L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

Quando la debolezza degli Stati causa problemi alle aziende

Il peggior nemico per chi fa impresa è senza dubbio l’incertezza. E se è vero che fortunatamente il periodo di grande inflazione sembra essere passato, lo stesso non possiamo dire per gli altri fattori che impattano sulle aspettative degli imprenditori e su quelle dei consumatori. Tra questi, i conflitti e le tensioni geopolitiche che, anziché ridursi, aumentano. Un anno fa non avremmo mai immaginato la situazione creatasi in Medio Oriente, eppure ora è una triste realtà.

Ma non possiamo attribuire l’incertezza economica esclusivamente a fattori che sono al di fuori del nostro controllo, come le guerre. Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che giocano le decisioni politiche nell’influenzare i mercati e nel dirigere i sistemi economici verso la crescita o la crisi. Qualche anno fa sull’onda dell’euforia dei movimenti legati al cambiamento climatico, la maggioranza degli Stati europei ha deciso di accelerare la transizione energetica, spingendo da una parte i consumatori a modificare le loro abitudini attraverso incentivi e, dall’altra, obbligando i produttori, attraverso una serie di leggi, a cambiare i loro processi produttivi. Ma il mercato non è così facile da amministrare e una volta finite le misure di “doping”, torna al suo equilibrio.

Purtroppo, quindi, spesso la realtà non va nella direzione dei nostri desideri. E così, a distanza di qualche anno troviamo nazioni che erano le locomotive europee e che trascinavano la crescita del vecchio continente che arrancano faticosamente. Il caso della Germania è un esempio eclatante. Prima la decisione di bloccare l’approvvigionamento di gas russo e poi il crollo del mercato delle automobili elettriche hanno messo in ginocchio il Paese. Se è vero che l’Unione Europea non ha alcuna responsabilità per l’invasione russa, ha invece molte responsabilità per le scelte riguardanti le sanzioni applicate come pure per le decisioni di vietare la vendita di automobili a combustibile fossile a partire dal 2035. Entrambi i provvedimenti hanno avuto un impatto determinante sulla crisi tedesca.

Oggi, le imprese, soprattutto le multinazionali, sembrano aver imparato la lezione e dubitano della capacità degli Stati di garantire la stabilità e la sicurezza di cui necessitano. Questo spiega le recenti decisioni di colossi come Google, Amazon e Microsoft di bypassare i governi in materia di approvvigionamento energetico. Le loro soluzioni sono chiare: progettano e costruiscono impianti privati, spesso legati all’energia nucleare. Questa è la loro risposta all’incapacità dei governi di fornire un approvvigionamento energetico sicuro ed economico. Pur comprendendo le ragioni delle aziende, è impossibile non essere preoccupati. In un mondo che corre a velocità vertiginose, come dimostrano i progressi nell’intelligenza artificiale, i governi sembrano incapaci di stare al passo. Non riescono più a dominare quei settori strategici che sono vitali per la sicurezza, la prosperità e la sovranità di una nazione. Questo ritardo rischia di lasciare il destino degli Stati nelle mani di attori privati, mettendo in discussione il loro ruolo fondamentale, non solo per i cittadini, ma anche per la maggior parte delle aziende, che non hanno la capacità di agire come le multinazionali.

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Pubblicato nella rivista INFOpmi – gold Edition 2024

Jaguar: nuovo inizio o inizio della fine ?

Negli ultimi giorni si è molto discusso di Jaguar, il prestigioso marchio automobilistico britannico, che ha deciso di rivoluzionare la propria identità. Per scoprire i nuovi modelli, però, bisognerà attendere il 2 dicembre, data in cui saranno presentati in anteprima in Florida.

A catturare l’attenzione è il radicale cambio nell’identità visiva del brand. Il nuovo logo abbandona il simbolo iconico del giaguaro, sostituito da due “J” simmetriche racchiuse in un cerchio, mentre i tradizionali colori britannici, bianco e grigio, lasciano spazio a toni più vivaci come giallo, rosso e blu. I designer definiscono questa evoluzione come un’espressione di “modernismo esuberante”.

