La perequazione punisce il Ticino: ecco perché

Il Ticino riceverà nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che può sembrare positiva, ma in realtà è inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non è perché stiamo meglio, ma perché altri Cantoni stanno peggio.
L’indice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che però ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli più deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali.
La perequazione delle risorse è l’asse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni – includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende – con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020–2022). Se l’indice è sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverà 79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dell’1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si è ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%).
La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densità. Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati all’altitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densità abitativa.
La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertà, invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrà 5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025.
Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. Perché? Perché altri Cantoni – come Giura, Vallese e Grigioni – sono peggiorati di più. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto più alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine.
Il Ticino non può più limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perché riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide.
Il punto non è quanto riceviamo. È perché dobbiamo riceverlo.
Uscire da questa dipendenza richiederà tempo. Bisognerà affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la solidità di una richiesta parte dalla qualità dell’analisi.

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Economia svizzera: segnali contrastanti tra attese e realtà

C’è un’immagine che descrive bene l’economia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dall’altra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, l’indicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer è salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sì, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sull’economia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, export…).
A trainare questa timida ripresa è soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dell’agroalimentare, del legno e della carta riportano attese più favorevoli. Anche la percezione sulla competitività e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole.
E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dall’Ufficio federale della dogana: aprile 2025 è stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioè non corretti per l’andamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo è più contenuto: –3,3% per le esportazioni e –10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni.
A provocare questi sbalzi è, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, –44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa così tanto, trascina con sé tutto il commercio.
Ci sono però eccezioni positive: l’orologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se l’export verso gli USA è crollato del 36%, quello verso l’Asia è cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%).
Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non è un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in un’economia povera di materie prime, importare è spesso il primo passo per poter vendere all’estero.
In sintesi: qualche segnale positivo c’è, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacità di leggere il quadro d’insieme e resistere tanto al panico quanto all’euforia.

In Ticino avere un impiego non garantisce una vita dignitosa

Negli ultimi giorni, un comunicato dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) ha riportato l’attenzione su una tendenza preoccupante: in Svizzera è aumentato il numero di persone che dipendono dalle prestazioni complementari. Un dato che non riguarda solo le finanze dello Stato, ma riflette un disagio crescente: quello di migliaia di persone che, pur vivendo in uno dei Paesi più ricchi al mondo, faticano a coprire i bisogni essenziali.
Nel 2023, l’8% della popolazione svizzera viveva sotto la soglia ufficiale di povertà: 2’315 franchi al mese per una persona sola, 4’051 per una famiglia con due figli. E se si guarda a chi dispone di meno del 60% del reddito mediano — cioè al “rischio di povertà” — la quota è ancora più elevata. Ma la povertà non è solo questione di reddito. È anche deprivazione. È non riuscire a pagare una bolletta imprevista. È rinunciare a un pasto completo, a una visita medica, a una settimana di vacanza, a un minimo di vita sociale. È vivere con l’ansia costante di non farcela.
Le persone più colpite sono sempre le stesse: gli anziani soli, le famiglie monoparentali, chi ha un lavoro precario, chi ha perso il lavoro dopo i cinquant’anni. E crescono i working poor, persone che lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con dignità. Questo dovrebbe farci riflettere sul senso stesso del lavoro oggi: non basta “avere un impiego” se quell’impiego non garantisce una vita dignitosa senza l’aiuto dello Stato.
In Ticino la situazione è ancora più delicata. Il tasso di povertà è superiore alla media nazionale e la deprivazione materiale colpisce con più forza. Salari bassi, precarietà diffusa, giovani che se ne vanno e over 50 esclusi dal mercato del lavoro: è un mix che pesa. Anche la forte presenza di frontalieri influisce sulle dinamiche occupazionali e salariali. Il tasso di disoccupazione secondo la definizione ILO è il più alto della Svizzera.
Il nostro sistema sociale cantonale funziona, ma è sotto pressione. Le prestazioni complementari, i sussidi cassa malati, l’aiuto sociale, gli assegni familiari: tutto questo tiene a galla migliaia di persone. Ma da solo non basta. Servono politiche attive per il lavoro, investimenti nella formazione, un vero sostegno alla riqualifica professionale.
Non possiamo accettare che la povertà diventi una zona d’ombra normale nel nostro sistema. Non è normale. È il risultato di scelte politiche o della mancanza di scelte. Ogni persona lasciata indietro è una sconfitta collettiva. È nostro dovere, come istituzioni, ma anche come cittadini, far sì che nessuno debba scegliere tra pagare l’affitto o andare dal medico, tra accendere il riscaldamento o fare la spesa.
Guardare in faccia la povertà non basta. Serve il coraggio di intervenire. Serve volontà politica. E serve adesso.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 24.05.2025

