Cassa malati: tutti alla cassa!

Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da un’analisi seria. Prima si capisce qual è il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lì si aprono le alternative, perché non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo è il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte più scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perché non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: l’efficienza – se il programma usa bene le risorse o crea sprechi – e la distribuzione, cioè chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto più delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equità ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi – cosa vogliamo ottenere e perché – e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura più brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. L’intenzione è chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

Già nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno l’aiuto e quindi il costo sarà minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe già diventare 330, poi 350, e così via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dell’aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono già a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metà appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare l’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma così si mettono in discussione accordi già votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno più interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno più incentivo a offrire premi più bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo già al primo anno. Perché non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono già oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200–300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150–200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i più fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterà escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non è un gioco. È un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda è inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta è nostra. Ognuno voterà come crede ed è giusto così. Ma bisogna sapere la verità: il conto non sparisce. Non lo pagheremo più nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrà a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

Quando a dettare le regole sono gli altri La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA

Oggi i rapporti tra Stati Uniti e Svizzera sono tra i più tesi di sempre. Ma non è una novità assoluta: i due Paesi condividono valori comuni, certo, ma questo non li ha mai messi al riparo da crisi ricorrenti, anzi. Le tensioni maggiori arrivano sui temi della neutralità, di economia internazionale o sui temi finanziari.
Uno dei primi scontri importanti risale alla Seconda guerra mondiale. La Svizzera applicò una politica di tolleranza zero contro chiunque violasse il suo spazio aereo: che fossero gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica) o le potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone). Questo portò ad abbattere diversi aerei statunitensi e alla morte di circa una quarantina di aviatori alleati. Ma anche gli Stati Uniti colpirono: nell’aprile del 1944 durante il bombardamento di Sciaffusa uccisero tra i 40 e 60 civili svizzeri.
Dopo qualche decennio di calma apparente, le tensioni tornano negli anni 90 quando si scoprì che alcune banche svizzere custodivano molti depositi appartenenti a vittime dell’Olocausto. La pressione diplomatica di Washington e della comunità ebraica fu tale da costringere la Svizzera ad allentare il segreto bancario e creare ingenti fondi di compensazione.
Quel segreto bancario, sopravvissuto a lungo, ricevette il colpo definitivo nel 2009, quando in piena crisi finanziaria, gli Stati Uniti citarono in giudizio UBS ottenendo i dati di quasi 52’000 americani con conti in Svizzera.
Sul fronte commerciale il gelo risale al 2006 quando i negoziati per un accordo di libero scambio naufragarono per divergenze in materia agricola e sugli organismi geneticamente modificati.
E arriviamo al presente: il 7 agosto 2025 l’amministrazione Trump annuncia dazi fino al 39% su molte esportazioni svizzere, in particolare nei settori come orologeria, cioccolato, macchinari di precisione. La tariffa è la più alta mai applicata a un paese sviluppato. L’atto viene percepito come punitivo e il danno potenziale alle esportazioni è significativo. Tanto è stato scritto sull’incapacità diplomatica e politica svizzera e su questa non torneremo.
Come se non bastasse, è di pochi giorni fa un’altra grana: gli Stati Uniti negano di aver mai accettato un prezzo fisso per l’acquisto degli F-35 che Berna riteneva di aver già concordato. Il risultato è che se la Svizzera vorrà gli aerei dovrà accettare un aumento compreso tra i 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi rispetto ai 6 miliardi stimati inizialmente.
Questa non è e non sarà la prima né l’ultima volta che Berna e Washington si trovano ai ferri corti. Le tensioni, come in passato, verranno superate. Ma non illudiamoci: la piccola Svizzera non ne uscirà vincitrice. Inutile pensare di essere potenti: in uno scontro così asimmetrico, il campo da gioco, le regole e perfino il pallone appartengono all’avversario.

