Il PIL sale, ma il tuo benessere scende: cosa c’è dietro i numeri del 2024

Secondo le prime stime, nel 2024 il Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero è cresciuto dello 0,8%. Tuttavia, lo stesso comunicato della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) evidenzia che il PIL pro capite è diminuito dello 0,2%. Com’è possibile che questi due dati, all’apparenza contraddittori, coesistano?

Ricordiamo che il PIL rappresenta il valore totale dei beni e servizi prodotti in un territorio in un anno, corrispondente ai redditi generati da questa produzione. È uno degli indicatori principali del benessere economico di una nazione. Analizzando il dato aggregato dell’economia svizzera, la crescita dello 0,8% risulta nettamente inferiore alla media storica dell’1,8% registrata dal 1981 e al tasso di crescita potenziale stimato. Considerando il contesto economico europeo — da cui la Svizzera dipende in parte per le esportazioni — e il recente aumento dei prezzi, questo rallentamento era prevedibile.

Quello che sorprende, e che desta maggiore preoccupazione, è la contrazione dello 0,2% del PIL pro capite. Ma cosa significa esattamente questo dato? Il PIL pro capite si ottiene dividendo il PIL totale per il numero di abitanti: è quindi un indicatore del benessere medio disponibile per ogni cittadino. Se il PIL aggregato cresce ma il PIL pro capite diminuisce, significa che l’incremento economico non è stato sufficiente a compensare l’aumento della popolazione e del progresso tecnologico.

La teoria economica ci aiuta a chiarire questo apparente paradosso. Per mantenere stabile il benessere medio della popolazione, la crescita del PIL deve almeno eguagliare l’aumento demografico e i miglioramenti di produttività legati al progresso tecnologico. In altre parole, se la “torta” complessiva cresce meno rapidamente del numero di persone che devono dividerla, la fetta media a disposizione di ciascuno si riduce. Lo stesso vale quando la produzione aumenta grazie alla tecnologia: il PIL deve espandersi di pari passo per mantenere inalterato il benessere individuale.

Nel 2024, il PIL nazionale è effettivamente aumentato, ma non abbastanza da garantire ai cittadini lo stesso livello medio di benessere dell’anno precedente.

Dobbiamo preoccuparci? La diminuzione del PIL pro capite non è certo un segnale positivo, ma finché si tratta di un episodio isolato e non di una tendenza consolidata, non c’è motivo di allarmarsi. Tuttavia, “dormire sonni tranquilli” non significa trascurare i segnali di rallentamento: è fondamentale continuare a monitorare la situazione e agire con lungimiranza per rafforzare la crescita futura. Detto altrimenti: non dormiamo sugli allori.

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Anche se i prezzi non aumentano, la statistica deve risparmiare…