La scelta segna un taglio netto con il passato, riflettendo la transizione del marchio verso una produzione esclusivamente elettrica, abbandonando i motori a combustione fossile. Tuttavia, questa decisione non è priva di critiche: molti la considerano audace, soprattutto in un mercato dell’auto elettrica ancora in assestamento, se non in una vera e propria crisi.

Lo scetticismo deriva anche dall’abbandono del giaguaro, simbolo storico del marchio e del settore automobilistico. Dal punto di vista economico, cambiamenti così radicali possono essere coraggiosi, ma non sempre portano al successo, soprattutto se rischiano di confondere la missione aziendale con il desiderio di trasmettere ideali.

Un esempio recente è Harley-Davidson, che ha deciso di ridimensionare l’impegno nelle politiche “DEI” (Diversity, Equity, Inclusion). Pur senza rinunciare a principi di inclusione, l’azienda ha ascoltato il malcontento di una parte della clientela storica poco favorevole a iniziative percepite come lontane dalla tradizione del brand (corsi obbligatori per dipendenti per sensibilizzare sulla comunità LGBT, partecipazioni e sponsorizzazioni a eventi Pride). Un caso simile ha riguardato un anno fa Bud Light, che ha subito un crollo delle vendite, veri e propri boicottaggi e una perdita in borsa di 4,5 miliardi di dollari dopo una controversa campagna pubblicitaria con la influencer transgender Dylan Mulvaney. Il brand è poi tornato sui suoi passi con uno spot dal taglio più patriottico.

Anche nella polemica attuale su Jaguar c’è chi, soprattutto sui social (i media mainstream tendono a essere sempre un po’ in ritardo nel percepire le tendenze), ha richiamato alla memoria la recente pubblicità della Volvo EX90 (vedi sotto) che ha scelto una narrazione più “tradizionale” raccontando le emozioni di una famiglia che si prepara ad accogliere una figlia. Il tutto sotto lo slogan “Pro Life”. I 4 minuti appaiono veramente molto ben fatti e toccanti: alcuni lo hanno già definito un piccolo capolavoro.

Non sappiamo come finirà la battaglia degli spot pubblicitari, quel che è certo è che i consumatori chiedono alle aziende di concentrarsi prima di tutto sulla qualità dei prodotti che acquistano, riservando a un secondo momento la rappresentazione di valori e ideali. E tutto questo senza mai voler essere educati.

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Il “caro vecchio” Giaguaro
Video Volvo EX90

La disoccupazione cresce: non facciamo gli struzzi!

Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertà, tanto meno chi governa il Paese.
“Lassù” si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta di un Cantone Ticino innovativo e all’avanguardia dove poli di eccellenza nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista del mondo.
Sfortunatamente, la realtà è ben diversa. Proprio ieri mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata secondo il metodo dell’organizzazione internazionale del lavoro (ILO).
Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla disoccupazione “ufficiale” della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento (URC).
Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene.
Le nostre autorità preferiscono la statistica SECO anche perché permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: “solo” 4’000 disoccupati.
Eppure, la nostra realtà, quella che vediamo attorno a noi, appare molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non riescono a ricollocarsi. Autorità ed esperti dicono che si tratti di una percezione. Ma non lo è.
I dati ILO confermano che quello che le persone sentono sulla loro pelle corrisponde alla realtà. Queste cifre ci dicono che in Ticino le persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre 13’200. Il tasso di disoccupazione è al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO. Per trovare un numero così alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo Covid. Solo chi è in mala fede può sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi.
Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in difficoltà la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero di non essere considerate “una percezione”.
Fino a qualche anno fa si poteva contare sull’appoggio delle generazioni più anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di formarsi il più possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare oltre Gottardo?
Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico: non andrà tutto bene, tutt’altro. Se si finge di non vedere il problema, se lo si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se si insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. È un esercizio di negazione di massa la cui responsabilità ricade pienamente su chi dovrebbe avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa ostinatamente nascosta sotto la sabbia.