Pubblicato da L’Osservatore, 16.08.2025

Ascolta

Quando muoversi per primi diventa un errore

Alla fine del 2024, la SSR ha spento le trasmissioni radio FM con due anni di anticipo sulla scadenza di legge (in Europa dopo la Norvegia è la seconda nazione a farlo). Il risparmio stimato è di 15 milioni su un budget di oltre 1,6 miliardi: meno dell’1%. Una cifra modesta, che ha prodotto perdite d’ascolto pesanti.
La SSR ha minimizzato l’impatto, parlando di risultato “in linea con le attese”. Ma, aldilà delle attese, le cifre sono impietose. In alcune regioni la perdita netta di ascoltatori è stata tra il 25% e il 40% in pochi mesi. Nessun imprenditore avrebbe agito senza contromisure, strategie di fidelizzazione o un piano condiviso con il settore. Anche chi gestisce fondi pubblici dovrebbe evitare rischi simili.
I dati sono chiari, purtroppo. Rete Uno ha perso oltre il 25% degli ascoltatori, Rete Tre quasi il 40%. Le radio private ticinesi, rimaste in FM, hanno visto crescere gli ascolti. Anche le radio italiane e francesi stanno colmando il vuoto lasciato dalla SSR.
In economia si parla spesso di “first mover advantage”: chi si muove per primo può fidelizzare il pubblico e creare lo standard. Ma muoversi troppo presto significa rischiare di perdere utenti non pronti e regalare vantaggi ai concorrenti. È quanto accaduto alla SSR e al servizio pubblico: le private hanno raccolto gli ascoltatori lasciati indietro, mentre le radio straniere continuano in FM senza vincoli, conquistando pubblico. L’ascoltatore che non si è adattato al DAB+ ha semplicemente cambiato canale.
Esempi come Amazon, Netflix o Kellogg’s dimostrano che essere primi può funzionare solo se il pubblico è pronto, l’offerta chiara, la comunicazione efficace e soprattutto se si riesce a costruire un reale vantaggio competitivo. Nel caso SSR, molti di questi elementi mancavano.
Il problema non è solo tecnico, ma sociale: la SSR, servizio pubblico, dovrebbe garantire accesso e inclusione. Spegnere le FM ha escluso, anche solo temporaneamente, chi è meno digitale: anziani, persone meno abbienti, utenti in zone periferiche.
Dopo aver cercato l’accordo con le private, la SSR ha agito da sola. Le radio private possono restare in FM fino al 2026 e stanno crescendo senza sforzi straordinari, semplicemente restando dove il pubblico c’era già. La mossa della SSR appare più un atto azzardato che una strategia di sistema: nessuna vera alleanza col settore, nessun piano congiunto.
E non finisce qui. Finché le radio private svizzere restano in FM, il danno è contenuto. Ma se anche loro saranno obbligate a spegnere, il rischio è di lasciare il mercato FM svizzero alle emittenti straniere.
Muoversi per primi non è un errore, lo diventa se non porti nessuno con te. La scelta di spegnere le FM poteva avere senso, ma fatta in solitaria e senza una strategia condivisa, ha prodotto esclusione, disaffezione e vantaggi per la concorrenza. La fiducia è un capitale lento da costruire e facile da perdere: la SSR oggi paga il prezzo del non aver avuto dubbi.
L’Osservatore, 12.07.2025

Svizzera: le notizie che non fanno notizia

Questa settimana l’economia svizzera ha dato l’impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo più attento.

Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtà è più sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). È utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta l’intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. È più del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed è un segnale da non sottovalutare.

A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, può rendere più difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. È anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

I prezzi restano stabili. A giugno, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) è immobile a 107,5 punti. L’inflazione annua è appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma un’isola di stabilità.

Non mancano piccole variazioni (sanità e ristorazione un po’ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: l’inflazione bassa aiuta chi consuma, ma può frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

Il dato che ha fatto più rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1’400 casi e le proiezioni annuali superano i 14’000.

Ma la causa non è (solo) economica: dal 1° gennaio 2025 è in vigore una riforma della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

Nel Canton Ticino, la situazione è un po’ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dell’8% (127 casi). È un segnale che, da un lato conferma l’effetto statistico della nuova legge, dall’altro evidenzia una vulnerabilità specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

Ad ogni modo, la sostanza? Non è un’ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

In economia, a volte il silenzio è più interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un po’ sotto la superficie. È lì che si capisce davvero come sta andando il Paese.