Anche nel mese di gennaio, l’inflazione in Europa ha confermato la sua tendenza, se non al ribasso, quantomeno verso una relativa stabilità. In Spagna, per esempio, l’aumento dei prezzi ha rallentato: +0,2% su base mensile e +2,9% su base annuale, rispetto al mese precedente che segnava +0,5% e +2,8%. In Germania, addirittura, si è registrata una riduzione su base mensile (-0,2%), con un incremento annuale del +2,3%. In Italia, invece, la crescita è stata dello 0,6% su base mensile e dell’1,5% su base annuale.
Anche negli Stati Uniti, dove si è osservata un’accelerazione che ha spinto a ipotizzare uno slittamento del prossimo taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, l’aumento rimane contenuto: +0,5% mensile e +3% annuale. Il quadro internazionale suggerisce dunque che l’ondata inflazionistica potrebbe presto diventare solo un ricordo.
E in Svizzera? I dati appena pubblicati mostrano che l’indice dei prezzi al consumo è diminuito dello 0,1% rispetto al mese precedente e aumentato solo dello 0,4% su base annuale. L’obiettivo di mantenere l’inflazione sotto il 2% è ampiamente raggiunto. Analizzando i beni e i servizi consumati (escludendo le assicurazioni, come quelle sanitarie, e le imposte), emerge che il prezzo dei prodotti importati è diminuito rispetto a un anno fa (-1,5%), mentre quello dei beni indigeni è aumentato dell’1%.
Tra i prodotti che hanno registrato cali significativi troviamo l’elettricità, i personal computer, i servizi alberghieri e i trasporti aerei. Su base mensile, i prezzi degli indumenti e delle calzature sono scesi grazie ai saldi stagionali.
All’opposto, si è osservato un aumento nel settore alberghiero, nel noleggio di veicoli personali e in alcuni generi alimentari. Tra questi ultimi, spiccano gli aumenti su base mensile delle patate e dei vini spumanti (entrambi quasi +12%), oltre a quelli di gelati e cioccolato. Proprio quest’ultimo è stato oggetto di una nostra recente newsletter: i dati confermano che, rispetto a gennaio 2024, il suo prezzo è aumentato del 10,5%, principalmente a causa di un’offerta ridotta per via di condizioni climatiche sfavorevoli.
L’Ufficio federale di statistica ha inoltre aggiornato la composizione del paniere dell’indice dei prezzi al consumo, il cosiddetto “carrello della spesa medio” degli svizzeri. Rispetto all’anno scorso, la spesa per quasi tutte le voci ha visto una lieve riduzione (ad esempio, i prodotti alimentari e le bevande analcoliche pesano ora per il 10,366%, contro il 10,870% dell’anno scorso). In compenso, è aumentata l’incidenza della spesa per il tempo libero e la cultura (oggi all’8,875%) e, soprattutto, quella per l’abitazione e l’energia, che è passata dal 25,254% al 27%. Un dato che non sorprende chi affronta quotidianamente i costi della vita reale.
Chi dovrà invece fare i conti con la realtà economica in modo ancora più diretto è proprio l’Ufficio federale di statistica. In questi giorni, attraverso un comunicato stampa, ha annunciato la riduzione di alcuni servizi a causa delle misure di risanamento imposte dai tagli decisi dal Parlamento. Resta da sperare che, ancora una volta, non siano i dati relativi al Canton Ticino e alla Svizzera italiana a pagare il prezzo più alto.

Il Monopoly del settore bancario italiano

Il settore bancario italiano è in piena trasformazione. Qualche settimana fa, il Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha annunciato l’intenzione di acquisire il controllo di Mediobanca per creare un nuovo gruppo, che diventerebbe il terzo polo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. L’operazione avverrebbe tramite un’offerta pubblica di scambio (Ops) del valore di 13,3 miliardi di euro (circa 12,7 miliardi CHF). Agli azionisti di Mediobanca sono state offerte 2,3 azioni del nuovo istituto di credito per ogni azione posseduta.
Questo tipo di operazione prevede solitamente un premio rispetto al valore di mercato delle azioni coinvolte: in questo caso, il guadagno è stato stimato intorno al 5% rispetto al valore di Borsa di Mediobanca. Se si guarda alla capitalizzazione di mercato – un indicatore chiave del valore economico e della solidità di una banca – il nuovo gruppo avrebbe una capitalizzazione di circa 19 miliardi di euro, posizionandosi al terzo posto in Italia dopo Intesa Sanpaolo (70 miliardi) e UniCredit (61 miliardi). Al quarto posto si troverebbe FinecoBank, con una capitalizzazione di circa 9 miliardi di euro. Se non fosse che…
Proprio in queste ore, Bper Banca (ex Banca Popolare dell’Emilia-Romagna) ha lanciato un’offerta pubblica di scambio per acquisire almeno il 50% +1 azione della Banca Popolare di Sondrio, diventandone così l’azionista di controllo. L’operazione vale circa 4,3 miliardi di euro, e prevede lo scambio di 1,45 azioni di Bper per ogni titolo della Popolare di Sondrio.
L’amministratore delegato di Bper ha motivato l’offerta con la necessità di rispondere ai cambiamenti del mercato e proteggere il proprio gruppo bancario. L’acquisizione porterebbe alla nascita di un nuovo gruppo con una capitalizzazione di circa 10 miliardi di euro. Un dettaglio significativo è che il principale azionista di entrambe le banche con una quota del 20% è Unipol, uno tra i maggiori gruppi assicurativi italiani.
Anche nel caso dell’ offerta pubblica di scambio lanciata da MPS su Mediobanca il legame con il settore assicurativo è evidente: Generali detiene circa il 47% della capitalizzazione di Mediobanca. Infine, da segnalare che il cosiddetto “risiko bancario” non riguarda solo l’Italia, ma coinvolge anche istituti internazionali come Crédit Agricole e Commerzbank.
E in Svizzera? Per il momento, il settore bancario svizzero appare relativamente stabile, anche se di recente abbiamo assistito alla fine di Credit Suisse e alla nascita di una UBS ancora più grande. Tuttavia, è improbabile che il nostro mercato resti immune dalle dinamiche di concentrazione che stanno caratterizzando il comparto bancario e assicurativo a livello internazionale.
Nel frattempo, speriamo che queste trasformazioni non ricadano sui collaboratori. Purtroppo, la recente ondata di licenziamenti annunciati da Julius Baer ci ricorda che spesso sono i dipendenti a pagare il prezzo delle grandi operazioni finanziarie. A loro e alle loro famiglie va la nostra massima solidarietà.

