L’inflazione rallenta anche in Svizzera. A confermarlo sono i dati del mese di gennaio appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica. Rispetto al mese precedente i prezzi sono cresciuti dello 0.2% mentre rispetto al mese di gennaio dell’anno scorso l’aumento è stato dell’1.3%. A segnare i principali cambiamenti vediamo alcune voci che potrebbero incuriosirci. Ad esempio, notiamo una riduzione di ben il 7.8% del prezzo degli indumenti e delle calzature. Le signore che ci leggono avranno subito capito a che cosa è dovuta questa diminuzione… Ma naturalmente ai saldi di stagione! Come ogni volta anche in questo caso gli indicatori economici dimostrano quanto siano fortemente collegati alla realtà di tutti giorni.
Al contrario purtroppo non è tardato un aumento che era già stato annunciato, ossia quello dell’elettricità che nell’ultimo mese ha mostrato un aumento sia su base mensile che su base annuale di quasi il 18%. Altra voce che non poteva mancare era quella delle assicurazioni dei veicoli che vedono un aumento di quasi il 5%. Gli aumenti che toccano anche il settore della ristorazione.
Ma quello che ci appare ancora più interessante dei dati del singolo mese, è la nuova composizione dell’indice dei prezzi al consumo. Sappiamo che in Svizzera la revisione totale del carrello della spesa del consumatore medio avviene ogni 10 anni. Detto questo dei piccoli correttivi vengono fatti di anno in anno. Come sempre non ci sono modifiche sostanziali da un anno all’altro, anche perché sappiamo che c’è una certa stabilità nei consumi delle famiglie e anche un certo ritardo nell’adeguarli anche a variazioni importanti di reddito. Perché muti radicalmente il carrello della spesa devono avvenire dei fatti di portata epocale come per esempio una guerra o di recente la pandemia. Fortunatamente l’anno scorso è stato un anno relativamente tranquillo per cui non ci sono state importanti modifiche. La spesa relativa all’abitazione e all’energia rimane quella più importante e assorbe circa il 25% del budget, seguono la salute con il 15% (ricordiamo che qui non rientra il premio dell’assicurazione malattia) e i trasporti con circa l’11.5%. Questa voce ha registrato una piccola variazione al ribasso di mezzo punto percentuale. Chi invece ha guadagnato importanza nella nostra spesa mensile è la voce legata ai ristoranti e al settore alberghiero che è salita dal 9.3% al 10% del nostro budget mensile. Percentuale questa che è anche quella che destiniamo all’acquisto dei generi alimentari e che rimane stabile. Per il resto non ci sono altri grandi cambiamenti.
Detto questo sappiamo che l’indice dei prezzi al consumo non è l’unico indicatore che ci dà informazioni sull’andamento dei prezzi, anzi. Forse ancora più importante è l’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione che anticipa ciò che capiterà al prezzo dei beni quando arriveranno allo scaffale. In questo caso segnaliamo che l’indice dei prezzi alla produzione è rimasto pressoché stabile sia su base mensile che su base annuale mentre l’indice dei prezzi all’importazione si è ridotto in maniera importante segnando -1.6% su base mensile e ben -6.5% su base annuale. Questa importante differenza è riconducibile alla riduzione notevole del prezzo dei prodotti petroliferi e del gas che ricordiamo l’anno scorso di questi periodi raggiungevano livelli storicamente elevatissimi.
Cosa ci attendiamo quindi per il futuro? Teniamo le dita incrociate e speriamo che la corsa dell’inflazione sia effettivamente terminata.
Per fortuna i robot e i macchinari in generale non ci ruberanno il lavoro. A confermarlo è l’ufficio federale di statistica attraverso una rilevazione di dati che potremmo definire indiretta. Vediamo perché.
Già nel 1800 circa Adam Smith aveva individuato nella separazione del lavoro in tante piccole fasi di produzione distinte un importante vantaggio. Se l’operaio doveva dedicarsi a un’unica fase della lavorazione di un prodotto, la produttività dello stesso sarebbe aumentata e di conseguenza la produzione. Le ragioni che individuava Smith erano tre. La prima è che la persona che si dedica sempre alla stessa attività, diventa più abile e quindi produce una quantità maggiore di beni. La seconda è che rimanendo fermi a fare sempre la stessa attività, non si perde tempo per cambiare postazione e quindi si riuscirà a produrre di più. Infine la terza ragione è quella che riallacciamo al concetto di automazione. Dal momento che l’individuo fa un’azione limitata e ripetitiva è molto probabile che nel tempo si svilupperà un macchinario che potrà sostituire questa attività consentendo quindi ancora una volta di aumentare la produzione. Naturalmente, Smith che era un grande economista aveva individuato anche i grossi rischi per le persone legati alla divisione del lavoro e che emergeranno in maniera forte con l’implementazione delle famose catene di montaggio di Ford.