Ascolta

Parità salariale: una strada ancora in salita, ma non più solitaria

La parità salariale tra uomini e donne in Svizzera non è stata ancora raggiunta. A confermarlo, anche quest’anno, sono i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica.
Nel 2024, il salario mediano degli uomini è stato di 90’800 franchi. Quello delle donne si è fermato a 80’000 franchi, ovvero il 12% in meno.
Ma il divario non riguarda solo i salari. Se guardiamo al tasso di attività professionale, cioè la percentuale di persone occupate o in cerca di lavoro, gli uomini superano le donne in tutte le fasce d’età, con uno scarto di circa 10 punti percentuali. Va però detto che la partecipazione femminile è cresciuta molto negli anni e nella fascia tra i 15 e i 24 anni la differenza è oggi minima.
Anche il tasso di disoccupazione resta più alto tra le donne. Una delle ragioni è che le donne sono spesso impiegate in settori meno qualificati e meno protetti che risentono prima delle difficoltà economiche.
Ancora più marcato è il divario nella sottoccupazione, cioè tra chi lavora ma vorrebbe lavorare di più. Nel 2024, il dato era del 2,8% tra gli uomini, ma saliva al 7,3% tra le donne. Il valore più alto si registra nella fascia tra i 25 e i 54 anni, con un picco dell’8%. E quando ci sono figli, le cifre aumentano ulteriormente. Segno che la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico sul percorso lavorativo femminile.
I dati sul lavoro a tempo parziale confermano questa tendenza. La presenza di figli resta una delle principali ragioni per cui le donne scelgono il tempo parziale. Ma c’è anche un segnale incoraggiante: dal 2010 al 2024, la quota di padri che lavorano a tempo parziale è raddoppiata, passando al 15%. Un dato che suggerisce un’evoluzione nel ruolo paterno e una maggiore condivisione delle responsabilità familiari.
Anche tra le coppie si nota un cambiamento: quasi il 9% oggi sceglie un modello in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale, mentre nel 2010 questa scelta era fatta da meno del 4%.
Infine, cresce anche il contributo economico delle donne al reddito familiare. Quando il figlio più piccolo ha tra i 4 e i 12 anni, le madri partecipano in media per il 30% al reddito del nucleo, sette punti percentuali in più rispetto a dieci anni fa. Se però il figlio ha meno di quattro anni, la quota resta stabile al 25%.
In sintesi, il quadro resta segnato da disuguaglianze, ma non mancano i segnali di cambiamento. I modelli lavorativi e familiari si stanno evolvendo. Sempre più padri si assumono una parte attiva nella cura dei figli e cresce la consapevolezza che la famiglia è una responsabilità condivisa. La maternità non dovrebbe più rappresentare un ostacolo, ma rientrare in un equilibrio costruito insieme. La strada verso la parità è ancora lunga, ma oggi, finalmente, non si percorre più da soli.

Ascolta

Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo

Le previsioni sul PIL per quest’anno e il prossimo, sia da parte della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che del Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo (KOF), indicano una crescita ancora positiva, ma in rallentamento rispetto a qualche mese fa. Il contesto internazionale, sempre più incerto, e i nuovi conflitti in corso pesano parecchio sul quadro generale.
A essere onesti, già nei mesi scorsi il termine “fermento economico” sembrava fuori luogo. I dazi commerciali avevano inizialmente sollevato qualche timore, ma a oggi il loro impatto non pare così determinante. Diverso il discorso sul nuovo conflitto tra Israele e Iran: qui gli effetti si sono fatti sentire subito, soprattutto sulle materie prime. L’oro ha toccato livelli record, mentre anche petrolio e gas sono in aumento. Tutto questo rischia di tradursi in un rincaro generale dei beni e, di conseguenza, in una perdita di potere d’acquisto per le famiglie.
Non sorprende quindi che la fiducia dei consumatori resti debole. E se la domanda ristagna, anche le imprese tendono a rimandare gli investimenti. Le previsioni per i prossimi mesi non sono rosee: il mercato del lavoro ne risentirà e si prevede un aumento della disoccupazione, sia quest’anno che nel prossimo.
Anche sul fronte del commercio estero non arrivano buone notizie. I dati di maggio mostrano un rallentamento delle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti. Era prevedibile: nel primo trimestre c’era stata una corsa agli acquisti in vista dei dazi americani, un effetto che ora si è esaurito.
Un segnale incoraggiante arriva però dalle importazioni nel settore chimico-farmaceutico, in aumento. Questo fa pensare che le imprese del comparto stiano preparando un incremento della produzione: un possibile segnale di ripresa futura.
Infine, una nota sulla politica monetaria. La Banca nazionale svizzera ha deciso di abbassare ancora i tassi d’interesse, portandoli dallo 0.25% allo 0%. Una mossa che riflette il calo dell’inflazione, ormai sotto controllo. L’obiettivo è stimolare consumi e investimenti, anche se gli effetti, con un franco forte e una domanda esterna debole, restano da verificare.
Insomma, nessun disastro all’orizzonte, ma neppure motivi per stappare lo champagne.

Ascolta

La perequazione punisce il Ticino: ecco perché

Il Ticino riceverà nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che può sembrare positiva, ma in realtà è inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non è perché stiamo meglio, ma perché altri Cantoni stanno peggio.
L’indice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che però ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli più deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali.
La perequazione delle risorse è l’asse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni – includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende – con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020–2022). Se l’indice è sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverà 79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dell’1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si è ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%).
La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densità. Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati all’altitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densità abitativa.
La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertà, invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrà 5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025.
Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. Perché? Perché altri Cantoni – come Giura, Vallese e Grigioni – sono peggiorati di più. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto più alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine.
Il Ticino non può più limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perché riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide.
Il punto non è quanto riceviamo. È perché dobbiamo riceverlo.
Uscire da questa dipendenza richiederà tempo. Bisognerà affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la solidità di una richiesta parte dalla qualità dell’analisi.

