedibilità nei mercati finanziari.

Addio Credit Suisse

È ufficiale: Credit Suisse, la seconda più grande Banca svizzera, da venerdì 31 maggio 2024 non esiste più. In questa data la gloriosa banca fondata nel 1856, dopo oltre 160 anni di storia, è stata cancellata dal registro di commercio del Canton Zurigo. Ma facciamo un passo indietro.
Era il 19 marzo 2023 quando UBS, dopo un insistente “invito” del governo svizzero, ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse. La seconda banca svizzera era ormai prossima al fallimento a causa di errori commessi da tutto il management negli anni precedenti. Le decisioni peggiori erano state prese e gli scandali come Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital uniti a storie di corruzione non potevano non distruggere questa azienda.
Ci si è interrogati a lungo sulle tre possibili strade: far fallire Credit Suisse, pensare a una statalizzazione o fare pressioni affinché UBS l’acquisisse. A distanza di oltre un anno di tempo non possiamo non comprendere come questa sia stata la decisione più saggia per impedire fallimenti a catena di altre banche e le implicazioni su aziende e famiglie, probabilmente non solo in Svizzera.
Oggi si cerca di comprendere quale sarà l’impatto della presenza di un’unica grandissima banca, soprattutto in termini di rischio per la Nazione e in termini di posti di lavoro. Sono preoccupazioni più che legittime, ma sarebbe un errore pensare che i processi di acquisizioni e fusioni nel settore finanziario siano terminati, anzi.
Guardando alla realtà svizzera le voci internazionali ormai si fanno sempre più forti per quanto riguarda l’interesse di Julius Baer ad acquisire EFG International. Ma non finisce qui. Anche in termini di singole banche il fermento nell’accorpare succursali e agenzie regionali sembra solo all’inizio.
Certo, i cambiamenti e l’incertezza sul futuro spaventano, tuttavia ciò che è ancora più pericoloso è fingere di non vedere le pressioni a cui il sistema bancario e finanziario svizzero è sottoposto.
Non è girandosi dall’altra parte che garantiremo alle nostre banche il sostegno necessario per poter non solo sopravvivere, ma rimanere competitive a livello internazionale. Ora è il momento di avere condottieri coraggiosi che credano nel nostro Paese e non manager al soldo dei bonus.

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