Salari in Ticino: la sfida è trovare stabilità

Il divario salariale tra Ticino e Svizzera non si riduce, anzi si amplia: nel 2024 aumenta al 18,7%, contro il 17,6% del 2022. Non è un salto brusco, ma conferma una dinamica sfavorevole. Le ragioni sono strutturali. Storicamente il mercato del lavoro ticinese si è sviluppato senza una vera fase industriale e ha puntato su servizi, commercio e turismo, settori con salari mediamente più bassi e più sensibili all’andamento economico. A ciò si aggiunge la posizione di frontiera: ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri che accentuano la concorrenza sui salari e rendono più difficile garantire impieghi stabili e ben retribuiti ai residenti. La struttura occupazionale rimane fragile, con molti posti a basso valore aggiunto e una quota crescente di lavoratori che non raggiunge un reddito sufficiente, tra salari bassi, part-time non desiderati e forte precarietà.
È però importante precisare che, se consideriamo solo i residenti, il divario con la media svizzera scende al 10,7%. La composizione della forza lavoro conta: un terzo dei lavoratori attivi è frontaliero e occupato in settori dove la pressione competitiva è maggiore.
I dati analizzati riguardano oltre 130’000 posti a tempo pieno, equivalenti a quasi 154’000 salariati. Guardando alla distribuzione salariale, il 10% che guadagna meno percepisce 3’710 franchi, il salario mediano (quello che divide a metà la popolazione) è di 5’393 e il 10% più alto arriva a 9’620. I salari crescono, ma non in modo uniforme: si passa dall’aumento dell’1,5% del salario mediano al 3,6% dei salari più alti.
Accanto a questo quadro, alcuni settori registrano una riduzione dei salari rispetto al 2022. Non è ancora una tendenza, ma sono segnali da seguire con attenzione. La costruzione di edifici (circa 5’800 posti a tempo pieno) mostra un calo generalizzato; nell’industria metalmeccanica di base (3’700 impieghi a tempo pieno) la diminuzione riguarda quasi tutte le fasce. Anche il commercio all’ingrosso, un comparto di 10’000 posti, vede riduzioni nelle retribuzioni più basse e più alte. Un andamento simile emerge nei servizi finanziari non assicurativi (3’500 posti) e nelle attività di ricerca e fornitura di personale, dove il calo è quasi ovunque. L’istruzione (oltre 1’300 impieghi) segna una riduzione diffusa mentre nei servizi sanitari, quasi 7’800 posti, la contrazione tocca soprattutto i salari più elevati.
Nel complesso i salari non crollano, ma alcuni settori arretrano. Per il Ticino la vera sfida è restare agganciato al resto della Svizzera. Per questo serve affrontare le cause strutturali del mercato del lavoro e proteggere ciò che funziona, soprattutto in vista di una possibile nuova fase dei rapporti con l’Europa: il Cantone non può permettersi ulteriori slittamenti. I dati non parlano di emergenza, ma indicano con chiarezza la necessità di una rotta solida.

Pubblicato da L’Osservatore, 06.12.2025

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Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla

Tanto tuonò che piovve. Il terzo trimestre chiude con un Prodotto interno lordo (PIL) in calo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. I dati del settore chimico-farmaceutico sono quelli balzati subito all’occhio: –7,9%. Però se guardiamo bene dentro i numeri, la storia interessante non è solo la frenata delle esportazioni: i consumi privati riescono ancora a dare un contributo positivo, mentre gli investimenti mostrano una debolezza sempre più strutturale. Soprattutto quelli in macchinari.

I consumi privati crescono dello 0,4%. Può sembrare poco, ma in un trimestre in cui la principale locomotiva industriale è ferma è un risultato importante. Le famiglie spendono di più per casa, energia e sanità, ma tornano anche a frequentare ristoranti e hotel. Non è un “boom”, ma è il segnale di una domanda interna resiliente, che compensa l’assenza di slancio dall’estero. È una crescita migliore di quella di molti Paesi europei e, soprattutto, costante.

Il problema rimangono gli investimenti. Da tempo vediamo che la parte più innovativa e produttiva dell’economia svizzera fatica a mettere risorse in nuovi strumenti di lavoro: quelli in beni di equipaggiamento scendono ancora, –0,1%, dopo un trimestre già negativo (il terzo di fila). E la voce più debole è proprio l’informatica, che dovrebbe essere l’area più dinamica. Se le imprese investono poco in tecnologia dell’informazione, lo fanno per due ragioni: o perché non vedono prospettive di crescita, o perché il contesto internazionale è troppo incerto. In entrambi i casi, non è un buon segnale per il 2026.