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L’effetto Trump sull’economia

Le elezioni americane hanno (finalmente) dato un nome al presidente della più grande potenza mondiale: Donald Trump. Dal punto di vista economico sono tante le reazioni immediate di cui possiamo parlare, come molte saranno quelle in futuro. Senza dimenticare, che per quanto siano state oggetto di un’attenzione mediatica senza precedenti, queste elezioni rimangono “solo” uno dei tanti fatti che influenzano l’economia e in questo caso forse anche in maniera “solo” temporanea. Ma andiamo con ordine.
Mercoledì arrivato il risultato della presidenza, il dollaro si era rafforzato molto nei confronti di quasi tutte le principali valute, franco svizzero incluso. Ma la crescita si è arrestata abbastanza in fretta e non a causa delle elezioni, bensì in seguito alla decisione della Fed, la Federal Reserve, di ridurre i tassi di interesse di 0.25 punti percentuali, portandoli in una forchetta tra il 4.50 e il 4.75%. Lo stesso sta accadendo sui mercati borsistici europei che sembrano aver reagito negativamente non tanto alla riduzione del tasso di interesse, quanto piuttosto alle parole del Presidente Jerome Powell che sembra essere diventato più prudente rispetto a un ulteriore taglio dei tassi nel mese di dicembre. Sempre in ambito di banche centrali, ciò che dovrebbe rassicurare è la dichiarazione dello stesso Powell che non ha intenzione di dimettersi nemmeno nel caso in cui fosse lo stesso presidente americano a chiederglielo. Ricordiamo che l’indipendenza delle banche centrali dalla politica é una delle condizioni essenziali per il successo economico di una nazione.
Tornando agli effetti relativi all’elezione di Donald Trump, segnaliamo anche la crescita esorbitante del valore dei Bitcoin che ha superato il massimo storico, arrivando a toccare gli oltre 75 mila dollari. In generale, questa progressione è stata registrata da tutte le criptovalute. Ciò è avvenuto perché Trump durante la campagna elettorale ha mostrato il suo entusiasmo e appoggio alle criptovalute ritenendole un’attività su cui gli Stati Uniti dovrebbero puntare.
Infine, segnaliamo l’importante ascesa del valore delle azioni della Tesla, il cui patron Elon Musk è stato tra i più grandi sostenitori della campagna del neopresidente. Il prezzo è oggi attorno ai 312 $ (272 CHF) per azione, lontano dai 407 $ (355 CHF) del novembre del 2021, ma decisamente di gran lunga superiore ai 242 $ (211 CHF)del 4 novembre, giorno prima delle elezioni americane.
Ma Musk, non è l’unico ricco ad aver guadagnato delle elezioni di Trump. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, dieci tra i più ricchi uomini statunitensi hanno guadagnato 64 miliardi di dollari (56 miliardi CHF)e questo grazie alle possibilità che le promesse di deregolamentazione e riduzione delle tasse da Trump possano diventare realtà. Tra questi, oltre a Musk, troviamo Jeff Bezos (proprietario di Amazon del Washington Post), Larry Ellison (presidente di Oracle) e Bill Gates (fondatore di Microsoft).
Da economisti non demonizziamo i guadagni per i ricchi, speriamo solo che anche i poveri possano trarre giovamento da questa elezione. E per quanto riguarda misure di protezionismo, guerra commerciale, riduzione delle imposte,… aspettiamo i fatti prima di fasciarci la testa.