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Qui trovate il link di una conferenza “La povertà in Svizzera e in Ticino” tenuta a Coldrerio il 22.05.2025

Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

L’accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi è una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. È un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, l’aria si fa subito più respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico dell’economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta l’intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, l’economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo è particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo all’orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, all’elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di più per quello che importiamo e vendere ad un prezzo più alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile è la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Più i grandi si parlano, più noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualità, vendere ad alto valore aggiunto.

E c’è un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza più aggressiva, prezzi più bassi e difficoltà per i nostri settori.

In sintesi: l’accordo tra Stati Uniti e Cina è una buona notizia perché riduce l’incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma è un passo nella direzione giusta. E per un’economia aperta come la nostra, è un passo che conta.

Sintesi dell’intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

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Apprendistato, basta chiacchiere!

Da anni si ripete che la formazione professionale è un pilastro del nostro sistema, che l’apprendistato è un’eccellenza svizzera, e giorno per giorno si dichiara di voler combattere la disoccupazione giovanile. Ma poi? Fatti?

 Nel 2022, il Ticino era in fondo alla classifica dei Cantoni che formano apprendisti: penultimo a livello svizzero. L’amministrazione cantonale ticinese, nel 2023, era al 4.3%, ben sotto il famoso 5% fissato come obiettivo… un obiettivo stabilito già nel 2017. Nel frattempo, le aziende che formano apprendisti continuano a diminuire, i nuovi contratti non crescono come previsto, e il progetto “Obiettivo 95%” (diploma secondario II per il 95% dei giovani) è inchiodato al 90.3%.

Eppure, le basi ci sarebbero. Il Cantone può formare in 41 professioni, ha 218 formatori attivi e ospita già quasi 200 apprendisti. Non servono grandi sforzi: basterebbe creare una trentina di nuovi posti nei prossimi due anni, come proposto nella mozione che sarà discussa il 20 maggio in Gran Consiglio. Il costo? Circa 350’000 franchi all’anno per dare un lavoro ai nostri figli. Su un bilancio da oltre 4,5 miliardi di franchi, è una spesa marginale ma un investimento strategico.

Ogni giovane formato è un potenziale lavoratore qualificato in meno da cercare all’estero. Ogni posto di apprendistato in più è un passo contro la disoccupazione, un argine alla fuga di cervelli, un’occasione di crescita per un’impresa o per un ente pubblico. E, aggiungo, un atto di coerenza: se governo e parlamento chiedono ai privati di formare, il minimo che si possa pretendere è che diano l’esempio. Ne va della credibilità della politica.

C’è poi un punto che non possiamo più ignorare: l’equilibrio di genere nelle professioni. Le ragazze continuano a orientarsi verso settori “tradizionali”, spesso con meno prospettive. Promuovere attivamente la loro presenza nelle professioni tecniche non è solo giusto, è necessario. E non basta mettere l’asterisco nei bandi: servono politiche mirate, incentivi, visibilità.

L’apprendistato fatto bene è un ascensore sociale. Ma bisogna alimentarlo, farlo funzionare, crederci davvero. Continuare con la politica dei piccoli passi simbolici, mentre il sistema scricchiola, non è più accettabile. Se vogliamo una forza lavoro preparata, integrata, radicata, dobbiamo iniziare dal principio: offrire più opportunità ai nostri giovani. Non a parole. Nei fatti.