Anche le costruzioni non mostrano un buon andamento: –0,2% negli investimenti e –0,6% come settore. È un comparto che normalmente anticipa i cambiamenti economici e che ora mostra, di nuovo, un raffreddamento. E qui torna utile incrociare il quadro macro con i dati del commercio estero appena pubblicati. Non basta dire che le esportazioni scendono dello 0,3% a ottobre: il rallentamento internazionale è esattamente il contesto in cui le imprese decidono se rinviare investimenti, assumere con prudenza o ridurre la spesa in innovazione.

Il risultato è un’economia che sta in equilibrio grazie alle famiglie, mentre le imprese evitano mosse impegnative. La domanda interna regge, spinge, tiene il ritmo. Gli investimenti invece frenano la dinamica futura: senza un cambio di passo, rischiamo un 2026 con più stabilità che crescita.

Non siamo davanti a un’economia malata, ma a una che si muove con cautela. I consumi fanno il loro dovere e lo fanno bene. Ma non sappiamo fino a quando. Ogni giorno leggiamo di grandi gruppi, anche internazionali, che annunciano licenziamenti e la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Gli investimenti raccontano un Paese che aspetta di capire dove va il vento. E finché le imprese restano prudenti, l’unico motore davvero acceso resta quello delle famiglie. Che però cominciano a chiedersi se avranno ancora un posto di lavoro tra qualche mese. L’incertezza è il male peggiore per l’economia, ma al momento non abbiamo alternative. Almeno sul fronte dei dazi la partita è andata a buon fine: altrimenti i guai sarebbero stati ancora più grandi.

I Krumiri non sono solo un biscotto…

Che succede ai Krumiri? Finalmente li abbiamo visti riapparire nello scaffale con la loro confezione rossa a marchio Bistefani. Ma perché erano spariti?

Bistefani era una azienda con una  storia chiara: un marchio locale, riconoscibile, con un prodotto che le persone associano a ricordi concreti (io, per esempio, adoro mangiucchiare i Krumiri d’estate al mare in veranda bevendo un Baileys ghiacciato con mia sorella e la mia figlioccia). Quando il gruppo Bauli acquisisce Bistefani nel 2013 e decide di integrare produzione, marchio e strategia, entra in gioco una dinamica classica di economia: sfruttare le sinergie, ridurre costi fissi, usare marchi multipli per aumentare la quota di mercato. Ma accade qualcosa che spesso le aziende ignorano: il valore reale del marchio non è solo nei bilanci, ma nella mente e nel cuore dei consumatori. Cambiare qualcosa di riconosciuto e riconoscibile come la confezione, il logo, il gusto significa toccare l’essenza stessa del prodotto (agli economisti piace parlare difficile e quindi ecco qui il termine di brand equity). Se lo fai senza una narrazione forte, rischi di perdere tanto.

Nel caso dei Krumiri, la produzione viene spostata, la confezione cambia, il marchio Bistefani viene mescolato con Motta (altro marchio del gruppo). Tutto economicamente vantaggioso, se non fosse che per il consumatore “qualcosa che cambia e non è più lo stesso”. Crollo delle vendite.

Un altro esempio lo troviamo con le caramelle Sugus. Il prodotto funzionava da decenni (quasi 100 anni…) con un’identità semplice e forte. Cambiare ricetta o imballaggio significa rompere quella continuità che i consumatori danno per scontata. Il concetto tecnico qui è “path dependence” (il peso della storia): ciò che conta non è solo il prodotto oggi, ma che cosa ha rappresentato ieri e come è arrivato a essere quello che è. Modificare anche piccoli elementi rischia di produrre disaffezione. Ed è quello che è capitato.

Poi c’è Coca-Cola. Negli anni ’80 la sfida di Pepsi spinge Coca-Cola ad azzardare la “New Coke”, una nuova formula per combattere la concorrenza che si è rilevata fallimentare. Successivamente, arriva la Light che non riesce pienamente a raccogliere l’eredità del marchio originale perché si posiziona come “bevanda da dieta”. Ma alla fine arriva la risposta strategica giusta: Coca‑Cola Zero. Si crea un nuovo prodotto, con identità nuova ;“Coca-Cola senza zucchero”, gusto vicino all’originale, imballaggio forte che evita di trascinare con sé tutti i limiti della Light. Funziona.