Ma torniamo alle nostre statistiche. Diamo subito una bella notizia: in Svizzera il rischio di essere sostituiti nel proprio lavoro da una macchina è tendenzialmente più basso che nel resto d’Europa. La stima avviene misurando diverse caratteristiche del mondo del lavoro. Ad esempio misuriamo l’uso degli strumenti informatici, la quantità di tempo dedicata a svolgere i compiti intellettuali e i compiti manuali e valutiamo questi compiti in funzione della ripetitività e dell’autonomia. Ripetitività delle attività e mancanza di autonomia sono gli stessi concetti che avevano portato Adam Smith a sostenere la creazione di macchinari per svolgere questi lavori.
Dai dati pubblicati scopriamo che in Svizzera più di un terzo delle persone lavora sempre utilizzando strumenti informatici, mentre solo il 13% non li utilizza mai. I settori economici in cui l’uso dell’informatica è maggiore sono quello dell’informazione e della comunicazione, delle attività finanziarie e assicurative come anche quello delle attività tecniche scientifiche e l’amministrazione pubblica.
In maniera analoga scopriamo che metà della popolazione occupata dedica una parte delle sue ore lavorative a compiti intellettuali come la lettura dei documenti tecnici o calcoli complicati.
Ma forse i dati più interessanti riguardano il fatto che meno del 5% delle persone occupate ritiene la sua attività professionale come molto ripetitiva. In questo caso emerge un evidente legame con il grado di formazione: in effetti la percentuale più bassa, 2.3%, è quella registrata tra le persone che hanno una formazione terziaria.
Se a tutti questi dati aggiungiamo che meno di una persona su 10 dichiara di avere poca autonomia nel suo lavoro, ecco che il quadro ci appare delineato.
La percentuale di persone che ha un lavoro altamente ripetitivo e un basso livello di autonomia, ossia proprio quelle professioni che più facilmente possono essere sostituite da un macchinario, è molto bassa ed è dell’1%. Al primo posto della classifica troviamo il Lussemburgo con lo 0.9%, mentre all’ultimo la Slovacchia con l’11.4%.
Questo dato non ci mette al riparo da tutti i problemi del mercato del lavoro, ma quantomeno indica che il rischio di automazione nel nostro paese è molto basso. Ciò che dovrebbe rincuorarci quindi è che la nostra economia fortunatamente presenta una piccola parte di lavori ritenuti ripetitivi, poco autonomi e, aggiungiamo noi, probabilmente logoranti.
Dopo la decisione di qualche giorno fa della Banca centrale europea (BCE) di mantenere i tassi di interesse di riferimento inalterati, questa settimana è stato il turno della Federal Reserve (FED) e della Banca d’Inghilterra (BoE). Anche loro hanno confermato che per il momento non prevedono delle riduzioni. Così i tassi europei rimangono tra il 4-4.75%, quelli americani tra il 5.25-5.5% percento e quelli inglesi al 5.25%. Se è vero che le decisioni delle più importanti banche centrali vanno nella stessa direzione, non possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda l’andamento dell’economia reale. Sicuramente ad accomunare le economie più sviluppate c’è il rallentamento dell’inflazione che dimostrerebbe la validità delle scelte fatte in ambito di politica monetaria restrittiva. Sono altri i dati che tendono a mostrare che queste tre economie stanno vivendo momenti differenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati della crescita del prodotto interno lordo (PIL) confermano che il 2023 è stato un anno ancora estremamente positivo segnando un aumento del 3.1% . A questo dato si aggiunge quello favorevole di un mercato del lavoro in crescita, come pure dei suoi salari e di una fiducia dei consumatori e delle imprese che sembra migliorare. Lo stesso purtroppo non può essere detto nel caso dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il PIL negli ultimi tre mesi dell’anno è risultato stabile, mentre il dato annuale indica una crescita di solo lo 0.1%. Se è vero che il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, non sono arrivate ottime notizie sul fronte della creazione di nuovi impieghi e neppure su quello della fiducia per i prossimi mesi. A preoccupare ancora di più è la situazione della Germania che per decenni è stata la locomotiva d’Europa e ora arranca. Anche se a dire il vero, l’economia tedesca non si è più ripresa dalla pandemia; a quelle difficoltà si sono poi aggiunte quelle legate alla guerra in Ucraina e in particolare alle sanzioni contro la Russia che hanno impedito alla Germania di importare il gas, tra le principali fonti energetiche del Paese. Ma non solo i fattori esterni hanno giocato un ruolo negativo. Anche le difficoltà politiche di una maggioranza di governo poco incisiva hanno portato il Paese a non saper sfruttare il vantaggio competitivo che aveva nella diffusione di fonti energetiche rinnovabili e a creare importanti conflitti nella società. E gli scioperi legati all’agricoltura di questi giorni ne sono solo l’ultima manifestazione. Anche se questi non hanno ancora varcato la Manica, le cose non sembrano andare molto bene nemmeno in Gran Bretagna. Gli ultimi dati pubblicati confermano una situazione economica in stallo con previsioni per il futuro non troppo rosee. Concludendo, possiamo dire che anche se la tempesta sembra passata, se possibile meglio aspettare per uscire in mare. Pubblicato da L’Osservatore, 03.02.2024