E magari, la prossima volta che i partiti si riempiranno la bocca di “giovani”, “formazione” e “opportunità” in campagna elettorale, ricordiamoci chi ha davvero fatto qualcosa… e chi ha fatto solo chiacchiere.

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Pubblicato da Tio e Ticinonews

Il -0,3% del PIL non affonda Trump, ma l’informazione economica

Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si è contratto dello 0,3%. È bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dell’amministrazione Trump. Ma è un errore. Più che un segnale allarmante sull’economia, questo dato è il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).

Prima di tutto, il -0,3% è una variazione annualizzata, come d’uso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioè la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.

Ma la questione non è solo tecnica. Serve un’analisi macroeconomica. Il PIL è composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioè esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dall’estero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).

Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). È un’anomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, è come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perché non è fisicamente entrata nei magazzini o è stata contabilizzata in modo differito. Poiché le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sull’indicatore.

Altri fattori da considerare: la spesa pubblica è diminuita, come previsto dai programmi dell’amministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.

Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non può restituire lo stato di salute di un’economia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro è solido, l’inflazione sotto controllo, la domanda interna regge.

Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non è una pagella politica. È una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E l’economia, a differenza della politica, ha bisogno di lucidità.

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Dazi sì, dazi no…

Domanda: A suo avviso perché Trump ha fatto retromarcia, congelando per 90 giorni i super dazi per la maggior parte dei paesi? Era una strategia negoziale prevista fin dall’inizio, come sostiene il Governo americano, oppure il presidente si è spaventato per la reazione turbolenta dei mercati, con particolare riferimento ai titoli di Stato americani?
Probabilmente la decisione di rinviare per tre mesi l’applicazione dei super dazi – mantenendoli però nei confronti della Cina – era uno degli scenari già considerati a Washington. A supporto di questa ipotesi si può citare l’intervento del 7 aprile del Consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, che aveva lasciato intendere la possibilità di una sospensione, poi smentita ufficialmente. La moratoria è comunque entrata in vigore il 9 aprile, proprio il giorno in cui le nuove tariffe sarebbero dovute scattare.
L’evoluzione successiva si è sviluppata secondo schemi ben noti all’analisi economica. Primo: la minaccia tariffaria ha avuto l’effetto desiderato, mostrando un alto grado di credibilità e spingendo i partner internazionali a muoversi in direzione di un confronto negoziale. Secondo: il crollo dei mercati azionari a livello globale era un effetto annunciato, così come la reazione immediata delle grandi imprese coinvolte, preoccupate per l’impatto sui margini e sulle catene di fornitura. Terzo: le vendite di titoli di Stato americani e il conseguente aumento dei rendimenti erano del tutto in linea con le aspettative, così come l’indebolimento del dollaro, che potrebbe essere stato anche un obiettivo indiretto dell’operazione. In sintesi, se si decide di generare deliberatamente uno shock – come quello rappresentato da dazi elevatissimi annunciati unilateralmente – le reazioni del sistema sono anticipabili. Ciò che, forse, ha sorpreso è stata la rapidità e l’intensità con cui queste reazioni si sono manifestate. Ed è verosimile che proprio questa risposta anticipata e molto violenta abbia indotto la Casa Bianca a sospendere l’applicazione delle misure, prima ancora che venissero materialmente applicate a un solo paese.