Riassumendo:  quando un’azienda acquisisce un marchio storico e decide di cambiare qualcosa, dovrebbe valutare tre elementi chiave: la coerenza della , ricetta, marchio, immagine nel tempo; la percezione del consumatore; la segmentazione e posizionamento nel mercato. Ignorarli significa rischiare la perdita di fedeltà, anche se tutti i conti industriali quadrano.

Per chi dirige, per chi decide strategie, la lezione è che non è sufficiente integrare, razionalizzare, ridurre costi. Bisogna rispettare quel legame emotivo che il consumatore ha costruito con il marchio. È lì che risiede il vero valore. Se lo vivi come un elemento “di secondo piano”, allora anche la strategia più raffinata rischia di diventare un grande fallimento.

Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori

Il 14 novembre 2025 arriva finalmente un po’ di calma nei rapporti tra Stati Uniti e Svizzera. Dopo mesi di nervosismo sui dazi, le due parti hanno trovato un accordo: Washington taglia i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39% al 15%. Una sforbiciata che non risolve tutto, ma riporta un po’ d’ordine in una relazione che negli ultimi tempi era diventata tesa.

Ovviamente l’accordo non è piovuto dal cielo. La Svizzera ha accettato di togliere i dazi su alcuni prodotti americani e di introdurre quote preferenziali su carne di manzo, bisonte e pollame. Uno scambio abbastanza classico: continuare a commerciare proteggendo settori “delicati” dei due paesi.

A conferma che serviva muoversi in fretta, proprio ieri Swissmem ha reso noto un nuovo calo nelle esportazioni dell’industria tecnologica, con metalli e meccanica sotto pressione. Un messaggio abbastanza chiaro: il settore non aveva più margine per aspettare.

E qui va detto chiaramente: l’accordo non è merito solo delle diplomazie. Il 5 novembre diversi imprenditori svizzeri, quelli che negli USA investono, esportano e rischiano in prima persona, sono andati a trattare sul posto. Hanno spiegato cosa stava succedendo alle aziende, ai lavoratori e alle catene di fornitura. Hanno portato numeri e casi concreti, e hanno dato una spinta decisiva al negoziato. Non è la prima volta che il settore privato aggiusta dove la politica tentenna.

Sul fronte degli investimenti c’è poi un impegno importante: circa 200 miliardi di dollari (160 miliardi CHF) di aziende private negli Stati Uniti entro il 2028, con focus su innovazione, tecnologia e formazione. Non è solo una cifra scenografica. È il segnale di due economie (anche se con potere diverso) che sanno di essere più forti se collaborano.

Risultato: per le imprese svizzere si apre una fase un po’ più stabile e un po’ meno costosa. Buona notizia. Ma servirà attenzione, perché il contesto globale resta turbolento, con tensioni economiche e geopolitiche che rendono il franco svizzero ancora più forte.

E questo, se troppo forte, diventa l’ennesimo problema per l’industria di esportazione. 

Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano già intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unità rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento è stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sé questo non è per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilità attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sì che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilità geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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«Così rovinate il Ticino e i ticinesi»

Le aziende “recluta frontalieri” che pagano i dipendenti col minimo salariale sono in aumento.

BELLINZONA/ LUGANO – Camminano sul filo di lana. Rispettano la legge, pagando i dipendenti il salario minimo. Ma allo stesso tempo risultano dannose per il Ticino e per i ticinesi. Sono le “aziende recluta frontalieri”. Una vera piaga per la Svizzera italiana. Che si declina in varie forme. Strutture sanitarie, fabbriche, aziende di produzione. E tanto altro. «Tutti guardano e nessuno fa niente», sostiene Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti Ticino&Lavoro, interpellata da tio.ch.

Aziende che rispettano il minimo salariale e che allo stesso tempo sono piene di frontalieri. Le domande dovrebbero sorgere spontaneamente.
«Grazie al cielo è stato istituito un minimo salariale, tra i 20 e i 20 franchi e 50 all’ora, a dipendenza del settore. In passato avevamo situazioni da 12-13 franchi all’ora. Ma non possiamo accontentarci. È evidente qual è il giochino fatto da chi gestisce queste aziende».

Spieghiamolo.
«Arruolano quasi solo frontalieri perché con quella paga in Italia si vive. I residenti invece sono penalizzati: non vengono assunti e se vengono assunti non vivono senza l’aiuto dello Stato. E i residenti a cui viene detto no, sono tanti: più di quelli che immaginiamo».

