Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non è solo una ricorrenza. Non è una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. È il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignità. La risposta, purtroppo, è no.

Il nostro mercato del lavoro è fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non è che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema è che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perché qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente “troppo care”, “troppo vecchie”, “troppo esperte”. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolarità ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto è economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, è anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perché i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non è un concetto. È una realtà quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignità e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, è un problema politico.

Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026

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L’economia mondiale entra nella primavera del 2026 con un quadro meno uniforme di quanto sembri: la crescita regge, ma l’inflazione torna a dare segnali di riaccelerazione in diverse aree. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), l’inflazione globale dovrebbe salire modestamente nel 2026 prima di riprendere a scendere nel 2027.

Nelle economie avanzate il rientro dei prezzi è stato più ordinato, ma non definitivo. Nell’area euro l’inflazione è risalita al 2,6% in marzo 2026, dal 1,9% di febbraio, soprattutto per effetto dell’energia. Dentro il blocco, il quadro resta eterogeneo: Germania al 2,8%, Spagna al 3,4%, Italia all’1,6%, Francia al 2,0%. La normalizzazione, dunque, non significa stabilità piena, ma una nuova fragilità legata ai prezzi energetici e alla domanda interna.

Negli Stati Uniti l’inflazione annua è salita al 3,3% in marzo, spinta dall’energia e dal rincaro dei carburanti. È un livello ancora lontano dai picchi del passato, ma sufficiente a complicare il percorso della Federal Reserve, perché la disinflazione non è più lineare come nei mesi precedenti. Nel Regno Unito, l’indice dei prezzi al consumo (Consumer Price Index, CPI) è salito al 3,3% in marzo e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Consumer Price Index including owner-occupiers’ housing costs, CPIH) al 3,4%, segnalando che i servizi restano un punto di pressione importante. In entrambe le economie, il tema non è più soltanto frenare l’inflazione, ma evitare che il costo della vita resti troppo elevato troppo a lungo.

In Asia il quadro è più sfumato. In Giappone l’inflazione si è raffredata: in febbraio era all’1,3%, sotto il target della banca centrale, con un’inflazione di fondo all’1,6%. In Cina, invece, i prezzi hanno mostrato un recupero moderato: l’inflazione annua è stata dell’1,0% a marzo, dopo un picco all’1,3% in febbraio. Qui il problema opposto è evidente: non tanto l’eccesso di inflazione, quanto la debolezza strutturale della domanda interna.

Il filo che unisce questi mercati è l’energia. L’aumento dei prezzi petroliferi e delle tensioni geopolitiche si trasmette rapidamente ai consumi, ai trasporti e ai servizi, rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali. Per le economie avanzate, questo significa una politica monetaria ancora prudente; per quelle emergenti, un rischio più serio di erosione del potere d’acquisto e di instabilità macroeconomica.

La vera novità non è il ritorno dell’inflazione alta, ma il ritorno dell’incertezza. Dopo la fase più acuta dello shock post-pandemico, i prezzi non seguono più un’unica direzione: in alcune economie accelerano, in altre rallentano, in altre ancora restano troppo deboli. È questo disordine, più della cifra secca dell’inflazione, a definire oggi la situazione economica delle principali nazioni.

Ticino: siamo sempre i più poveri

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Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertà. L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertà e rischio povertà.

La soglia di povertà è fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertà raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertà in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. È un dato francamente agghiacciante.

Ma non è tutto. Fin qui la povertà conclamata. Ma cos’è il “rischio povertà”?

Esso è definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro è ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, è a rischio povertà. A livello nazionale è una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertà. Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra società.

E non è tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioè le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione è peggiorata molto nell’ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertà tra chi lavora. In Ticino è dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non è sempre sufficiente per sfuggire alla povertà. E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.

I gruppi più esposti alla povertà rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.

Perché la vera domanda è questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignità e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilità di salvezza, quando arriverà la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarà quella di trasferirsi oltre confine o al di là del Gottardo?

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Fare sport aiuta… l’economia!

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Anche i n Svizzera il PIL resta l’indicatore più usato per raccontare come va l’economia. È uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la solidità dell’economia. È un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).

Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL “corretto”, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi può apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.

Detto questo, lo sport non è affatto un settore marginale. L’economia dello sport comprende un insieme molto ampio di attività: impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. È un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.

Misurarlo bene non è semplice. Per questo l’Unione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, più di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dell’occupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.