Le cose sul fronte dei prezzi sembrano andare bene. E questo nonostante il leggero aumento generalizzato dell’inflazione durante il mese di dicembre. Nell’Eurozona i prezzi sono aumentati del 2.9% rispetto a un anno prima quando a loro volta avevano registrato un incremento di ben il 9.2%. Vediamo subito come la corsa dell’inflazione si sia effettivamente ridotta. Scopriamo anche che rispetto ai mesi precedenti di novembre e ottobre quando i prezzi avevano mostrato una decrescita (rispettivamente di -0.5% e -0.2%), Natale ha portato con sé un leggero aumento (+0.2%). Niente di allarmante anche se purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta è stata la voce del cibo, bevande alcoliche e tabacchi a mostrare l’incremento più grande (+6.1%). In generale le nazioni europee hanno mostrato questo andamento, con l’Italia che ha chiuso l’anno con un’inflazione media di +5.7%. Questo dato appare decisamente più elevato di quello svizzero che ha segnato un rincaro annuo medio del 2.1%, in discesa rispetto al +2.8% del 2022, ma molto più alto dello 0.6% del 2021. Sappiamo che in questo caso la composizione dell’indice dei prezzi al consumo e il franco forte spiegano queste importanti differenze tra la Svizzera e le nazioni europee.
Visti i dati sui prezzi, si giustifica la decisione della Banca centrale europea (BCE) di qualche giorno fa di mantenere i tre tassi di interesse di riferimento inalterati (dal 4% al 4.75%). Qualche analista molto ottimista si aspettava una riduzione che tuttavia non dovrebbe avvenire a breve date le dichiarazioni fatte dalla Presidente Christine Lagarde. In effetti, lei stessa ha voluto mettere l’accento sul fatto che i tassi rimarranno tali “per tutta la durata necessaria”. E non sembra che il famoso 2% di limite soglia per dichiarare la stabilità dei prezzi sarà raggiunto a breve.
Discorso diverso invece potrebbe farlo la Federal Reserve (FED) che si riunirà per decidere il 30-31 gennaio. In questo caso, forse anche a causa del clima che diventa sempre più sensibile alle elezioni presidenziali, potremmo aspettarci delle sorprese. La Banca d’Inghilterra invece nella sua riunione del 3 febbraio, tranne dati favorevolmente positivi dell’ultima ora, dovrebbe mantenere i tassi stabili. E noi? E noi non ci preoccuperemo fino al 21 marzo quando è prevista la riunione della Banca Nazionale Svizzera.
E allora tutto bene? Beh, non proprio. La Germania proprio in questi giorni ha confermato che il suo prodotto interno lordo (PIL) nel 2023 si è ridotto dello -0.3%, manifestando difficoltà generali nell’industria manifatturiera ma anche in quella chimica. In aggiunta gli scioperi e le proteste non sembrano dare pace a questa nazione che non ha ancora ripreso la sua crescita dalla fine della pandemia. Ma nemmeno il resto d’Europa può stare tanto tranquillo perché le proteste del mondo agricolo, confrontato con nuove regole e limitazioni per ridurre l’impatto sul clima delle loro attività, si stanno diffondendo in molte nazioni. L’agricoltura non è contraria alla transizione ecologica, ma chiede aiuto, sostegno e soprattutto fondi per realizzarla. Richieste che al momento paiono cadere nel vuoto a Bruxelles.
L’inflazione rallenta. I prezzi al consumo sia negli Stati Uniti che nelle principali nazioni europee stanno riducendo fortemente la loro corsa. Lo stesso accade anche per i prezzi alla produzione, che lo ricordiamo sono i prezzi dei beni nel momento in cui i prodotti escono dalla “fabbrica”.
Nel dettaglio possiamo segnalare la riduzione dei prezzi al consumo su base mensile nel mese di novembre in Spagna, Francia, Italia, Germania e nella Eurozona in generale. Anche gli aumenti su base annuale sono stati piuttosto contenuti e in alcuni casi persino inferiori ai due punti percentuali ritenuti quale soglia per parlare di stabilità dei prezzi. È questo il caso per esempio dell’Italia. Giova ricordare, tuttavia, che parte di questo effetto positivo è da ricondurre al fatto che proprio nei mesi di ottobre-dicembre dell’anno scorso avevamo vissuto l’impennata dei costi dei prezzi energetici (che nel frattempo fortunatamente si sono ridotti). Per questa ragione dobbiamo attendere ancora qualche mese prima di poter cantare vittoria nella lotta all’inflazione.