Se qualcuno reclama, non succede nulla.
«No. Appunto. Perché la legge è rispettata. Ma resta comunque un gioco al massacro. Una guerra tra poveri. I residenti che lavorano in queste aziende fanno fatica ad arrivare a fine mese e questo non è sintomo di un Paese che si sviluppa, anzi».

Chi vive qui, non ha quasi margini col salario minimo…
«Figuriamoci se riesce a risparmiare qualcosa: impossibile. Senza dimenticare che stipendi bassi equivale a pagare bassi contributi previdenziali che portano a ipotecare una vita difficile anche quando si arriverà alla pensione». 

Per forza di cose, questi residenti sono obbligati a ricorrere all’aiuto sociale. 
«La cosa grave è che già oggi tanti pensionati devono andarsene perché non ce la fanno più a vivere in questo Cantone. È una situazione su cui bisogna intervenire».

Perché nessuno si sta opponendo a questo trend?
«La politica dice che non si può fare niente. Non è vero. Certo, le direttive sul salario minimo sono dettate a livello federale. Ma ci sono i metodi per cambiare le cose, basta volerlo. Con le aziende si parla. Ed esistono anche altre possibilità».

Ad esempio?
«Si potrebbero incentivare diversamente le aziende virtuose. Perché il rischio è che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualità di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il frontalierato per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di più loro, presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza sleale».

Domanda schietta: alcuni politici hanno interessi personali nel mantenere questa situazione?
«Mi auguro proprio di no. Perché altrimenti si giustifichino nei confronti dei cittadini di questo Cantone».

D’accordo. Ma i Comuni per esempio? Non dicono nulla pur sapendo di avere sul loro territorio delle aziende fatte praticamente solo di frontalieri.
«Inutile nascondersi. Nelle casse dei Comuni arrivano indirettamente dei soldi che derivano dalle imposte alla fonte. Ci guadagnano anche i Comuni da questa storia».

Quanto dumping creano queste aziende?
«Il rischio è altissimo. Pensate se tutte le aziende facessero così. E non si tratta solo di salari, la questione è ancora più grave. Da una parte, se continuiamo a consentire la presenza di migliaia di posti di lavoro che non riescono a garantire salari svizzeri sul nostro territorio, vuol dire che continuiamo a sviluppare un modello ticinese di “Cina (di una volta) della Svizzera”». 

E dall’altra?
«Dall’altra si parla di aziende che potrebbero pagare salari ben più alti, ma non lo fanno. E in questo caso, che prospettive professionali diamo ai nostri giovani se noi per primi non riconosciamo il valore delle competenze e delle qualifiche? Il nostro Cantone rischia di diventare un Cantone fabbrica dove si arriva al mattino, si lavora e si vive altrove la notte. Quando addirittura non si scappa del tutto. Così si stanno rovinando il Ticino e i ticinesi».

Intervista di Patrick Mancini pubblicata su Ticinonline, 31.10.2025

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Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio

In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dell’offerta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI è sceso fino a circa 57 dollari ed è poi risalito sopra 60, mentre il Brent è rimasto più alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent è il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI è il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato l’uso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non è arrivata solo dal Cremlino ma dall’Asia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioè punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. È bastato questo per irrigidire i flussi.

Poi è toccato all’Iran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e società legate alla “flotta ombra” di Teheran (l’insieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilità, usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent è salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.

Anche l’Unione Europea è intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19° pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.

Dalla metà di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori però sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, l’altra pensa che il rallentamento industriale globale porrà un tetto ai rialzi.

Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente più alti, attorno ai 63–65 dollari. Ma la questione non è tanto il livello del prezzo, quanto la volatilità. Il petrolio non misura più il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.

E questo è il nodo politico: il petrolio non è più un carburante, è uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non è l’economia, è la politica. E finché sarà così, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.

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Una pensione a metà per chi lavora a metà