Ticinesi? Sempre più poveri

I ticinesi sono sempre più poveri. I dati di Eurostat appena pubblicati non lasciano, purtroppo, alcun dubbio: il Canton Ticino è oggi una delle regioni europee a maggior rischio di povertà o esclusione sociale. Nella graduatoria, la nostra regione si trova in condizioni peggiori rispetto alla maggior parte delle aree di Grecia, Romania, Ungheria, Croazia, Polonia, Italia e Spagna.
A livello nazionale, la Svizzera si attesta intorno alla media dell’Unione Europea, con il 19.5% della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale (contro una media UE del 21,4%). Parliamo di una persona su cinque.
Nei Paesi Bassi, Finlandia, Norvegia, Austria, Danimarca e Svezia, la situazione è migliore di quella nazionale svizzera e già questo dovrebbe farci riflettere. Ma il quadro diventa ancora più drammatico quando si osservano i dati regionali: in Ticino, nel 2023, oltre il 35% della popolazione vive a rischio povertà o esclusione sociale. Un dato spaventoso: più di una persona su tre non guadagna abbastanza per vivere al livello del resto della sua comunità di appartenenza. In questa classifica, il Ticino è tristemente posizionato al 225º posto su 243 regioni analizzate, in sostanza solo diciotto fanno peggio di noi in tutta Europa.
Naturalmente, confrontare regioni diverse tra loro senza riferirsi a grandezze assolute può avere dei limiti. Per esempio, l’Emilia-Romagna, la seconda regione italiana per benessere, ha “solo” il 7% di persone a rischio povertà, ma conta una popolazione di 4,5 milioni di persone contro le 350 mila del Ticino. O ancora, il livello assoluto di benessere può essere molto diverso tra le nazioni. E allora, se il confronto statistico tra regioni ci sembra avere dei limiti, analizziamo invece lo sviluppo della situazione ticinese nel tempo. Nel 2020, il rischio di povertà toccava meno di una persona su quattro (24.2%). In soli tre anni, siamo saliti al 35.1%. Una persona su tre. Purtroppo, come si vede, la situazione in Ticino è peggiorata drasticamente.
E se le cose non cambiano, la situazione è destinata a peggiorare. Sono decenni che ricordiamo che i salari ticinesi sono il 20% più bassi della media svizzera, con differenze che toccano persino il 35-40% rispetto a regioni come Zurigo. A questa mancanza di reddito si aggiunge la beffa: i costi di molte voci essenziali nel nostro Cantone sono più elevati che nel resto della Svizzera. I premi cassa malati, per esempio, possono arrivare a essere il doppio rispetto ad altri cantoni. Sì, il doppio, avete letto bene. Anche le imposte di circolazione, le tariffe dell’energia elettrica, le tasse sul registro fondiario, le imposte immobiliari, e persino la benzina possono costare di più. I dati non mentono.
I dati però sono aridi. Quando si parla con le persone, si tocca il lato umano di questa catastrofe sociale in via di compimento. Questa mattina, una gentile signora che faceva la spesa mi ha detto “Sa, signora Mirante, dobbiamo proprio fare tutti “economia” in questo momento. Per comprare un pezzo di formaggio ho confrontato il prezzo al chilo di tre marche diverse. Se le cose non cambiano, noi ticinesi siamo messi davvero male”.
Sì, cara signora lei ha ragione. Anzi, già ora noi ticinesi siamo messi molto male…

Articolo pubblicato dai portali Ticinonline, Ticinonews, Liberatv,…

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Speriamo che Natale arrivi in fretta…

La Banca centrale europea ha deciso di ridurre di altri 25 punti base il tasso di interesse di riferimento. È la terza volta negli ultimi quattro mesi che l’istituzione bancaria europea prende questa decisione. Anche questa volta la manovra era ampiamente attesa e così non c’è stata nessuna sorpresa quando è stato dato l’annuncio della riduzione del tasso al 3.25%. Questo è il tasso che la Banca centrale europea paga sui depositi delle banche secondarie.