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L’economia europea arranca tra stagnazione e ricatti

I dati recenti confermano quanto già previsto: l’economia europea sta attraversando una fase di stagnazione. La crescita del PIL nel quarto trimestre è quasi nulla (+0,1%) e il quadro appare diviso. Da un lato, Germania (-0,2%), Francia (-0,1%) e Irlanda (-1,3%) registrano un calo, mentre Austria e Italia restano ferme. Dall’altro, Spagna (+0,8%), Portogallo (+1,5%) e Lituania (+0,9%) mostrano segni di vitalità, con Belgio ed Estonia in lieve crescita (+0,2% e +0,1%).

Nonostante questi dati positivi, il rallentamento delle maggiori economie europee è un segnale allarmante. Germania, Francia e Italia sono i motori dell’Unione, e un loro indebolimento rischia di avere ripercussioni più ampie, non solo sulla crescita, ma anche sull’occupazione, che mostra segnali altrettanto preoccupanti. Probabilmente è stata proprio questa situazione a spingere la BCE a tagliare i tassi d’interesse di 25 punti base, portandoli tra il 2,75% e il 3,15%.

Ma questa misura sarà sufficiente a rilanciare l’economia? Difficilmente. Il contesto globale si muove a una velocità che l’Europa fatica a seguire. Le istituzioni comunitarie mostrano lentezza e incertezza non solo nella politica monetaria, ma anche in settori strategici come la tecnologia e la transizione energetica. Il ritardo nel settore dei microchip, la dipendenza dalle big tech americane, i dubbi sulla sostenibilità delle politiche green e il mancato coordinamento sulle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale sono solo alcuni esempi della difficoltà europea nel rispondere alle sfide del presente.

E mentre l’Europa arranca, negli Stati Uniti Donald Trump, da poco rieletto più che sulle misure economiche tradizionali (proprio in questi giorni la Federal Reserve ha rinunciato a modificare i tassi di interesse), ha puntato su una strategia basata sulle minacce di dazi. L’ultimo caso riguarda la Colombia, minacciata di tariffe al 25%, poi innalzabili al 50%, dopo il rifiuto iniziale di accogliere due voli con migranti colombiani da rimpatriare. Ma non è un episodio isolato: fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha sfruttato il ricatto commerciale per ottenere vantaggi non solo economici, ma soprattutto politici. E il più delle volte ha funzionato.