In Svizzera i numeri sono più contenuti, ma tutt’altro che trascurabili. Secondo uno studio dell’Ufficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa l’1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilità internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attività economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e città ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo è stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato del settore “economico” sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione è più contenuta rispetto all’economia nel suo insieme e il recupero tende a essere più rapido. È un “bene di lusso accessibile”: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.

Le sfide non mancano. Costi energetici più alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non è solo intrattenimento: è economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilità.

Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

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Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

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Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano già intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unità rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento è stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sé questo non è per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilità attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sì che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilità geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?

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Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attività pubbliche non essenziali) dall’inizio di ottobre 2025. Il Congresso non è riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza è stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non è la prima volta che succede. L’ultima nel 2018–2019. La paralisi durò 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione è la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e l’economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilità macroeconomica è una condizione necessaria per crescere. Un Paese non può accumulare debito all’infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dell’economia è inferiore al tasso d’interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non è più sostenibile. A quel punto, non è più lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo è semplice: più alto è il debito, più crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma più risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanità, ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilità macroeconomica non è quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: è il prerequisito per mantenere competitività, attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualità.

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo l’altro perché incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e l’instabilità diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva né il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perché i costi aumentino.

La conclusione è netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilità macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertà di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino può guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura già vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non è magia, è contabilità. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

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Cassa malati: tutti alla cassa!

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Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da un’analisi seria. Prima si capisce qual è il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lì si aprono le alternative, perché non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo è il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte più scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perché non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: l’efficienza – se il programma usa bene le risorse o crea sprechi – e la distribuzione, cioè chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto più delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equità ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi – cosa vogliamo ottenere e perché – e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura più brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. L’intenzione è chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

Già nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno l’aiuto e quindi il costo sarà minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe già diventare 330, poi 350, e così via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dell’aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono già a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metà appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare l’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma così si mettono in discussione accordi già votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno più interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno più incentivo a offrire premi più bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo già al primo anno. Perché non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono già oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200–300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150–200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i più fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterà escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non è un gioco. È un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda è inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta è nostra. Ognuno voterà come crede ed è giusto così. Ma bisogna sapere la verità: il conto non sparisce. Non lo pagheremo più nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrà a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

Svizzera: le notizie che non fanno notizia

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Questa settimana l’economia svizzera ha dato l’impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo più attento.

Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtà è più sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). È utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta l’intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. È più del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed è un segnale da non sottovalutare.

A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, può rendere più difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. È anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

I prezzi restano stabili. A giugno, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) è immobile a 107,5 punti. L’inflazione annua è appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma un’isola di stabilità.

Non mancano piccole variazioni (sanità e ristorazione un po’ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: l’inflazione bassa aiuta chi consuma, ma può frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

Il dato che ha fatto più rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1’400 casi e le proiezioni annuali superano i 14’000.

Ma la causa non è (solo) economica: dal 1° gennaio 2025 è in vigore una riforma della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

Nel Canton Ticino, la situazione è un po’ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dell’8% (127 casi). È un segnale che, da un lato conferma l’effetto statistico della nuova legge, dall’altro evidenzia una vulnerabilità specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

Ad ogni modo, la sostanza? Non è un’ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

In economia, a volte il silenzio è più interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un po’ sotto la superficie. È lì che si capisce davvero come sta andando il Paese.

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Economia svizzera: segnali contrastanti tra attese e realtà

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C’è un’immagine che descrive bene l’economia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dall’altra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, l’indicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer è salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sì, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sull’economia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, export…).
A trainare questa timida ripresa è soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dell’agroalimentare, del legno e della carta riportano attese più favorevoli. Anche la percezione sulla competitività e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole.
E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dall’Ufficio federale della dogana: aprile 2025 è stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioè non corretti per l’andamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo è più contenuto: –3,3% per le esportazioni e –10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni.
A provocare questi sbalzi è, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, –44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa così tanto, trascina con sé tutto il commercio.
Ci sono però eccezioni positive: l’orologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se l’export verso gli USA è crollato del 36%, quello verso l’Asia è cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%).
Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non è un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in un’economia povera di materie prime, importare è spesso il primo passo per poter vendere all’estero.
In sintesi: qualche segnale positivo c’è, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacità di leggere il quadro d’insieme e resistere tanto al panico quanto all’euforia.