Anche il dato svizzero ci ha sorpresi positivamente: l’inflazione nel mese di novembre ha registrato un aumento annuo di “solo” l’1.4%; rispetto al mese precedente addirittura si registra una riduzione dello 0.2%. Ma le notizie buone finiscono qui. I dati appena pubblicati sull’andamento del terzo trimestre (luglio-settembre) del prodotto interno lordo (PIL) mostrano una crescita piuttosto contenuta (+0.3%), dopo che il trimestre precedente si era chiuso addirittura con una crescita negativa del -0.1%. Le voci che più preoccupano sono quelle che influenzeranno anche l’andamento dei prossimi mesi. In particolare, i consumi delle famiglie, gli investimenti in beni strumentali delle aziende oltre alle previsioni non troppo favorevoli delle esportazioni. È evidente che la situazione Svizzera è fortemente influenzata da quella internazionale. Il PIL dei nostri principali partner ha mostrato o una minima crescita, come nel caso dell’Italia (+0.1%) o addirittura una riduzione come nel caso della Francia e della Germania (-0.1%).
Non siamo ancora in grado di dire se questo rallentamento economico è la conseguenza delle politiche monetarie restrittive attuate per contrastare l’inflazione. Quello che è certo è che i conflitti ancora aperti in Ucraina e in Medio Oriente, uniti alle incertezze geopolitiche ed economiche, non sono di buon auspicio per il prossimo futuro. Non a caso le previsioni che gli istituti di ricerca stanno elaborando in queste settimane confermano per l’anno prossimo un tasso di crescita del PIL svizzero piuttosto contenuto che dovrebbe, purtroppo, causare anche degli effetti negativi, seppur fortunatamente contenuti, sul mercato del lavoro.
Speriamo che il Natale ci porti in dono prospettive migliori.
Una mattanza senza senso e senza pietà, che vede le donne protagoniste della cronaca di tutti i giorni. Il femminicidio è un dramma sociale che ormai va in scena quotidianamente. Una violenza patriarcale radicata anche nelle nuove generazioni, trasversale dal punto di vista geografico, che va al di là dei ceti sociali. Un analfabetismo diffuso riguardo l’affettività e le relazioni. La donna vista come oggetto d’amore, come se non avesse una propria volontà e l’uomo che non riesce a gestire l’abbandono e ha difficoltà ad accettare la libertà e l’autonomia della donna. In Svizzera le aggressioni contro le donne stanno raggiungendo livelli preoccupanti. I dati recenti dell’Ufficio Federale di Statistica della Confederazione rivelano un aumento del 3.3% nel numero di reati registrati nel 2022 rispetto all’anno precedente. Questa tendenza all’incremento crea allarme. Nel corso del 2022, sono stati registrati ben 19’978 reati di violenza domestica, di cui il 70.2% delle vittime sono donne. Reati che variano: dalle vie di fatto alle minacce, dalle ingiurie alle lesioni semplici. Un aspetto particolarmente allarmante è il numero di omicidi consumati all’interno delle dinamiche domestiche, che costituiscono il 59.5% di tutti gli omicidi registrati in Svizzera. Nel 2022, 16 omicidi sono stati commessi da attuali o ex partner, uccidendo 15 donne e un uomo. Questi dati mettono in luce la necessità di misure preventive più efficaci per proteggere le vittime e prevenire tragedie. Non possiamo tralasciare che oltre l’impatto emotivo e fisico sulla vita delle vittime, la violenza domestica abbia anche un impatto economico significativo sulla società. I numeri sono rivelatori e concreti, possono finalmente alzare un muro contro chi nega che il femminicidio sia un problema strutturale e non un’emergenza stagionale da contenere applicando pannicelli caldi. Amalia Mirante, Economista, docente della SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana), leader fondatrice del nuovo movimento politico ticinese, “Avanti”, è un’esperta di tematiche di genere: “oggi il femminicidio, la violenza di genere è strutturale e quindi l’unico intervento che possiamo pensare è quello della prevenzione. La prevenzione deve passare attraverso l’educazione; un percorso educativo che deve necessariamente riguardare tutti e in particolare gli uomini, perché il femminicidio non è una questione di donne, è una questione di uomini. Sì, quindi, a processi di educazione che devono però partire necessariamente dalla famiglia e proseguire nella scuola. Occorre travalicare i confini, per poi arrivare a parlare di formazione anche per gli operatori socio sanitari, per le forze dell’ordine, fino agli avvocati e alla magistratura. Dobbiamo destrutturare la violenza di genere e intervenire a tutti i livelli della società. Occorre avviare una serie di iniziative legate al tema dell’educazione sentimentale, affettiva, ma anche all’educazione finanziaria per giovani donne e giovani uomini”. Il suo