A differenza delle ultime conferenze stampa, questa volta però la presidente Christine Lagarde è stata piuttosto cauta rispetto alle decisioni che saranno prese nei prossimi mesi. Nelle sue dichiarazioni ha affermato che la BCE si aspetta nei prossimi mesi un leggero aumento dell’inflazione che però diminuirà per raggiungere l’obiettivo del 2% nel corso dell’anno prossimo. Per quanto riguarda l’efficacia della politica monetaria restrittiva attuata nell’ultimo anno, la presidente non ha dubbi: le scelte sono state ottime.

Qualche dubbio in più lo abbiamo noi, non tanto sull’efficacia della politica restrittiva, quanto piuttosto sul fatto che la diminuzione dei prezzi a cui stiamo assistendo sia in parte anche causata da un rallentamento congiunturale che potrebbe diventare preoccupante nei prossimi mesi. 

In effetti, una gran parte delle economie avanzate ha rivisto al ribasso le previsioni sull’andamento del prodotto interno lordo per quest’anno e anche parzialmente per l’anno prossimo. I segnali di un rallentamento dei consumi delle famiglie ci sono, nonostante la discesa dei prezzi dovrebbe al contrario favorirli. Le aziende, in risposta a questo andamento dei mercati, iniziano a tirare il freno sugli investimenti produttivi, causando a loro volta una riduzione della domanda. D’altra parte, è chiaro che, anche in caso di recessione, l’intervento dello Stato non potrà essere molto incisivo. Il livello del debito pubblico globale inizia a spaventare. Anche le istituzioni internazionali hanno messo in guardia dai disordini mondiali a cui si potrebbe andare incontro nel caso in cui la situazione sfuggisse di mano.

Non vogliamo di certo essere pessimisti, e ci mancherebbe! Tuttavia, non possiamo non pensare che se l’entusiasmo del Natale arrivasse un pochino prima quest’anno, forse anche l’economia potrebbe tirare un sospiro di sollievo.

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E se tassassimo Paperon de’ Paperoni?

Le tasse sui ricchi piacciono tendenzialmente alla maggioranza. Vuoi perché la maggioranza non rientra nella categoria dei super ricchi, vuoi perché spesso queste proposte sono accompagnate dell’idea di ridurre la disuguaglianza. Se ne sta parlando e molto in questi giorni perché sotto la presidenza brasiliana del G20, che ricordiamo è il forum formato dai rappresentanti dei 20 paesi più industrializzati al mondo, è stata presentata la proposta di introdurre una tassazione minima annua del 2% sulla ricchezza delle persone miliardarie.
Secondo lo studio fatto dal Prof. Gabriel Zucman la proposta è quella di tassare le persone con un patrimonio superiore a 1 miliardo di dollari (circa 860 milioni di franchi). Lo studio lascia aperta la possibilità per le nazioni di scegliere se introdurre un’imposta sul reddito presunto oppure un’imposta sul patrimonio o un’altra tipologia d’imposta ancora. L’autore sottolinea come la tassazione per essere efficace dovrebbe avvenire a livello internazionale. In caso contrario si genererebbe la possibilità per le persone toccate di scegliere di spostarsi nelle nazioni in cui questa tassazione non c’è. L’idea prende forza anche dalla recente decisione di introdurre un’imposta minima del 15% sulle società multinazionali a livello mondiale. Ricordiamo che anche la Svizzera ha votato per la sua applicazione nel giugno del 2023.
Lo studio stima che in questo caso, l’imposta sui miliardari consentirebbe di raccogliere 200-250 miliardi di dollari (170-215 miliardi di franchi) all’anno tassando circa 3’000 contribuenti. Scegliendo di ampliarla anche a coloro che possiedono più di 100 milioni di dollari (86 milioni di franchi) il gettito crescerebbe di altri 100-140 miliardi di dollari all’anno (86-120 miliardi CHF).
La conclusione principale a cui giunge questo studio è che con questa nuova tassa le entrate dei governi potrebbero aumentare in maniera significativa, consentendo quindi di sostenere le spese per l’istruzione, la sanità, le infrastrutture e in generale gli obiettivi conseguiti dalle politiche pubbliche. Tra i benefici l’autore non manca di citare una maggiore fiducia e coesione sociale. Interessante notare come nello studio il tema della disuguaglianza appare sì, ma in maniera un po’ più marginale.
In effetti, sappiamo che in questi anni di aumento spropositato del debito pubblico mondiale e di incapacità dei governi di attuare politiche che conducano a finanze pubbliche sane, più che gli ideali di uguaglianza, premono le possibilità di aumentare le entrate senza scontrarsi con i cittadini e quindi con l’elettorato.
Non sappiamo come andrà a finire questa proposta, tuttavia ricordiamo che nel caso dell’imposta minima sulle multinazionali furono gli Stati Uniti di fatto a imporla al mondo intero per riuscire a generare gettiti fiscali, senza correre il rischio che le aziende cambiassero paese.
Per il momento, il dibattito sembrerebbe essere riservato ai paesi dell’Unione Europea. Probabilmente anche perché viste le imminenti elezioni, il tema potrebbe essere non proprio elettoralmente pagante per i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti.