Quanto potrà durare questa strategia? Difficile dirlo, ma il dato certo è che gli Stati Uniti restano, e rimarranno ancora per anni, la prima potenza mondiale, mentre l’Unione Europea appare sempre più fragile e incapace di contrastare le mosse americane. Non solo sul piano economico, ma anche su quello geopolitico. Basti pensare alla Groenlandia, terra ricca di petrolio, gas naturale e terre rare, che da tempo è nei radar di Trump. Un segnale, l’ennesimo, di quanto l’Europa rischi di restare spettatrice in un mondo in continua evoluzione.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 01.02.2025

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Conti risparmio meno redditizi: «Preoccupazione, anche per l’economia»

Tassi in discesa, parla l’economista Amalia Mirante che avverte: «Attenzione perché risparmio non è solo speculazione»

LUGANO – Soldi in banca sempre meno redditizi, dopo la discesa dei tassi di interesse registrata a gennaio sui conti risparmio. A evidenziarlo, ieri, un’analisi condotta e pubblicata da Moneyland.ch i cui esperti hanno consigliato ai clienti delle banche di «confrontare» le condizioni dei conti e di «considerare alternative».

Ci chiediamo cosa ci sia dietro alla breve durata del rialzo della remunerazione dei conti, oltre alla riduzione del tasso guida da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) e alle singole scelte delle banche.

«La spiegazione è, a mio avviso, molto più semplice di quanto si possa pensare», spiega Amalia Mirante, economista e docente universitaria. «Anche le banche, per rimanere sostenibili, devono chiudere i conti in equilibrio. Non possono, infatti, offrire ai risparmiatori interessi superiori a quelli che incassano da chi prende denaro in prestito. Se una banca applica un tasso dell’1% sulle ipoteche, non potrà riconoscere ai risparmiatori un tasso maggiore. Anzi, oltre agli interessi, deve coprire numerosi altri costi, come il personale, la gestione degli immobili e le spese operative. Infine, è importante ricordare che i conti di risparmio offrono un rischio pressoché nullo, almeno per depositi inferiori ai 100 mila franchi».

Amalia Mirante, oggi in media per un conto di un adulto si riceve al momento lo 0,35%, a fronte dello 0,50% di fine 2024 e dello 0,80% di fine 2023. È un calo che ci deve preoccupare?
«In effetti, può essere una fonte di preoccupazione anche per l’economia. Si stima che un tasso di interesse sano a livello macroeconomico dovrebbe aggirarsi tra il 2 e il 3%, non solo per remunerare il capitale in maniera corretta, ma anche per garantire che le politiche monetarie abbiano successo».

Il direttore di Moneyland.ch ha ipotizzato che «gli interessi sui risparmi scenderanno ulteriormente nel corso di quest’anno», dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio al risparmio a basso rischio?
«Non penso. Le ragioni che ci portano a risparmiare non sono solo di natura “speculativa”, anzi. Mi riferisco alla necessità di accumulare dei risparmi per acquisti di beni durevoli (automobili), al motivo precauzionale che ci spinge a tutelarci da possibili emergenze finanziarie e al desiderio di trasmettere capitale ai nostri figli: sono solo alcune delle ragioni che spiegano la nostra volontà di risparmiare».

A chi vuole lasciare il suo denaro su un conto risparmio, gli esperti consigliano di confrontare le offerte tra i vari istituti.
«Fare i confronti tra diversi istituti è una buona idea, tuttavia, oltre al rendimento sul conto risparmio, è sempre importante tenere conto del rapporto di fiducia che si ha con la propria banca. Proprio questa, insieme ai possibili costi e alla possibilità di avere servizi quasi personalizzati, parrebbe essere una delle ragioni che tratterebbe gli svizzeri dal cambiare banca».