movimento politico esiste da poco meno di un anno e ha superato già due prove elettorali difficili, ottenendo risultati ragguardevoli. Affermate di essere distanti dal modus operandi messo in atto dai partiti tradizionali. Su questo tema qual è la vostra visione? Le istituzioni possono adottare molteplici strategie per prevenire la violenza sulle donne e ridurne il costo sociale ed economico. Innanzitutto, possono implementare programmi educativi e di prevenzione nelle scuole e nelle comunità per promuovere la parità di genere e il rispetto reciproco. Inoltre, è fondamentale garantire supporto e protezione alle vittime, attraverso servizi di assistenza legale, psicologica e luoghi protetti. Le leggi devono essere severissime e le loro applicazioni efficaci, con un sistema giudiziario che punisca i trasgressori e protegga le vittime. Infine, campagne di sensibilizzazione pubblica possono aiutare a cambiare le norme sociali e a ridurre la stigmatizzazione delle vittime. Il silenzio e la mancanza di denuncia influiscono sulle spese pubbliche e sulla società nel suo complesso. Qual è l’impatto economico del femminicidio in Svizzera? Non ci sono stime recenti in Svizzera sull’impatto economico del femminicidio e della violenza di coppia in generale. Uno degli ultimi studi in questa direzione è stato fatto su mandato dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna nel 2013. In questo caso l’analisi dichiarava che le cifre esposte erano sicuramente sottostimate quantificando le spese effettive e le perdite di produttività (costi tangibili) in una cifra tra i 164 e i 287 milioni di franchi per anno. Lo stesso studio indicava che questo importo era paragonabile alle spese pubbliche che sosteneva una città di media entità in un anno. In aggiunta, si parlava di un costo di altri 2 miliardi di franchi di costi non tangibili che quantificavano la perdita di qualità della vita a causa della sofferenza e del dolore e la paura di incorrere ancora in una situazione violenta. Il fatto che non vi siano dati recenti deve far pensare ad un mero disinteresse da parte delle Istituzioni? Non ritengo che il problema sia l’assenza di studi, quanto piuttosto la mancanza di misure concrete e l’attribuzione di risorse ai compiti che dovrebbero essere svolti per dare risposta a questo tipo specifico di violenza. Quindi rinunciamo pure alla raccolta di dati specifici, ma non rinunciamo all’implementazione di misure concrete e al loro finanziamento. Lei che è un’economista può spiegarci in che modo la violenza sulle donne influisce sui settori economici, come la sanità, la giustizia e il lavoro? Tendenzialmente si suddividono i costi in tangibili e non tangibili. Potremmo anche pensarli come costi direttamente sostenuti nel primo caso e costi indirettamente pagati nel secondo (questi ultimi più difficilmente stimabili). Tra i costi tangibili possiamo annoverare quelli legati alle attività della polizia e della giustizia, alla perdita di produttività sul lavoro (a causa evidentemente delle conseguenze della violenza) e quelli legati ai servizi di supporto come le spese sanitarie, quelle di accompagnamento alle vittime e ai minori o ancora quelle di sostegno psicologico. Nello specifico, nel settore sanitario possiamo includere i costi per le cure mediche e psicologiche, in quello della giustizia i costi legati alle indagini, ai processi e ai sistemi di tutela delle vittime, mentre in quello lavorativo ci può essere l’assenteismo, la perdita di produttività e anche quella del lavoro. Non dimentichiamo tuttavia che questi costi direttamente quantificabili sono probabilmente una piccolissima parte dei “costi” non tangibili che le vittime e le persone a loro vicine sopportano per tutto il resto della vita in caso di violenza. Detto altrimenti, la violenza sulle donne va fermata, ma non per ragioni economiche. Articolo di Laura Incandela per FemeNews, 19.11.2023
Intervista di Simonetta Caratti pubblicata su La Regione 24.11.2023
Tutto aumenta: affitto, elettricità, casse malati, Iva, beni di prima necessità. Rincari che scavano un divario ancora più grande col resto del Paese
Al peggio non sembra esserci fine. Sapevamo che lo stesso impiego in Ticino è pagato meno (anche del 30%) rispetto a Berna, Zurigo, Losanna, Ginevra… ma che il rischio di povertà fosse addirittura quasi il doppio nella Svizzera italiana (attorno al 24%) rispetto alla media nazionale (15%) la dice lunga sull’abisso che si sta scavando tra noi e gli altri cantoni. A sud delle Alpi ogni aumento di spesa pesa sul bilancio familiare come un macigno. Sempre più residenti per sopravvivere vanno ad allungare la fila da Caritas, Croce Rossa, Soccorso d’inverno, Tavolino Magico, alle mense sociali e altri enti caritatevoli.