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La fine delle auto elettriche e le mille contraddizioni dell’Unione Europea

Prima hanno pensato bene di obbligarci a comperare esclusivamente automobili elettriche vietando dal 2035 la vendita di quelle a combustione fossile, ora vogliono pure obbligarci a comprare i veicoli che scelgono loro. E sapete di chi parliamo? Della Russia o della Cina, che per certi versi rimangono ancora vicine a un’idea di economia un po’ pianificata? No, parliamo dell’Unione Europea, proprio quell’istituzione nata sull’idea di un mercato libero e aperto Le decisioni prese negli ultimi anni, tuttavia, sembrano mostrare che il libero mercato piace fintantoché si vince. Ma andiamo con ordine.
In questi giorni i paesi membri dell’Unione Europea (anche se non all’unanimità) hanno approvato l’imposizione dei dazi sulle automobili elettriche cinesi. Di questo provvedimento si parla già da diversi mesi, ma ora si sta concretizzando. La stessa decisione era stata presa durante il mese di maggio dal paese più liberale del globo, gli Stati Uniti. In questo caso, l’aumento è stato dal 25 al 100%, e non si è limitato solo alle automobili, ma ha toccato anche l’acciaio, l’alluminio, le batterie, i semiconduttori e pure i pannelli solari. A prendere questa decisione è stato il Presidente Biden che durante la campagna per la sua elezione del 2020 aveva proprio fatto della contrarietà a questa misura uno dei suoi cavalli di battaglia contro il Presidente Trump. Alla base di questa decisione c’è stata una semplice analisi economica: la Cina è il leader mondiale nelle produzioni legate alla transizione ecologica.
L’accusa mossa a Pechino è quella di sovvenzionare i suoi produttori per tenere bassi i prezzi e riuscire a vendere in tutti i principali mercati. È probabile che ciò avvenga, d’altronde è esattamente ciò che hanno fatto anche gli Stati Uniti annunciando nel 2022 l’Inflation Reduction Act, il programma che prevede sussidi miliardari per le tecnologie pulite prodotte sul territorio statunitense. E qui vediamo subito una grande contraddizione: se sono gli Stati Uniti a sussidiare la loro industria nazionale va bene, mentre non va bene se lo fanno i cinesi.
E come hanno reagito i paesi dell’Unione Europea? Di fronte all’evidente fallimento del mercato delle automobili elettriche, anziché interrogarsi sulle decisioni sbagliate prese in passato, hanno pensato di perseverare nell’errore impedendo a quei pochi cittadini ancora decisi a comperare un’automobile elettrica, di poterlo fare ad un prezzo ragionevole. L’errore di fondo è pensare che la motivazione ambientalista sarà sufficiente a compensare un prezzo per i veicoli europei che è quasi il doppio rispetto a quello cinese.
Non fraintendiamoci, vogliamo proteggere le industrie e i lavoratori di un paese. Ciò che però non può essere fatto è pensare di poter controllare e obbligare i consumatori a scelte radicali come quelle europee, impedendo loro anche di farle a dei prezzi ragionevoli. La leadership si mantiene con il progresso, non con i divieti.
La segreteria di Stato dell’economia svizzera (SECO) ha prontamente precisato che queste regole europee non si applicano alla nostra nazione anche perché l’accordo di libero scambio in vigore dal 1 gennaio 2024 con la Cina prevede l’esenzione totale dei dazi doganali sui loro prodotti industriali.
Ma non finisce qui. Solo poche ore prima, l’Unione Europea ha dichiarato che non accetterà nessuna clausola di salvaguardia che la Svizzera vorrebbe applicare in relazione alla libera circolazione delle persone. Ancora una volta quindi, l’Unione Europea si mostra un’istituzione favorevole al libero mercato quando ci guadagna e assolutamente contraria quando ci perde. Questo dovrebbe far capire che anche i nuovi accordi tra Svizzera e Unione Europea probabilmente avranno vita breve.

