Le riforme fiscali sembrano spesso questioni tecniche. In realtà raccontano molto di come una società vede il lavoro, la famiglia e l’autonomia economica delle persone. Così è per la votazione di marzo sull’imposizione individuale.
Da oltre quarant’anni in Svizzera si discute di equità fiscale tra coppie sposate e coppie non sposate. Il matrimonio può comportare un carico d’imposta più elevato rispetto alla convivenza e già nel 1984 il Tribunale federale aveva richiamato il principio costituzionale di uguaglianza, evidenziando gli effetti distorsivi del cumulo dei redditi. La riforma introduce l’imposizione individuale: ogni persona presenta la propria dichiarazione con reddito, sostanza e deduzioni.
Nel confronto internazionale la Svizzera resta un’eccezione. Nei paesi dell’OCSE la tassazione individuale è ormai prevalente (dai Paesi nordici ai Paesi Bassi, fino all’Italia), mentre altri Stati adottano correttivi come lo splitting tedesco o il quoziente familiare francese. La tendenza generale è chiara: tassare la persona e non lo stato civile, in linea con mercati del lavoro sempre più fondati su carriere duali.
Il motivo economico è concreto. L’imposizione congiunta aumenta spesso l’aliquota marginale sul secondo reddito, che nella maggioranza dei casi è quello femminile, riducendo gli incentivi alla partecipazione al lavoro. In un contesto di carenza di personale qualificato, la neutralità fiscale diventa una questione di efficienza oltre che di equità.
In pratica, la riforma prevede la fine del cumulo automatico dei redditi, un adattamento della tariffa dell’imposta federale diretta e un aumento delle deduzioni per figli. Come sempre, ci sarà chi ci guadagna e chi ci perde: le coppie con doppio reddito e molti single vedrebbero un alleggerimento, mentre una parte delle coppie monoreddito potrebbe affrontare aumenti, in parte compensati dalle nuove deduzioni. Secondo le stime, circa il 50% dei contribuenti beneficerebbe di uno sgravio, il 36% resterebbe invariato e il 14% potrebbe pagare qualcosa in più.
Restano questioni aperte, come l’aumento del numero di dichiarazioni fiscali e una riduzione del gettito federale stimata tra i 600 e gli 800 milioni di franchi. Le autorità ritengono però che una maggiore partecipazione al lavoro possa compensare almeno in parte questi effetti nel medio periodo, anche se le reazioni economiche non sono mai immediate.
Il punto, in fondo, non è solo fiscale. È capire se il sistema tributario debba continuare a riflettere modelli familiari del passato o adattarsi a una società in cui l’autonomia economica individuale è sempre più centrale. La domanda resta aperta: è giusto che contribuenti con identico reddito complessivo siano tassati in modo diverso solo in base allo stato civile? Su questo interrogativo, ancora una volta, la parola finale spetta al Popolo.
Da L’Osservatore, 21.02.2026