Tutto costa di più, sempre di più e le entrate sono ferme al palo. Il rincaro dei generi di consumo e dell’Iva, l’aumento delle pigioni e dei premi di cassa malati stanno togliendo il sonno a tanti ticinesi. Non si vede mai la fine. Da noi, quasi un anziano su tre è povero: una fetta di precarietà cinque volte superiore rispetto a quella di Basilea Città e tre volte superiore rispetto a quella di Zurigo (secondo uno studio di Pro Senectute). Eppure la Costituzione federale stabilisce che la pensione dovrebbe coprire adeguatamente i bisogni fondamentali. Beh, per troppi non è così. E c’è qualche pensionato forzato a emigrare dopo una lunga e onesta vita lavorativa. Assai indigesta l’ultima trovata del Consiglio federale, che intende ridurre il limite di esenzione dall’imposta sul valore aggiunto per le merci acquistate oltre confine. Per semplificare: chi fa la spesa oggi in Italia per un importo massimo di 300 franchi non deve pagare nessuna imposta sull’importazione (oggi del 7,7%, dal 1° gennaio dell’8,1%) e quando rientra in Svizzera può anche farsi rimborsare l’IVA italiana. Un domani, il tetto potrebbe essere abbassato a 150 franchi, rendendo di fatto meno vantaggioso lo shopping transfrontaliero. “Significa infierire ulteriormente su un cantone già in emergenza sociale. Il Ticino cammina verso un’economia sussidiata dallo Stato. È come se avessimo due Svizzere: una viaggia a forte velocità e genera benessere e poi c’è il Ticino che, pur stando nella stessa nazione, ha una velocità di crociera molto più lenta per la sua situazione storica, geografica di frontiera”, precisa l’economista Amalia Mirante docente a Supsi e Usi. Vediamo perché.
Tutto aumenta: affitti, Iva, elettricità, premi di cassa malati… fino a quando ce la faranno i ticinesi?
Purtroppo sembra realizzarsi la tempesta perfetta. Le persone non possono rinunciare a una serie di beni basilari, come ad esempio l’affitto: cambiare appartamento non serve perché il mercato immobiliare resta quello. Stesso discorso per la bolletta dell’elettricità: si può risparmiare ma fino a un certo punto, chi vive in un palazzo può fare ben poco.
Anche fare la spesa alimentare costa di più… e ora Berna vorrebbe pure abbassare da 300 a 150 franchi la franchigia per chi fa gli acquisti oltre confine. Che ne pensa?
Ridurre la franchigia a 150 franchi per la spesa in Italia significa infierire su chi vive in Ticino e ha tutto il diritto di far quadrare meglio il bilancio familiare, facendo la spesa in Italia. La gente non può smettere di mangiare, possiamo solo sperare che freni l’aumento dei prezzi. A subire il contraccolpo maggiore sono il ceto medio e quello basso.
A pesare maggiormente è il continuo aumento del premio di cassa malati?
Dobbiamo pagarlo, non si scappa e i continui aumenti stanno fragilizzando drammaticamente diverse fasce di popolazione. Molti anziani sono forzati a trasferirsi all’estero. C’è chi ha lavorato onestamente tutta una vita in Ticino, ma avendo percepito salari medio bassi, può accedere solo al minimo del sistema pensionistico. Senza risparmi non ce la fa. Non volendo pesare sui figli, c’è chi deve emigrare. È davvero una situazione drammatica. Dobbiamo pensare a nuovi modelli di assicurazioni sociali che insieme all’Avs introducono meccanismi di compensazione soprattutto a beneficio degli anziani. Nel 1948 l’Avs era la scelta giusta per quella società, oggi dobbiamo pensare nuovi sistemi. Non ne usciamo scaricando l’aumento dei premi sulle persone. In troppi non riescono più a pagare.
Il resto della Svizzera sembra sopportare meglio questi continui aumenti: ci vorrà tempo prima che qualcosa cambi?
Nel resto della Svizzera c’è poca conoscenza della accentuata fragilità economica del Ticino, dove un aumento del 10% dei premi cassa malati può far scoppiare un’emergenza sociale. Dove è il confine, per dire basta? Dobbiamo arrivare a 200mila persone che non riescono a pagare i premi di cassa malati? Toccherebbe alla Confederazione calmierare i premi per tutti.
Tutto costa di più e i salari non stanno al passo, fino a quando ancora si può tirare la corda in Ticino?
In Ticino il rischio di povertà e di disagio è molto più grande rispetto ad altri cantoni. Senza ombra di dubbio, perché da noi i salari sono più bassi. Le categorie più a rischio sono le famiglie monoparentali, i pensionati, le persone straniere, anche il livello di formazione gioca un ruolo importante. Ma la prima causa di questa differenza rimane il salario che oscilla tra il 16-20% in meno rispetto a quello medio nazionale. Si arriva anche a punte del 30% in meno rispetto al salario medio di Zurigo. È come se avessimo due Svizzere: una viaggia a forte velocità, quindi sa generare benessere (produzione, invenzione, ricerca e sviluppo) e un Ticino che, pur avendo la fortuna di essere nella stessa nazione, ha una velocità di crociera molto più lenta per la sua situazione storica, geografica di frontiera.