Domanda: L’escalation con la Cina invece prosegue senza esclusione di colpi. Quali sono le conseguenze per l’economia globale della guerra commerciale in atto tra Pechino e Washington?
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina – le due principali potenze economiche globali – è destinata ad avere ripercussioni rilevanti sull’economia mondiale. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145%, a cui la Cina ha risposto con contromisure tariffarie (al 125%) e contromisure su tecnologie strategiche e materie prime critiche, come le terre rare, mette sotto pressione le catene globali del valore. Le conseguenze sono già osservabili: l’aumento dei costi per le imprese si traduce in una pressione al rialzo sui prezzi finali per i consumatori. Parliamo di beni ad ampia diffusione come smartphone, abbigliamento o automobili. L’inflazione, da poco sotto controllo, torna quindi a essere un tema centrale nel dibattito economico.
Quanto all’impatto sul commercio internazionale, formulare previsioni precise in questa fase è prematuro. Tuttavia, una contrazione – seppur ancora da quantificare – è un esito plausibile, anche solo per effetto dell’incertezza. E l’incertezza è notoriamente una delle condizioni più penalizzanti per l’economia. Da un lato, può spingere i consumatori a rallentare i consumi; dall’altro, può paralizzare le decisioni strategiche delle imprese, che si trovano in bilico tra investire, delocalizzare o attendere.
Sul fronte delle due superpotenze, la Cina comunica fiducia e stabilità. Ha diversificato i propri mercati di sbocco, rafforzando i legami con l’Asia, l’Africa e l’America Latina. Tuttavia, il ruolo delle esportazioni verso economie ad alto reddito resta determinante per la sua crescita. Gli Stati Uniti, pur apparendo oggi meno affidabili come partner commerciali, mantengono una posizione dominante: restano la prima potenza economica, finanziaria, militare e tecnologica globale.
A fronte di questo scenario, ciò che desta maggiore preoccupazione è la posizione dell’Unione Europea. Pur rappresentando un attore economico di rilievo, l’UE non ha la stessa forza negoziale né la stessa coesione politica delle due potenze in campo. L’assenza di una vera unione politica – con una governance comune e una politica estera condivisa – limita fortemente la capacità dell’Europa di incidere sulle dinamiche globali.
Di fatto, anche in questo contesto, l’UE agisce in modo reattivo. Non detta l’agenda, ma risponde agli stimoli esterni. Questo squilibrio strutturale indebolisce il suo peso nella definizione delle regole del commercio internazionale, rendendola esposta alle decisioni unilaterali di Washington e Pechino.


Domanda: Intanto Europa e Pechino flirtano apertamente, come mai prima d’ora. Il presidente XI JINPING ha lanciato un appello all’UE ad unirsi alla Cina contro il bullismo americano, ricordando tuttavia che nessuno può vincere una guerra commerciale. A preoccupare maggiormente però è la crisi di fiducia nella stabilità del sistema Paese USA che Trump ha provocato con la sua politica tariffale, oltre al clima d’incertezza che angoscia le imprese ti tutto il Mondo, Svizzera compresa. Tra Europa e Cina sarà solo un flirt o si andrà oltre? E dovremo abituarci a una nuova era di precarietà?
L’invito rivolto da Xi Jinping all’Unione Europea a contrastare il cosiddetto “bullismo” americano si inserisce in una strategia chiara da parte della Cina: approfittare dell’instabilità generata dalle politiche tariffarie statunitensi per proporsi come interlocutore affidabile. Per l’Europa, tuttavia, la posizione è delicata. Da un lato, deve preservare l’alleanza con gli Stati Uniti, fondamentale per la sicurezza e la cooperazione geopolitica. Dall’altro, le imprese europee colpite dalle misure protezionistiche americane vedono nella Cina un mercato prioritario e un importante bacino d’investimenti. Al di là delle dichiarazioni fatte anche sull’onda di una certa necessità, non dimentichiamo che pochi mesi fa, nell’ottobre 2024, Bruxelles ha deciso di imporre dazi fino al 35% sulle automobili elettriche cinesi, una mossa per proteggere l’industria automobilistica europea dalla concorrenza a basso costo di marchi come BYD o NIO. Questa decisione riflette il timore dell’UE di perdere terreno in un settore strategico, ma ha anche irritato Pechino che ha risposto con indagini antidumping su prodotti europei come il brandy francese.
Questi sviluppi mostrano come un eventuale riavvicinamento tra UE e Cina sia tutt’altro che semplice e rappresenti un grande rischio per l’Unione Europea. Sul piano economico, una maggiore esposizione commerciale verso la Cina comporta rischi non trascurabili. La dipendenza in settori chiave – come le tecnologie avanzate o le materie prime critiche – potrebbe trasformarsi in una leva di pressione politica. La Cina, in passato, ha già limitato l’esportazione di risorse strategiche come strumento di risposta alle tensioni diplomatiche. A questo si aggiunge il rischio di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti su temi come la sicurezza e l’innovazione. Infine, e forse rischio ancora più grande, l’Europa potrebbe trovarsi schiacciata dalla Cina, una superpotenza con un’economia di certo non liberale e che non condivide i valori democratici dell’UE. Aumentare gli scambi senza garanzie di reciprocità potrebbe portare a una competizione sleale, con le imprese europee penalizzate da sussidi cinesi e mancanza di accesso equo al mercato di Pechino.
In un mondo dominato da due superpotenze, l’Europa rischia di rimanere un attore secondario, costretta a navigare tra i due giganti senza poter imporre la propria visione. La Svizzera, fatte le debite proporzioni, al contrario, adotta un approccio più flessibile verso la Cina. È stata il primo paese europeo a firmare un accordo di libero scambio con la Cina, siglato nel 2013 ed entrato in vigore nel 2014. L’intesa ha contribuito a ridurre le barriere tariffarie su settori ad alta specializzazione come la farmaceutica, l’orologeria e la meccanica. È significativo che l’intesa non includesse, per la prima volta, un preambolo esplicito sul rispetto dei diritti umani, riflettendo la priorità svizzera di massimizzare i benefici economici senza farsi scrupoli in questioni ideologiche. Questo orientamento ha permesso alla Svizzera di costruire relazioni commerciali stabili con Pechino, a differenza dell’UE, che continua a oscillare tra la tutela dei principi e la difesa degli interessi. Ne è prova l’Accordo Globale sugli Investimenti (CAI) negoziato per anni e che è stato sospeso nel 2021 dal Parlamento Europeo a seguito di tensioni diplomatiche e divergenze sui diritti umani.