Per avere rendimenti superiori dobbiamo per forza accettare rischi maggiori e pensare a un portafoglio azionario diversificato?
«Sono una economista “vecchio stile” che ritiene che la fonte primaria di guadagno per la maggior parte delle persone sia il lavoro. Non esistono guadagni facili: per far rendere il proprio patrimonio “solo” grazie al trascorrere del tempo, meglio affidarsi agli esperti del settore, ricordando tuttavia, che più aumenta il rendimento più aumentano i rischi. La domanda che mi faccio come piccola risparmiatrice è se vale davvero la pena di correre il rischio di perdere i risparmi fatti con sacrificio per un piccolo incremento di redditività».

Intervista di Paolo Contangelo, pubblicata su Ticinonline e 20minuti che ringraziamo

L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…

L’anno sta volgendo al termine e quindi non potevamo proprio evitare di parlare… dell’oroscopo! Ma naturalmente intendiamo quello economico, quindi delle previsioni per il prossimo anno. 

In realtà, purtroppo già i dati di avvicinamento alla fine dell’anno non sono di buon auspicio: abbiamo letto, per esempio, che le esportazioni svizzere nel mese di novembre sono rallentate fortemente. Abbiamo anche visto che molti istituti prevedono per quest’anno che le famiglie spenderanno meno nel periodo natalizio e questo vuol dire che ci sarà un aumento dei consumi, ma meno forte rispetto a quello dell’anno scorso. Anche sul fronte dei salari, gli aumenti prospettati per l’anno prossimo non per forza compenseranno l’aumento dei prezzi, anche se fortunatamente questo dovrebbe essere contenuto (+0.3%). 

Anche alla luce di questi fatti, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha rivisto al ribasso il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia per questo 2024 (dall’1.2% allo 0.9%) che per il prossimo anno (dall’1.6% all’1.5%). Tra i fattori di maggiore incertezza, il gruppo di esperti cita la situazione del commercio internazionale che potrebbe subire rallentamenti importanti a seguito dell’elezione di Donald Trump vista la sua politica piuttosto protezionista tesa a tutelare il mercato americano. Ma anche i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina aumentano l’instabilità economica.

In Svizzera sarà ancora il consumo delle famiglie (+1.6%) a trainare la crescita del PIL, mentre la spesa pubblica crescerà sì dell’1.2%, ma meno di quest’anno (1.8%). Il settore delle costruzioni dovrebbe proseguire il suo trend positivo (+2.3%), mentre il rallentamento economico è confermato anche da una crescita piuttosto modesta degli investimenti in beni di equipaggiamento, quindi in macchinari e strumenti per la produzione (+1.0%). Sul fronte delle esportazioni alle possibili politiche protezioniste si aggiunge la modesta crescita dell’economia europea e in particolare di quella tedesca. A tal proposito, proprio poche ore fa la Volkswagen è riuscita a trovare un accordo con i sindacati per la riduzione di 35’000 posti di lavoro.

Tutto questo clima di incertezza farà sì che l’economia elvetica non crescerà abbastanza per mantenere stabile il tasso di disoccupazione che aumenterà per l’anno prossimo al 2.7%. Vediamo quindi che pur non essendo in una situazione di crisi economica, la fase di crescita rimane piuttosto contenuta. E come sempre succede in questi casi, la preoccupazione degli economisti non sta tanto nella fissazione sulla crescita del PIL, quanto sulle conseguenze in termini di posti di lavoro e di salari versati. La nostra economia si fonda ancora principalmente per la maggioranza delle persone sul reddito da lavoro e se viene a mancare questo, vengono a mancare le condizioni per una vita dignitosa.

Detto ciò, il Natale è un periodo di speranza, per cui il nostro augurio è che in questo caso gli esperti della SECO prendano una bella cantonata e che il PIL torni a crescere in maniera soddisfacente. 

Tantissimi auguroni di buon Natale!