È pur vero che il Canton Ticino eroga molti aiuti sociali…
Fortunatamente lo Stato sociale è molto buono (anche se perfettibile) in Ticino. Analizzando quanto lo Stato deve investire per sostenere i suoi cittadini, emerge una grande differenza rispetto ad altri cantoni, dove invece i cittadini riescono a vivere dignitosamente col loro stipendio. Il Ticino cammina verso un’economia sussidiata dallo Stato. Politicamente dovremmo accettare questo fatto e trovare soluzioni.
Ci sono altri cantoni, di frontiera, messi male come il Ticino?
Misurando il differenziale dei salari tra frontalieri e residenti, si osserva che la situazione del Ticino è unica. A Sud delle Alpi, la paga dei frontalieri è in media del 20% più bassa rispetto ai residenti, esercitando una pressione al ribasso sui salari. Altri cantoni proteggono meglio il loro mercato del lavoro, spesso il salario mediano dei frontalieri è addirittura più alto di quello dei residenti. Questo significa che si sta attingendo a lavoratori molto qualificati e ben retribuiti. Di conseguenza c’è una pressione al rialzo sui salari.
In Ticino è esattamente il contrario. Oltre ad avere i salari più bassi della Svizzera, abbiamo anche una concorrenza al ribasso da parte dei frontalieri. Questo ci dicono i dati. In più, ora l’Italia sta correndo al riparo per frenare l’emorragia di lavoratori verso il Ticino.
È anche una questione di numeri… viste le differenze salariali, parecchi laureati lasciano il Ticino a caccia di migliori possibilità nel resto della Svizzera. Una tendenza da invertire?
Il Ticino non fa nulla per tenersi i giovani residenti qualificati o anche gli over 50 con competenze eccellenti. Ci lamentiamo ad esempio che mancano i medici ma non mettiamo in discussione il numero chiuso. Gli studenti di medicina costano, conviene “comprarli” all’estero. Ma gli altri non stanno a guardare. La Germania vuole introdurre una tassa sui medici formati da loro e rubati dalla Svizzera.
In più, ci sono anche i ventilati tagli governativi per risanare le finanze pubbliche…
Non c’è dubbio che le finanze pubbliche debbano essere in ordine. Il Governo ha fatto un’analisi contabile dei 4,2 miliardi di spesa. Quello che ci aspettiamo dall’Esecutivo è invece un’analisi a 360 gradi di ogni franco investito, in modo da scovare i doppioni, le spese inefficaci. I risparmi vanno fatti dove è possibile farli. Non si risparmia linearmente su chi è in uno stato di bisogno. Lo stesso vale per dipendenti pubblici a cui il Governo chiede un contributo di solidarietà: non si fa quando tutto aumenta. Occorre cambiare mentalità!
Come abbiamo più volte anticipato il rallentamento economico mondiale avrebbe presto tardi mostrato i suoi effetti anche sulla nostra economia. E così è stato nel mese di ottobre. Il commercio estero svizzero ha fortemente rallentato la sua corsa rispetto ai precedenti due mesi dove aveva segnato dati record. Leggendo un po’ superficialmente la notizia che dice che la bilancia commerciale chiude con una eccedenza di 3.4 miliardi di franchi saremmo tentati di pensare che le cose vanno bene. Ma purtroppo non è così. Ricordiamo che la bilancia commerciale rappresenta la differenza tra le esportazioni e le importazioni di una nazione. Nel nostro caso rimane ancora positiva perché purtroppo entrambe le componenti hanno mostrato una riduzione rispetto ai mesi precedenti.
Prima di addentrarci nell’analisi dei settori che più hanno sofferto in questo ultimo mese e di quelli che invece hanno gioito di un aumento delle vendite all’estero, ricordiamo che la Svizzera è un paese esportatore Netto, quindi vende all’estero non solo più di quello che compra dall’estero, ma cosa ancora più importante produce di più di quello che consuma. Ciò implica che grazie a questa produzione aggiuntiva riusciamo a tenere migliaia di posti di lavoro in Svizzera che altrimenti andrebbero all’estero. Stimiamo in maniera un po’ approssimativa, basandoci sul fatto che ben il 10-12% del nostro prodotto interno lordo (PIL) dipende dalle esportazioni nette, di riuscire a garantire in Svizzera 400-450.000 posti di lavoro.
È proprio questa la ragione che spesso conduce i nostri partner internazionali a guardarci con un certo dispetto.
Ma torniamo alle nostre esportazioni. Sappiamo che il settore principale è quello della chimica e della farmaceutica e non a caso è proprio questo che ha sofferto maggiormente passando da circa 13.5 miliardi di franchi di esportazioni nel mese di settembre agli 11 miliardi del mese di ottobre. In termini nominali si tratta di una riduzione di quasi l’11% che scende al 7% quando togliamo l’effetto dei prezzi (quindi quando guardiamo al dato reale). Curiosando tra le sue componenti che vanno dai prodotti farmaceutici a quelli immunologici, dai medicamenti ai principi attivi vediamo che nessuna componente ha mostrato una crescita.