Uno studio appena pubblicato dalla Società degli Impiegati del Commercio Svizzera (SIC) e dalla Hochschule für Wirtschaft Zürich (HWZ) mostra un problema noto ma ancora irrisolto: molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un impiego, restano esclusi dal secondo pilastro della previdenza professionale. Sono il 9,2%, quasi uno su dieci.
Il sistema LPP si basa sulla capitalizzazione individuale, che però si attiva solo oltre una soglia di reddito annuo, oggi 22’680 franchi. Sotto questa cifra non si è assicurati e non si accumula alcuna rendita. È un meccanismo pensato per un mondo del lavoro che non esiste più: quello a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali.
Oggi invece il 40% delle persone lavora a tempo parziale e circa l’8% ha più impieghi. Chi divide le ore tra più datori o lavora su chiamata spesso non supera la soglia con nessuno di essi e i salari non si sommano: il risultato è la mancanza totale di copertura previdenziale.
Il fenomeno riguarda tutti, ma le donne sono le più colpite: lavorano part-time quasi tre volte più degli uomini e, nel commercio al dettaglio, oltre l’80% di chi resta sotto la soglia è femminile. È l’effetto di carriere frammentate e di politiche familiari ancora troppo rigide.
Alcuni correttivi esistono già: alcune casse pensioni permettono di ridurre la deduzione di coordinamento o di aderire volontariamente anche sotto la soglia; in altri casi conviene accorpare gli impieghi presso un datore principale. Per chi resta escluso, l’unico strumento resta il terzo pilastro, che però non basta a compensare intere carriere “scoperte”.
La tendenza è chiara: le nuove generazioni cercano flessibilità, orari ridotti e lavori multipli. È una scelta legittima, ma il sistema previdenziale non è stato progettato per questo. Se non cambiamo rotta, una parte crescente della popolazione rischia la povertà nella vecchiaia.
Serve una riforma seria, che parta da piccoli passi come rivedere la soglia LPP, sommare i salari, favorire l’affiliazione sotto la soglia, coordinare meglio II e III pilastro, ma che allo stesso tempo guardi lontano. Il nuovo mercato del lavoro, la bassa natalità e l’aumento della speranza di vita impongono un ripensamento generale.
Forse dovremo pensare a due fasi distinte della vita: quella lavorativa e quella di pensionamento. Ma anche il sistema sociale e sanitario dovranno cambiare: invecchiare non è malattia, fa parte del decorso della vita.

La credibilità fiscale come variabile politica

Clamoroso pareggio tra Italia e Francia. Se fosse una partita di calcio, questo sarebbe il titolo migliore. Sì, perché oggi Italia e Francia pagano lo stesso tasso d’interesse per finanziare il proprio debito pubblico, segnale che i mercati percepiscono i due Paesi come rischiosi in misura simile.
È un dato eccezionale se si considera la situazione di soli tre anni fa. In ottobre del 2022, poco prima dell’insediamento di Giorgia Meloni e a pochi mesi dalla rielezione di Emmanuel Macron, l’Italia per finanziare il suo debito pagava quasi il 4,8%, la Francia il 2,9%, la Germania il 2,4%. Oggi, le prime due sono entrambe intorno al 3,6%, mentre Berlino resta al 2,7%.
La differenza non sta nei numeri, ma nei percorsi. E la gestione delle finanze pubbliche ha giocato un ruolo determinante sia per l’andamento dei tassi di interesse, sia per la stabilità politica.
L’Italia ha ridotto il deficit dall’8% al 3,4% del PIL nel 2024, con l’obiettivo di scendere sotto il 3% entro il 2026. La politica di bilancio è diventata un elemento di coerenza, basata su contenimento della spesa, maggiori entrate fiscali e un equilibrio tra rigore e sostegno agli investimenti. Il debito è cresciuto, ma accompagnato da stabilità politica e un miglioramento della reputazione internazionale.
La Francia ha seguito un percorso opposto. Il deficit è rimasto elevato (5,8% del PIL nel 2024), il debito ha superato il 116% e i rendimenti sui titoli di Stato hanno continuato a salire. L’instabilità politica, con sei governi in tre anni, ha indebolito la programmazione economica. In un quadro di instabilità parlamentare e tensione sociale, ogni tentativo di consolidamento dei conti pubblici si è rivelato impossibile.
Ne risulta un doppio paradosso: un’Italia percepita come più affidabile, pur restando uno dei Paesi con il debito più alto dell’Eurozona e una Francia che perde terreno, nonostante una tradizione di stabilità amministrativa. La credibilità fiscale è tornata a essere una variabile politica, non solo economica.
Anche fuori dall’Europa la lezione è la stessa. Negli Stati Uniti, lo shutdown federale (la sospensione delle attività del governo per mancato accordo sul bilancio) mostra che neppure la maggiore economia mondiale è immune da vincoli fiscali e tensioni politiche.
È un segnale che riguarda anche le realtà più piccole: il Canton Ticino si troverà nei prossimi anni a gestire la crescita della spesa sociale e sanitaria, in un contesto di risorse pubbliche limitate.
La finanza pubblica non è mai neutra. È il banco di prova della serietà e della responsabilità politica. E oggi, come ieri, la stabilità e la serietà si conquistano con i numeri, non con le parole.
L’Osservatore, 11.10.2025

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