L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

Quando la debolezza degli Stati causa problemi alle aziende

Il peggior nemico per chi fa impresa è senza dubbio l’incertezza. E se è vero che fortunatamente il periodo di grande inflazione sembra essere passato, lo stesso non possiamo dire per gli altri fattori che impattano sulle aspettative degli imprenditori e su quelle dei consumatori. Tra questi, i conflitti e le tensioni geopolitiche che, anziché ridursi, aumentano. Un anno fa non avremmo mai immaginato la situazione creatasi in Medio Oriente, eppure ora è una triste realtà.

Ma non possiamo attribuire l’incertezza economica esclusivamente a fattori che sono al di fuori del nostro controllo, come le guerre. Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che giocano le decisioni politiche nell’influenzare i mercati e nel dirigere i sistemi economici verso la crescita o la crisi. Qualche anno fa sull’onda dell’euforia dei movimenti legati al cambiamento climatico, la maggioranza degli Stati europei ha deciso di accelerare la transizione energetica, spingendo da una parte i consumatori a modificare le loro abitudini attraverso incentivi e, dall’altra, obbligando i produttori, attraverso una serie di leggi, a cambiare i loro processi produttivi. Ma il mercato non è così facile da amministrare e una volta finite le misure di “doping”, torna al suo equilibrio.

Purtroppo, quindi, spesso la realtà non va nella direzione dei nostri desideri. E così, a distanza di qualche anno troviamo nazioni che erano le locomotive europee e che trascinavano la crescita del vecchio continente che arrancano faticosamente. Il caso della Germania è un esempio eclatante. Prima la decisione di bloccare l’approvvigionamento di gas russo e poi il crollo del mercato delle automobili elettriche hanno messo in ginocchio il Paese. Se è vero che l’Unione Europea non ha alcuna responsabilità per l’invasione russa, ha invece molte responsabilità per le scelte riguardanti le sanzioni applicate come pure per le decisioni di vietare la vendita di automobili a combustibile fossile a partire dal 2035. Entrambi i provvedimenti hanno avuto un impatto determinante sulla crisi tedesca.

Oggi, le imprese, soprattutto le multinazionali, sembrano aver imparato la lezione e dubitano della capacità degli Stati di garantire la stabilità e la sicurezza di cui necessitano. Questo spiega le recenti decisioni di colossi come Google, Amazon e Microsoft di bypassare i governi in materia di approvvigionamento energetico. Le loro soluzioni sono chiare: progettano e costruiscono impianti privati, spesso legati all’energia nucleare. Questa è la loro risposta all’incapacità dei governi di fornire un approvvigionamento energetico sicuro ed economico. Pur comprendendo le ragioni delle aziende, è impossibile non essere preoccupati. In un mondo che corre a velocità vertiginose, come dimostrano i progressi nell’intelligenza artificiale, i governi sembrano incapaci di stare al passo. Non riescono più a dominare quei settori strategici che sono vitali per la sicurezza, la prosperità e la sovranità di una nazione. Questo ritardo rischia di lasciare il destino degli Stati nelle mani di attori privati, mettendo in discussione il loro ruolo fondamentale, non solo per i cittadini, ma anche per la maggior parte delle aziende, che non hanno la capacità di agire come le multinazionali.

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Pubblicato nella rivista INFOpmi – gold Edition 2024

Jaguar: nuovo inizio o inizio della fine ?

Negli ultimi giorni si è molto discusso di Jaguar, il prestigioso marchio automobilistico britannico, che ha deciso di rivoluzionare la propria identità. Per scoprire i nuovi modelli, però, bisognerà attendere il 2 dicembre, data in cui saranno presentati in anteprima in Florida.

A catturare l’attenzione è il radicale cambio nell’identità visiva del brand. Il nuovo logo abbandona il simbolo iconico del giaguaro, sostituito da due “J” simmetriche racchiuse in un cerchio, mentre i tradizionali colori britannici, bianco e grigio, lasciano spazio a toni più vivaci come giallo, rosso e blu. I designer definiscono questa evoluzione come un’espressione di “modernismo esuberante”.