Ma anche negli altri settori le cose non sono andate bene, anche se hanno tenuto. Tra questi segnaliamo i macchinari e l’elettronica, l’orologeria e anche gli strumenti di precisione (che in questo caso hanno mostrato un tasso di crescita di oltre il 4%).
Ma perché le esportazioni rallentano? Come più volte detto la Svizzera è un’economia globale e quindi è fortemente legata a quanto succede nel resto del mondo. E anche in questo caso la realtà ce lo dimostra. Le esportazioni svizzere sono diminuite in tutti e tre i principali mercati. Verso l’America del Nord si registra il -14.1%, verso l’Asia il -6.9% verso l’Europa il -5.3%. E proprio all’interno dell’Europa segnaliamo nuovamente la grande difficoltà che sta affrontando la Germania, nostro principale partner commerciale. Proprio oggi è stata confermata la crescita negativa dello -0.1% del prodotto interno lordo (PIL) tedesco del terzo trimestre. Non parliamo ancora di recessione, ma i dati conseguiti nei primi nove mesi dell’anno (primo trimestre 0.0%, secondo trimestre +0.1% e ora -0.1%) non fanno altro che confermare le difficoltà incontrate dalla ex locomotiva d’Europa. Noi, da parte nostra possiamo solo augurarci che torni presto a trainare la crescita europea.
Il 1 novembre a Londra si è tenuto il primo vertice mondiale sull’intelligenza artificiale. A questo incontro hanno partecipato 28 nazioni che hanno raggiunto un accordo per regolamentarne lo sviluppo. La dichiarazione di Betchley (nome del luogo dell’incontro) riconosce l’importanza dell’intelligenza artificiale, ma ne mette in evidenza anche i possibili abusi. Forse che la nevrosi ci sta un po’ assalendo? Negli scorsi mesi abbiamo visto persino gli attori di Hollywood scioperare invocando il divieto dell’uso dell’intelligenza artificiale. In termini di sicurezza nessuno nega che come tutte le tecnologie anche questa potrebbe essere utilizzata in senso negativo, ma forse l’allarmismo è eccessivo. E in effetti, in questo ambito non sono mancati altri atti. I paesi del G7 (Canada, Francia, Italia, Giappone, Regno Unito, Germania e Stati Uniti) di recente hanno approvato un codice di condotta denominato Hiroshima e che prevede 11 punti (che qui sotto vi riproponiamo). Leggendoli appare evidente come l’intelligenza artificiale sia agli occhi dei governi un grosso rischio. In nome della sicurezza con questo codice si cerca di avere un controllo sullo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale e di limitarne gli utilizzi. Ma davvero si può bloccare o incanalare il progresso tecnologico? La storia che conosciamo fino ad oggi ci ha insegnato che non è possibile fermare il progresso. E per fortuna, aggiungiamo noi. La paura che proviamo di fronte alle repentine scoperte fatte nel campo dell’intelligenza artificiale non deve essere molto diversa da quella provata quando il telaio meccanico o la macchina a vapore hanno iniziato a diffondersi. Certo oggi non mettiamo più i nostri zoccoli di legno dentro negli ingranaggi per distruggere i macchinari che avrebbero portato via i posti di lavoro alle persone, ma l’atteggiamento sembra simile. È lo stesso atteggiamento che abbiamo visto all’inizio di questa rivoluzione 4.0. Ve lo ricordate il catastrofismo iniziale legato all’avvento dell’automazione e della digitalizzazione? Nel 2016 il WEF (World Economic Forum) diceva che avremmo perso 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020 e che le nostre condizioni di vita sarebbero peggiorate drasticamente. Per fortuna la storia ha seguito un altro corso. Ed è sempre lo stesso corso che sembra seguire la storia quando si tratta di progresso. Cerchiamo di opporci, cerchiamo di controllarlo, cerchiamo di contrastarlo. Ma la storia ci dimostra che il nostro livello di benessere è sempre dipeso proprio dalla tecnologia. E proprio per questo e proprio in un mondo dove l’informazione circola alla velocità della rete che dovremmo cambiare atteggiamento. Non cerchiamo di fermare quello che non può essere fermato. Cerchiamo al contrario di imparare a usare il progresso a nostro vantaggio e a nostra volta insegniamo a non cadere nelle trappole di chi ne vuole fare un cattivo uso. L’intelligenza artificiale significa anche diagnosi di malattie precocemente, nuove scoperte di medicamenti, nuovi metodi di apprendimento. Insistiamo per diffondere questa intelligenza artificiale.
Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.
Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.
Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%. Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.
E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…