Gli effetti concreti della guerra in Iran

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Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente all’intero sistema globale.

Il primo canale è quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilità nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). È vero che una parte rilevante di quei flussi è destinata alla Cina, ma proprio per questo l’effetto è globale: se la Cina non trova più quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, l’offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e l’annuncio dell’OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano l’incertezza.

Il problema è che il rincaro dell’energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato è pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto già fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dell’economia globale. È qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, però, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

L’incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e l’oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilità elevata: i settori più esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare l’industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. L’euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilità: è bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilità di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono l’anello finale della catena. Subiscono l’aumento dei prezzi, l’incertezza sul lavoro e la perdita di potere d’acquisto. È qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

L’Osservatore, 21.03.2026

Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

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A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.

Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.

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Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori

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Il 14 novembre 2025 arriva finalmente un po’ di calma nei rapporti tra Stati Uniti e Svizzera. Dopo mesi di nervosismo sui dazi, le due parti hanno trovato un accordo: Washington taglia i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39% al 15%. Una sforbiciata che non risolve tutto, ma riporta un po’ d’ordine in una relazione che negli ultimi tempi era diventata tesa.

Ovviamente l’accordo non è piovuto dal cielo. La Svizzera ha accettato di togliere i dazi su alcuni prodotti americani e di introdurre quote preferenziali su carne di manzo, bisonte e pollame. Uno scambio abbastanza classico: continuare a commerciare proteggendo settori “delicati” dei due paesi.

A conferma che serviva muoversi in fretta, proprio ieri Swissmem ha reso noto un nuovo calo nelle esportazioni dell’industria tecnologica, con metalli e meccanica sotto pressione. Un messaggio abbastanza chiaro: il settore non aveva più margine per aspettare.

E qui va detto chiaramente: l’accordo non è merito solo delle diplomazie. Il 5 novembre diversi imprenditori svizzeri, quelli che negli USA investono, esportano e rischiano in prima persona, sono andati a trattare sul posto. Hanno spiegato cosa stava succedendo alle aziende, ai lavoratori e alle catene di fornitura. Hanno portato numeri e casi concreti, e hanno dato una spinta decisiva al negoziato. Non è la prima volta che il settore privato aggiusta dove la politica tentenna.

Sul fronte degli investimenti c’è poi un impegno importante: circa 200 miliardi di dollari (160 miliardi CHF) di aziende private negli Stati Uniti entro il 2028, con focus su innovazione, tecnologia e formazione. Non è solo una cifra scenografica. È il segnale di due economie (anche se con potere diverso) che sanno di essere più forti se collaborano.

Risultato: per le imprese svizzere si apre una fase un po’ più stabile e un po’ meno costosa. Buona notizia. Ma servirà attenzione, perché il contesto globale resta turbolento, con tensioni economiche e geopolitiche che rendono il franco svizzero ancora più forte.

E questo, se troppo forte, diventa l’ennesimo problema per l’industria di esportazione. 

Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio

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In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dell’offerta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI è sceso fino a circa 57 dollari ed è poi risalito sopra 60, mentre il Brent è rimasto più alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent è il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI è il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato l’uso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non è arrivata solo dal Cremlino ma dall’Asia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioè punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. È bastato questo per irrigidire i flussi.

Poi è toccato all’Iran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e società legate alla “flotta ombra” di Teheran (l’insieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilità, usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent è salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.

Anche l’Unione Europea è intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19° pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.

Dalla metà di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori però sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, l’altra pensa che il rallentamento industriale globale porrà un tetto ai rialzi.

Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente più alti, attorno ai 63–65 dollari. Ma la questione non è tanto il livello del prezzo, quanto la volatilità. Il petrolio non misura più il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.

E questo è il nodo politico: il petrolio non è più un carburante, è uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non è l’economia, è la politica. E finché sarà così, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.

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Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?

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Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attività pubbliche non essenziali) dall’inizio di ottobre 2025. Il Congresso non è riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza è stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non è la prima volta che succede. L’ultima nel 2018–2019. La paralisi durò 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione è la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e l’economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilità macroeconomica è una condizione necessaria per crescere. Un Paese non può accumulare debito all’infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dell’economia è inferiore al tasso d’interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non è più sostenibile. A quel punto, non è più lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo è semplice: più alto è il debito, più crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma più risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanità, ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilità macroeconomica non è quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: è il prerequisito per mantenere competitività, attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualità.

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo l’altro perché incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e l’instabilità diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva né il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perché i costi aumentino.

La conclusione è netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilità macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertà di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino può guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura già vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non è magia, è contabilità. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

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Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo

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Il 2 aprile del 2025, quando il presidente Donald Trump ha annunciato al mondo l’entrata in vigore di nuovi dazi, in molti hanno decretato la fine degli Stati Uniti. Gli esperti non si sono risparmiati: inflazione alle stelle, disoccupazione a livelli record, delocalizzazione delle aziende nel resto del mondo, ricercatori e accademici che sarebbero fuggiti da lì a breve, isolamento internazionale.