Intervista pubblicata da Liberatv, 12.04.2025

Trump ha fatto la prima mossa. Ma non controlla tutto il tavolo

Tanto tuonò che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non più minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, l’impatto immediato è stato più politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo.
Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedì quando ha comunicato che la Svizzera non attuerà misure di ritorsione.
L’introduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che “il protezionismo porta solo disastri”. È una posizione ideologica, non un’analisi.
Ricordiamolo: i dazi sono imposte sull’importazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma l’impatto è asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi l’acciaio, rischi di penalizzare l’industria dell’auto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo.
Vero, i dazi di Trump non sono frutto di un’elaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalità applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse è più mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica.
Eppure, non tutto è irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perché, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identità territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunità cambia, cambiano anche loro.
Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, è un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno può ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili.
Quello che serve ora non è la condanna morale o l’applauso ideologico. Serve tempo.
Il pallino, in questo momento, è nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump può muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.

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Articolo pubblicato da L’Osservatore, 5.04.2025

Ticinesi: ancora più poveri e infelici

I dati appena pubblicati sono la più dura delle conferme. Come ben sappiamo, come vediamo con i nostri occhi, moltissime persone in Ticino stanno male e diventano sempre più povere. Il confronto con il resto della Svizzera è impietoso. Il divario tra noi e il resto del Paese diventa ormai insuperabile.

Il Ticino ha, ancora una volta, la quota più alta di poveri di tutta la Svizzera. Nel 2023 in Svizzera 8 persone su 100 non avevano abbastanza soldi per vivere dignitosamente. In Ticino le persone povere sono quasi il doppio: 14 su 100. Parliamo di più di 49’000 ticinesi che ogni mese sono in grande difficoltà. Se non ci fossero gli aiuti dello Stato, la situazione sarebbe ancora peggiore: quasi quattro persone su dieci rischierebbero di vivere in povertà. Ma c’è un altro fatto molto preoccupante: a causa del livello basso dei nostri salari anche chi lavora è in grave difficoltà. Più di un lavoratore su dieci non guadagna abbastanza per arrivare alla fine del mese ed è considerato sotto la soglia di povertà. Parliamo di quasi 16’000 persone. Nel resto della Svizzera la situazione è meno grave, con meno di una persona su venti che lavora ma resta povera. Salari, salari, salari: questo è il nostro problema.