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Finanziamento dei sistemi previdenziali: dalle urne un invito a trovare nuovi modelli

Ancora una volta la maggioranza dei cittadini ha detto no alla riforma del II pilastro. Lo aveva già fatto nel 2010 e nel 2017.
Per i contrari non è stato difficile far capire ai cittadini che questa riforma avrebbe comportato una riduzione del loro benessere in relazione ai contributi versati. Eppure, non sarebbe stata la prima volta che il popolo svizzero, per garantire stabilità al sistema, votava “contro i suoi interessi di breve periodo”. Pensiamo al rifiuto delle sei settimane di vacanze, agli aumenti dell’IVA o ancora all’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne. E allora perché questa volta il popolo svizzero ha deciso di essere meno “svizzero”?
Nei prossimi mesi gli analisti diranno quali sono state le ragioni che hanno spinto i cittadini a votare no, ma una di queste ci sentiamo di anticiparla con una certa sicurezza. A differenza di buona parte dei media mainstream e degli analisti sorpresi dal voto, molti di noi hanno da subito ritenuto che l’errore commesso nel calcolo del finanziamento dell’AVS e dichiarato nel mese di agosto con modalità a dir poco rocambolesche, avrebbe giocato un ruolo determinante. In un sistema come quello svizzero, fortemente democratico, dove i cittadini sono sovente chiamati alle urne, la certezza dei dati e dei fatti deve essere sempre garantita. I cittadini sono liberi di votare anche tirando la monetina, ma quando si tratta di cifre e quindi di qualcosa che dovrebbe essere poco opinabile, deve esserci la certezza della solidità e della fiducia nelle nostre istituzioni. Questo è venuto a mancare.
Probabilmente il Consiglio Federale avrebbe dovuto rimandare la votazione attendendo dati “certi” sull’evoluzione dei conti delle assicurazioni sociali così da riguadagnare la fiducia dei cittadini. Ma così non è stato fatto e si è andati incontro a un esito abbastanza scontato.
E ora, come risolviamo i problemi dei nostri sistemi previdenziali? Con una stagione che si preannuncia di bassi tassi di interesse la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi. Per questo è necessario cambiare completamente paradigma e anziché proporre cerotti che non vanno a curare il sistema bisogna creare nuovi modelli assicurativi e previdenziali pensati per la società odierna. L’ennesimo aumento dei premi cassa malati mostra tutti i limiti degli strumenti del nostro stato sociale. Se vogliamo veramente preservarlo, è ora di avere lo stesso coraggio che hanno avuto i nostri predecessori nell’introdurre l’AVS, il II pilastro e la cassa malati obbligatoria. Strumenti ottimi, ma che purtroppo non risultano più utilizzabili in una società in cui nascono meno bambini, ci si forma di più e si vive più a lungo. Ci vuole coraggio a rimettere tutto in discussione e proporre modelli nuovi, ma questo è il momento giusto.

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Pubblicato da L’Osservatore, 28.09.2024