Quasi nessuno si era preso la briga di leggere i rapporti che spiegavano quali fossero le logiche economiche che sottintendevano questa misura e quali gli obiettivi che si volevano raggiungere. Tra questi ricordiamo che l’amministrazione americana ambiva ad aumentare il gettito fiscale per contribuire al risanamento del deficit, a riportare sul proprio territorio aziende internazionali dalle quali importava merci per milioni di dollari, a ridurre il valore della moneta americana per rendere più attrattive le esportazioni, ad abolire alcune regolamentazioni degli altri paesi che limitavano le esportazioni americane. E ancora, a fare in modo di esercitare pressione sui paesi affinché acquistassero titoli del debito pubblico americano a basso tasso di interesse e a lunghissima scadenza.

Dopo quel 2 aprile, abbiamo assistito a un andirivieni di ministri e di governi che si sono recati negli Stati Uniti per cercare accordi con il presidente americano. L’unico paese che non ha ritenuto necessario mandare uno dei suoi consiglieri federali negli Stati Uniti è stata la Svizzera. Risultato: tutti i paesi hanno ottenuto dazi sopportabili, la Svizzera è stata punita con un tasso del 39%.

E arriviamo alla notizia odierna. Trump ha annunciato che introdurrà tariffe del 100% alle importazioni di farmaci, tranne per quelle aziende che hanno già stabilimenti produttivi negli Stati Uniti oppure che dimostreranno di volerlo fare con ingenti investimenti locali.

Probabilmente qualcuno degli esperti che ha ignorato finora ciò che stava accadendo (non per malafede, ma per quel bias cognitivo che ci porta a selezionare le informazioni che confermano le nostre tesi), sarà rimasto stupito nel leggere che le farmaceutiche svizzere dichiarano di non essere preoccupate di questa nuova imposizione.

E sapete perché? Perché, come spesso capita, l’economia è più veloce della politica. Dal momento che le grandi aziende hanno intuito che il vento in termini di politiche commerciali era cambiato, si sono adoperate per rispondere per tempo alle possibili minacce.

E così, per esempio, Apple aveva sin da subito annunciato investimenti miliardari negli Stati Uniti (l’ultimo in agosto di 100 miliardi di dollari, ca. 86 miliardi CHF). Ma così hanno fatto tante altre. Tra queste non sono mancate le aziende farmaceutiche svizzere, che hanno di fatto anticipato i tempi e dato risposta alle misure sul settore.

Se dovessimo tirare oggi le somme, a distanza di sei mesi dagli annunci di Trump, dovremmo riconoscere che le Cassandre anche questa volta hanno sbagliato. L’inflazione è sotto controllo. Il mercato del lavoro, anche se in rallentamento, tiene. Le entrate fiscali sono aumentate.

Gli Stati Uniti vanno avanti non solo a mantenere, ma probabilmente a rafforzare ancora di più il loro ruolo di potenza mondiale. E infine le aziende stanno investendo negli Stati Uniti ed è lì che creeranno posti di lavoro. Speriamo non sulle spalle di noi svizzeri.

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Quando a dettare le regole sono gli altri La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA

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Oggi i rapporti tra Stati Uniti e Svizzera sono tra i più tesi di sempre. Ma non è una novità assoluta: i due Paesi condividono valori comuni, certo, ma questo non li ha mai messi al riparo da crisi ricorrenti, anzi. Le tensioni maggiori arrivano sui temi della neutralità, di economia internazionale o sui temi finanziari.
Uno dei primi scontri importanti risale alla Seconda guerra mondiale. La Svizzera applicò una politica di tolleranza zero contro chiunque violasse il suo spazio aereo: che fossero gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica) o le potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone). Questo portò ad abbattere diversi aerei statunitensi e alla morte di circa una quarantina di aviatori alleati. Ma anche gli Stati Uniti colpirono: nell’aprile del 1944 durante il bombardamento di Sciaffusa uccisero tra i 40 e 60 civili svizzeri.
Dopo qualche decennio di calma apparente, le tensioni tornano negli anni 90 quando si scoprì che alcune banche svizzere custodivano molti depositi appartenenti a vittime dell’Olocausto. La pressione diplomatica di Washington e della comunità ebraica fu tale da costringere la Svizzera ad allentare il segreto bancario e creare ingenti fondi di compensazione.
Quel segreto bancario, sopravvissuto a lungo, ricevette il colpo definitivo nel 2009, quando in piena crisi finanziaria, gli Stati Uniti citarono in giudizio UBS ottenendo i dati di quasi 52’000 americani con conti in Svizzera.
Sul fronte commerciale il gelo risale al 2006 quando i negoziati per un accordo di libero scambio naufragarono per divergenze in materia agricola e sugli organismi geneticamente modificati.
E arriviamo al presente: il 7 agosto 2025 l’amministrazione Trump annuncia dazi fino al 39% su molte esportazioni svizzere, in particolare nei settori come orologeria, cioccolato, macchinari di precisione. La tariffa è la più alta mai applicata a un paese sviluppato. L’atto viene percepito come punitivo e il danno potenziale alle esportazioni è significativo. Tanto è stato scritto sull’incapacità diplomatica e politica svizzera e su questa non torneremo.
Come se non bastasse, è di pochi giorni fa un’altra grana: gli Stati Uniti negano di aver mai accettato un prezzo fisso per l’acquisto degli F-35 che Berna riteneva di aver già concordato. Il risultato è che se la Svizzera vorrà gli aerei dovrà accettare un aumento compreso tra i 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi rispetto ai 6 miliardi stimati inizialmente.
Questa non è e non sarà la prima né l’ultima volta che Berna e Washington si trovano ai ferri corti. Le tensioni, come in passato, verranno superate. Ma non illudiamoci: la piccola Svizzera non ne uscirà vincitrice. Inutile pensare di essere potenti: in uno scontro così asimmetrico, il campo da gioco, le regole e perfino il pallone appartengono all’avversario.