Il rischio di diventare poveri è molto cresciuto. Nel 2022 riguardava circa 22 persone su 100, nel 2023 siamo quasi a 28: ossia circa 100’000 persone che sono costrette a tirare avanti con redditi bassissimi, al di sotto del 60% di quelli mediani. Di queste, ben 60’000 guadagnano meno della metà dello stipendio che prende una persona “media”.

Da qualsiasi punto la si guardi, la situazione del Ticino è drammatica. Una persona su tre non riesce ad affrontare una spesa imprevista di 2’500 franchi. Una persona su cinque non può permettersi di cambiare mobili ormai consumati. Una su dieci, almeno una volta nell’ultimo anno, non è riuscita a pagare i premi della cassa malati o le imposte.

Non sorprende quindi che, secondo le rilevazioni, tanti ticinesi si sentano infelici, in ansia, preoccupati. È difficile stare bene se ogni giorno devi lottare per arrivare a fine mese, se perdi il lavoro o se i tuoi figli devono trasferirsi oltre Gottardo per trovare un lavoro.

Tutto questo crea inevitabilmente sfiducia verso le istituzioni di ogni tipo: politiche, giudiziarie, culturali, mediatiche. Anche questa sfiducia è fotografata dall’ufficio federale di statistica. Non c’è da meravigliarsi: come fidarsi se sembra che nessuno stia facendo nulla per difendere i Ticinesi in difficoltà?

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Articolo pubblicato da Tio, Ticinonews, Liberatv

Le auto crollano, l’oro brilla

Questa settimana Donald Trump ha sferrato un altro colpo: ha annunciato che dal 2 aprile saranno applicati dazi del 25% su tutte le automobili importate negli Stati Uniti. In pratica, chi vuole vendere un veicolo in America dovrà pagare molto di più per farlo. L’obiettivo è chiaro: spingere le case automobilistiche americane a produrre di più in patria, e quelle estere a spostare la produzione direttamente negli USA. Ma gli effetti non sono così semplici da prevedere.

Il primo impatto si è visto in borsa. Le azioni delle grandi case automobilistiche, europee e americane, sono crollate. BMW, Mercedes, Volkswagen: tutte giù. General Motors ha perso quasi il 10% a Wall Street in un solo giorno. Perché? Perché i dazi significano costi più alti, vendite più difficili e margini ridotti.

E non parliamo solo di auto straniere. Anche molti veicoli americani vengono assemblati con pezzi importati. Se aumentano i costi di quelle componenti, aumenta anche il prezzo finale. Risultato: auto più care, consumatori scontenti e rischi reali per l’occupazione.

E quando un paese alza i dazi, gli altri non stanno a guardare. Canada, Giappone e Unione Europea hanno già annunciato contromisure. È così che nascono le guerre commerciali: uno colpisce, l’altro risponde, e alla fine tutti tassano tutti.

Nel frattempo, mentre la borsa scende, l’oro sale. Quando i mercati traballano e il futuro diventa incerto, gli investitori si rifugiano nei beni più stabili. E l’oro è il rifugio per eccellenza. Risultato: ha quasi raggiunto i 3’100 dollari l’oncia (che equivale a circa 31,1 grammi), toccando un record storico. È come un termometro: più la situazione si scalda, più l’oro si infiamma. E adesso la febbre è alta.

La domanda vera è: funzionerà? Trump spera di riportare lavoro nelle fabbriche americane, ma il mondo non è più quello degli anni ’80. Le catene produttive sono globali, le aziende sono collegate in tutto il mondo, e nessuno produce tutto da solo. I dazi piacciono a una parte dell’elettorato, ma non è detto che risolvano i problemi. D’altra parte, un po’ di produzione locale in più potrebbe non far male, né all’occupazione né all’ambiente. Come spesso succede, la ragione – e forse anche l’efficacia – sta nel mezzo.