La scelta segna un taglio netto con il passato, riflettendo la transizione del marchio verso una produzione esclusivamente elettrica, abbandonando i motori a combustione fossile. Tuttavia, questa decisione non è priva di critiche: molti la considerano audace, soprattutto in un mercato dell’auto elettrica ancora in assestamento, se non in una vera e propria crisi.

Lo scetticismo deriva anche dall’abbandono del giaguaro, simbolo storico del marchio e del settore automobilistico. Dal punto di vista economico, cambiamenti così radicali possono essere coraggiosi, ma non sempre portano al successo, soprattutto se rischiano di confondere la missione aziendale con il desiderio di trasmettere ideali.

Un esempio recente è Harley-Davidson, che ha deciso di ridimensionare l’impegno nelle politiche “DEI” (Diversity, Equity, Inclusion). Pur senza rinunciare a principi di inclusione, l’azienda ha ascoltato il malcontento di una parte della clientela storica poco favorevole a iniziative percepite come lontane dalla tradizione del brand (corsi obbligatori per dipendenti per sensibilizzare sulla comunità LGBT, partecipazioni e sponsorizzazioni a eventi Pride). Un caso simile ha riguardato un anno fa Bud Light, che ha subito un crollo delle vendite, veri e propri boicottaggi e una perdita in borsa di 4,5 miliardi di dollari dopo una controversa campagna pubblicitaria con la influencer transgender Dylan Mulvaney. Il brand è poi tornato sui suoi passi con uno spot dal taglio più patriottico.

Anche nella polemica attuale su Jaguar c’è chi, soprattutto sui social (i media mainstream tendono a essere sempre un po’ in ritardo nel percepire le tendenze), ha richiamato alla memoria la recente pubblicità della Volvo EX90 (vedi sotto) che ha scelto una narrazione più “tradizionale” raccontando le emozioni di una famiglia che si prepara ad accogliere una figlia. Il tutto sotto lo slogan “Pro Life”. I 4 minuti appaiono veramente molto ben fatti e toccanti: alcuni lo hanno già definito un piccolo capolavoro.

Non sappiamo come finirà la battaglia degli spot pubblicitari, quel che è certo è che i consumatori chiedono alle aziende di concentrarsi prima di tutto sulla qualità dei prodotti che acquistano, riservando a un secondo momento la rappresentazione di valori e ideali. E tutto questo senza mai voler essere educati.

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Il “caro vecchio” Giaguaro
Video Volvo EX90

La disoccupazione cresce: non facciamo gli struzzi!

Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertà, tanto meno chi governa il Paese.
“Lassù” si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta di un Cantone Ticino innovativo e all’avanguardia dove poli di eccellenza nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista del mondo.
Sfortunatamente, la realtà è ben diversa. Proprio ieri mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata secondo il metodo dell’organizzazione internazionale del lavoro (ILO).
Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla disoccupazione “ufficiale” della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento (URC).
Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene.
Le nostre autorità preferiscono la statistica SECO anche perché permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: “solo” 4’000 disoccupati.
Eppure, la nostra realtà, quella che vediamo attorno a noi, appare molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non riescono a ricollocarsi. Autorità ed esperti dicono che si tratti di una percezione. Ma non lo è.
I dati ILO confermano che quello che le persone sentono sulla loro pelle corrisponde alla realtà. Queste cifre ci dicono che in Ticino le persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre 13’200. Il tasso di disoccupazione è al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO. Per trovare un numero così alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo Covid. Solo chi è in mala fede può sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi.
Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in difficoltà la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero di non essere considerate “una percezione”.
Fino a qualche anno fa si poteva contare sull’appoggio delle generazioni più anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di formarsi il più possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare oltre Gottardo?
Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico: non andrà tutto bene, tutt’altro. Se si finge di non vedere il problema, se lo si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se si insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. È un esercizio di negazione di massa la cui responsabilità ricade pienamente su chi dovrebbe avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa ostinatamente nascosta sotto la sabbia.

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