Pubblicato da L’Osservatore, 16.08.2025

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Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

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L’accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi è una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. È un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, l’aria si fa subito più respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico dell’economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta l’intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, l’economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo è particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo all’orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, all’elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di più per quello che importiamo e vendere ad un prezzo più alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile è la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Più i grandi si parlano, più noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualità, vendere ad alto valore aggiunto.

E c’è un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza più aggressiva, prezzi più bassi e difficoltà per i nostri settori.

In sintesi: l’accordo tra Stati Uniti e Cina è una buona notizia perché riduce l’incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma è un passo nella direzione giusta. E per un’economia aperta come la nostra, è un passo che conta.

Sintesi dell’intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

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Il -0,3% del PIL non affonda Trump, ma l’informazione economica

Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si è contratto dello 0,3%. È bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dell’amministrazione Trump. Ma è un errore. Più che un segnale allarmante sull’economia, questo dato è il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).

Prima di tutto, il -0,3% è una variazione annualizzata, come d’uso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioè la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.

Ma la questione non è solo tecnica. Serve un’analisi macroeconomica. Il PIL è composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioè esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dall’estero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).

Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). È un’anomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, è come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perché non è fisicamente entrata nei magazzini o è stata contabilizzata in modo differito. Poiché le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sull’indicatore.

Altri fattori da considerare: la spesa pubblica è diminuita, come previsto dai programmi dell’amministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.

Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non può restituire lo stato di salute di un’economia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro è solido, l’inflazione sotto controllo, la domanda interna regge.

Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non è una pagella politica. È una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E l’economia, a differenza della politica, ha bisogno di lucidità.

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Le auto crollano, l’oro brilla

Questa settimana Donald Trump ha sferrato un altro colpo: ha annunciato che dal 2 aprile saranno applicati dazi del 25% su tutte le automobili importate negli Stati Uniti. In pratica, chi vuole vendere un veicolo in America dovrà pagare molto di più per farlo. L’obiettivo è chiaro: spingere le case automobilistiche americane a produrre di più in patria, e quelle estere a spostare la produzione direttamente negli USA. Ma gli effetti non sono così semplici da prevedere.

Il primo impatto si è visto in borsa. Le azioni delle grandi case automobilistiche, europee e americane, sono crollate. BMW, Mercedes, Volkswagen: tutte giù. General Motors ha perso quasi il 10% a Wall Street in un solo giorno. Perché? Perché i dazi significano costi più alti, vendite più difficili e margini ridotti.

E non parliamo solo di auto straniere. Anche molti veicoli americani vengono assemblati con pezzi importati. Se aumentano i costi di quelle componenti, aumenta anche il prezzo finale. Risultato: auto più care, consumatori scontenti e rischi reali per l’occupazione.

E quando un paese alza i dazi, gli altri non stanno a guardare. Canada, Giappone e Unione Europea hanno già annunciato contromisure. È così che nascono le guerre commerciali: uno colpisce, l’altro risponde, e alla fine tutti tassano tutti.

Nel frattempo, mentre la borsa scende, l’oro sale. Quando i mercati traballano e il futuro diventa incerto, gli investitori si rifugiano nei beni più stabili. E l’oro è il rifugio per eccellenza. Risultato: ha quasi raggiunto i 3’100 dollari l’oncia (che equivale a circa 31,1 grammi), toccando un record storico. È come un termometro: più la situazione si scalda, più l’oro si infiamma. E adesso la febbre è alta.

La domanda vera è: funzionerà? Trump spera di riportare lavoro nelle fabbriche americane, ma il mondo non è più quello degli anni ’80. Le catene produttive sono globali, le aziende sono collegate in tutto il mondo, e nessuno produce tutto da solo. I dazi piacciono a una parte dell’elettorato, ma non è detto che risolvano i problemi. D’altra parte, un po’ di produzione locale in più potrebbe non far male, né all’occupazione né all’ambiente. Come spesso succede, la ragione – e forse anche l’efficacia – sta nel mezzo.