Ascolta

Economia svizzera: segnali contrastanti tra attese e realtà

C’è un’immagine che descrive bene l’economia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dall’altra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, l’indicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer è salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sì, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sull’economia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, export…).
A trainare questa timida ripresa è soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dell’agroalimentare, del legno e della carta riportano attese più favorevoli. Anche la percezione sulla competitività e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole.
E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dall’Ufficio federale della dogana: aprile 2025 è stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioè non corretti per l’andamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo è più contenuto: –3,3% per le esportazioni e –10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni.
A provocare questi sbalzi è, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, –44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa così tanto, trascina con sé tutto il commercio.
Ci sono però eccezioni positive: l’orologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se l’export verso gli USA è crollato del 36%, quello verso l’Asia è cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%).
Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non è un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in un’economia povera di materie prime, importare è spesso il primo passo per poter vendere all’estero.
In sintesi: qualche segnale positivo c’è, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacità di leggere il quadro d’insieme e resistere tanto al panico quanto all’euforia.

In Ticino avere un impiego non garantisce una vita dignitosa

Negli ultimi giorni, un comunicato dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) ha riportato l’attenzione su una tendenza preoccupante: in Svizzera è aumentato il numero di persone che dipendono dalle prestazioni complementari. Un dato che non riguarda solo le finanze dello Stato, ma riflette un disagio crescente: quello di migliaia di persone che, pur vivendo in uno dei Paesi più ricchi al mondo, faticano a coprire i bisogni essenziali.
Nel 2023, l’8% della popolazione svizzera viveva sotto la soglia ufficiale di povertà: 2’315 franchi al mese per una persona sola, 4’051 per una famiglia con due figli. E se si guarda a chi dispone di meno del 60% del reddito mediano — cioè al “rischio di povertà” — la quota è ancora più elevata. Ma la povertà non è solo questione di reddito. È anche deprivazione. È non riuscire a pagare una bolletta imprevista. È rinunciare a un pasto completo, a una visita medica, a una settimana di vacanza, a un minimo di vita sociale. È vivere con l’ansia costante di non farcela.
Le persone più colpite sono sempre le stesse: gli anziani soli, le famiglie monoparentali, chi ha un lavoro precario, chi ha perso il lavoro dopo i cinquant’anni. E crescono i working poor, persone che lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con dignità. Questo dovrebbe farci riflettere sul senso stesso del lavoro oggi: non basta “avere un impiego” se quell’impiego non garantisce una vita dignitosa senza l’aiuto dello Stato.
In Ticino la situazione è ancora più delicata. Il tasso di povertà è superiore alla media nazionale e la deprivazione materiale colpisce con più forza. Salari bassi, precarietà diffusa, giovani che se ne vanno e over 50 esclusi dal mercato del lavoro: è un mix che pesa. Anche la forte presenza di frontalieri influisce sulle dinamiche occupazionali e salariali. Il tasso di disoccupazione secondo la definizione ILO è il più alto della Svizzera.
Il nostro sistema sociale cantonale funziona, ma è sotto pressione. Le prestazioni complementari, i sussidi cassa malati, l’aiuto sociale, gli assegni familiari: tutto questo tiene a galla migliaia di persone. Ma da solo non basta. Servono politiche attive per il lavoro, investimenti nella formazione, un vero sostegno alla riqualifica professionale.
Non possiamo accettare che la povertà diventi una zona d’ombra normale nel nostro sistema. Non è normale. È il risultato di scelte politiche o della mancanza di scelte. Ogni persona lasciata indietro è una sconfitta collettiva. È nostro dovere, come istituzioni, ma anche come cittadini, far sì che nessuno debba scegliere tra pagare l’affitto o andare dal medico, tra accendere il riscaldamento o fare la spesa.
Guardare in faccia la povertà non basta. Serve il coraggio di intervenire. Serve volontà politica. E serve adesso.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 24.05.2025

Ascolta

Qui trovate il link di una conferenza “La povertà in Svizzera e in Ticino” tenuta a Coldrerio il 22.05.2025

Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

L’accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi è una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. È un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, l’aria si fa subito più respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico dell’economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta l’intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, l’economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo è particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo all’orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, all’elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di più per quello che importiamo e vendere ad un prezzo più alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile è la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Più i grandi si parlano, più noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualità, vendere ad alto valore aggiunto.

E c’è un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza più aggressiva, prezzi più bassi e difficoltà per i nostri settori.

In sintesi: l’accordo tra Stati Uniti e Cina è una buona notizia perché riduce l’incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma è un passo nella direzione giusta. E per un’economia aperta come la nostra, è un passo che conta.

Sintesi dell’intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

Importante: sotto trovate un audio generato con la mia voce clonata dall’Intelligenza Artificiale: impressionante

Ascolta: contenuto generato con voce clonata con l’IA